“La missione per condividere”. Ilaria Tinelli di Palazzolo in Mozambico come missionaria laica

Cosa significa essere missionario laico nel ventunesimo secolo e dedicare la propria vita al servizio di altri, spesso in condizioni di estremo bisogno? Per rispondere a questa domanda incontro Ilaria Tinelli, di Palazzolo, appartenente ai Laici Missionari Comboniani, alla vigilia della sua partenza avvenuta la prima settimana di marzo. Sopra Ilaria con mamma e papà (foto Marco Bonfichi).

La sua destinazione è il villaggio di Carapira, situato nel nord del Mozambico, un ex colonia portoghese posizionata nell’Africa sudorientale di fronte all’isola del Madagascar.

Palazzolo è stato in passato terreno fertile per vocazioni religiose; negli anni Cinquanta del secolo scorso molte ragazze del paese sono diventate suore carmelitane e numerose poi sono state le vocazioni sacerdotali anche in tempi recenti.

Per quanto riguarda il volontariato laico si ricorda l’opera del dott. Tacconi in Uganda ed ora la tradizione continua con Ilaria che fa parte dei Laici Missionari Comboniani (LMC) che, sul loro sito, si definiscono “Missionari per vocazione cristiana, sono uomini e donne immersi nel quotidiano, vivono del proprio lavoro e trattano le realtà del mondo (economia, politica, cultura…) secondo il Vangelo”.

Ilaria è una giovane donna determinata e sicura di sé che affronta con serenità questa fase della sua vita per nulla intimorita dai compiti piuttosto impegnativi che dovrà fronteggiare nei prossimi tre anni, tale è il periodo previsto di permanenza nella missione come da accordi con la diocesi di Verona e la chiesa locale. Una scelta non facile la sua ma elaborata e consolidata da una fede che dà certezze e sicurezza.

Mi faccio raccontare come è nato il suo rapporto con i Laici Missionari Comboniani.
Circa due anni fa è iniziato il mio cammino con la grande famiglia LMC che ha una sede a Verona (il fondatore della congregazione San Daniele Comboni è stato un nostro concittadino e un suo monumento è presente in piazza Isolo, NdR) e opera in tutto il mondo ed in modo particolare in Africa. Parto da Verona con Federica, di Porto di Legnago, con cui ho già vissuto un’esperienza di missione negli anni 2019, 2020 e 2021, in piena epoca Covid, in Uganda. Da lì è maturata la scelta di sentirsi famiglia con un istituto religioso e con la quale abbiamo poi proseguito il nostro servizio verso i più bisognosi in una comunità intercongregazionale missionaria in Sicilia al servizio dei migranti e sul territorio.

Raccontami un po’ di te e di come è maturata questa tua scelta di dedicarti a chi si trova nel bisogno.
Ho studiato all’istituto d’arte e ho condotto una vita normale sino al 2017 lavorando in uno studio di architettura ma ad un certo punto ho capito che stavo conducendo un’esistenza che non mi dava soddisfazione. Non mi sentivo bene ed ho intrapreso un percorso di discernimento di fede, un modo per testare la mia vocazione dalla quale è maturata un’esperienza più profonda, quella di essere “Chiesa insieme”.

Come ti sei preparata per questa esperienza e cosa pensi di trovare al tuo arrivo in Mozambico?
Innanzitutto, sto imparando il portoghese che è la lingua ufficiale del Mozambico anche se solo il 40 % della popolazione lo parla e sul posto dovrò cominciare a conoscere la lingua locale, l’Emacua, che sembra sia difficilissima. La missione opera a Carapira, su un territorio che comprende circa cinquantamila abitanti dove vi è una Chiesa ed un istituto tecnico per la formazione professionale dei giovani. Non è ancora definito quale saranno i progetti di cui mi dovrò occupare; la nostra comunità sarà composta da noi due ragazze italiane, una ragazza portoghese e sul posto sta già operando una coppia brasiliana. Immagino che ci sarà da fare di tutto, dalla gestione dei volontari, alle pratiche amministrative, alla formazione dei giovani. Vivono in condizioni di estrema povertà lavorando la terra e c’è molto bisogno di aiutare i più deboli come bambini e le donne. Andiamo in una terra che non è nostra e, specialmente nel primo periodo, bisognerà acquistare la fiducia dei locali in quanto siamo gli unici di pelle bