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In questi giorni sono stati diffusi i dati di una ricerca del Censis sul tema “la transizione verso la radiovisione”, ovvero uno studio approfondito basato sulle abitudini degli italiani riguardo alla modalità di fruizione dei programmi radiofonici.

E’ ovvio che per uno che ha cominciato a far radio nel 1983 come il sottoscritto, e che ancora, anche se in modo meno assiduo, si diletta a farla, una ricerca di questo tipo non poteva passare inosservata.

Certo l’orizzonte di interesse non è solo mio, perché la cara vecchia radio è comunque nella vita di tutti noi, e quindi ho pensato che condividere qualche pensiero con voi, cari lettori del Baco. Allora: cosa dice questa ricerca?

Gli italiani che seguono i programmi radiofonici sono più di 41 milioni. Se è vero che la nostra Penisola è popolata da circa 60 milioni di individui, vuole dire che poco più di due terzi degli italiani la ascolta.

Di questi, procede l’indagine, 27 milioni utilizzano ANCHE dispositivi alternativi all’apparecchio tradizionale e all’autoradio. Sono circa 19 milioni gli italiani che seguono programma radiofonici in formato video, smartphone o pec. 11 milioni seguono la radiovisione sugli schermi tv.

Orpo ragazzi, che rivoluzione, verrebbe da urlare a squarciagola come stanno facendo in questi giorni, per esempio su Rtl 102.5, giusto per non sparare genericità poco concrete.

Calma, proviamo a procedere con ordine. Se riguardate le righe scritte qui sopra riguardo ai 27 milioni di persone che usano dispositivi alternativi, ho scritto in grande e a chiare lettere la parola ANCHE.

Stanno cambiando le nostre abitudini, soprattutto quelle dei ragazzi che di certo hanno un approccio più immediato a un telefonino, uno smartphone o un tablet per ascoltare musica (mettiamoci anche Alexa o apparecchi similari per non far torto ai concorrenti di Amazon). E questo è un dato interessante ma, intendiamoci, cosi come è interessante fotografare questo cambiamento, altrettanto è importante sottolineare che il 74.6% degli ascoltatori fruisce della radio attraverso apparecchi tradizionali o autoradio.

Quindi la rivoluzione è probabilmente a uno stadio più che iniziale, ma a volte la modalità comunicativa con cui si sbandiera una notizia (noi che ci occupiamo di comunicazione lo sappiamo molto bene) può dirottare l’ascoltatore o il lettore verso una direzione che a volte non è quella trasmessa dai fatti, ma quella invece indirizzata dalle opinioni.
Diciamolo chiaramente, i nuovi mezzi di fruizione della radio  sono sostanzialmente guidati dal segnale prevalente da una fonte di trasmissione  tramite internet, e hanno un sacco di vantaggi.

  1. La facilità di fruizione. Per smartphone, tablet e pc basta pigiare una app. Operazione semplice, efficace, risolutiva.
  2. La nitidezza del segnale. Se state ascoltando la radio da un device (so uso questo slang da neologismo what’s America che fa figo ma che ho scelto perchè ha il pregio di sostituire la parola “scatolotto elettronico” in modo più elegante) avete un segnale perfetto. Niente più stazioni che si sormontano una con l’altra.
  3. Qualità del suono sempre perfetta. Vivace, espressiva.

Insomma i vantaggi sono molti e, se io ho passato la mia adolescenza con apparecchi radiofonici raccomandati per la loro ricezione, a volte con antenne lunghissime per poter captare meglio il segnale delle radio private, oggi è giusto beneficiarie di una tecnologia decisamente rivoluzionaria rispetto ad allora.

Torniamo al 74,6%? Certo. La maggior parte delle persone accendono ancora la radio mentre si fanno la doccia, l’autoradio mentre viaggiano o vanno al lavoro, accendono l’apparecchio nei negozi, negli uffici, negli studi. Ciò vuol dire che il fascino di quello scatolotto più o meno grande con la lancetta oramai frequentemente sostituita dal display, esiste ancora. E’ ancora il valore prevalente.

Perchè magari uno sente parlare del sondaggio e si sente un emerito rimbambito se “osa” ascoltare la radio o l’autoradio. No, non è così ragazzi. Solo che qualcuno vuole che sia così.

Ma cosa è cambiato nel mondo della radio da 40 anni (quando ho cominciato io) a oggi? Beh, ovviamente il linguaggio, la modalità di porre notizie e canzoni. Oggi ascoltare la radio significa, indipendentemente dalla stazione scelta, avere i tempi della nostra vita quotidiana, ovvero tanto ritmo e niente pause.

Ai miei tempi, un po’ per i mezzi tecnici ovviamente di modeste possibilità rispetto ad oggi e un po’ per le diverse abitudini di programmazione, in radio esistevano anche le pause. Tra una canzone e l’altra, tra un annuncio e un altro. Per esempio la Rai, prima di “Tutto il calcio minuto per minuto” mandava un caratteristico fischio e poi faceva una pausa come a dire “ragazzi fermi tutti. Tra poco comincia una cosa importante!”.

Oggi non è più cosi, le pause in radio non esistono più. Non esistono più i silenzi, esattamente come non esistono più nella nostra quotidianità. Ci avete fatto caso? Probabilmente uno dei fattori più impressionanti del lockdown è stato l’assordante silenzio che si è creato nelle strade per il coprifuoco o le limitazioni alla circolazione.

Non sappiamo più stare in silenzio, non ci siamo più abituati. E il silenzio fa paura, perchè costringe spesso a stare con chi abbiamo meno voglia di confrontarci: noi stessi. E questa non è una cosa positiva: correre sempre ti impedisce di ragionare e di vedere le cose. Avete presente il famoso cartello “Hey tu, che stai correndo e correndo”, ti sei mai chiesto “ma dove stai andando?”.

Mi rendo conto amici, quando scrivo comincio un articolo con un’idea e poi mi avventuro in riflessioni che sembrano magari totalmente distanti dall’argomento di fondo, mi ritrovo ad esplorare cieli che sembrano lontanissimi dal viaggio che stavo affrontando con voi attraverso le mie parole.

Ma poi ci ripenso, e capisco che non è così. Che tutto ha un legame, un senso, un perchè. E allora vi dico che i silenzi di cui ho parlato sono necessari per riflettere, per prendere coscienza, una propria coscienza.

Purtroppo a mio modo di vedere il più grosso cambiamento del mondo della radio è stata la quasi totale scomparsa delle radio private. La nostra Verona, una delle città che ha sempre avuto un vivace susseguirsi di voci sia in città sia in provincia, oggi ha solo una radio locale in città, e un paio in provincia.

Tutte le altre emittenti sono network. Cioè radio nazionali che a fior di quattrini hanno comprato frequenze. Questa cosa è accaduta in tutta Italia, cosicché oramai le voci radiofoniche sono espressioni nazionali che non hanno più nulla di tradizionale. Un po’come i negozi nei centri commerciali, quelle catene o franchising per cui tu la stessa maglietta la vedi a Verona come a Palermo se vai in vacanza in Sicilia. Vi sembra bello? A me no.

Ma cosa c’entra questo con l’indagine? Ve lo dico subito. La radiovisione ha sicuramente avuto un potente aumento di utenti a mio parere a causa della pandemia. Molte persone a casa facendo lo zapping che di solito non fanno quando sono a scuola al lavoro, hanno scelto di alternare i bollettini di tristezza sulle vittime del Covid con qualche canzonetta che fa sempre bene all’anima.

Ma guardare la radio alla televisione non è diventato il desiderio nazionale, questo è quello che ci vogliono far credere. Le radio nazionali sono legate a grossi gruppi editoriali e hanno bisogno di determinare le scelte degli utenti, non di seguirle. Per cui oramai tutti i network hanno il loro canale in radiovisione perché stanno scommettendo su questo mercato per vendere gli spot pubblicitari a maggior prezzo.

La cara vecchia radio ha sempre dovuto essere la sorella minore rispetto agli altri media, arrivando a una cannibalizzazione del prezzo degli spot. La radiovisione rappresenta l’ancora di salvezza dei bilanci futuri. Per carità, non dico di cannibalizzare gli uomini marketing dei grossi gruppi che vogliono scommettere su questo: fanno il loro lavoro.

Ma non ditemi che sia bello vedere dei deejay davanti a un microfono che fanno un’intervista, o annunciano una canzone. E’ uno snaturamento del mezzo radio, un assassinio della fantasia e del godimento del suono, drogato dall’apparenza che vuole o deve dominare su tutto.

Sono un uomo moderno, chi mi conosce lo sa. Ma non toglieteci la voglia di sognare, di cantare, di fantasticare con la musica. Non potete toglierci la poesia, e quel 74.6% che ancora canticchia al semaforo ascoltando l’autoradio o che ascolta in salotto il programma preferito da un più o meno moderno wi-fi, vuole la poesia o, per restare sull’attualità, vuole “una musica leggera perchè non ho voglia di niente, anzi leggerissimaaaa”.

Magari vorrebbe anche una radio che parlasse di quello che succede nel suo territorio. Per fortuna a Sona c’è Il Baco, ma si era parlato anche di una radio web che non abbiamo visto nemmeno partire.

Non ne conosco i motivi, ma lancio volentieri il sasso qualora dovesse concretizzarsi per offrire la mia esperienza. Il Baco ha talmente tanti giovanissimi collaboratori che fanno bellissimi articoli, servizi e interviste che trasferire questo lavoro anche a beneficio dell’etere che trasferire questo lavoro anche a beneficio dell’etere sarebbe affascinante. Non credete?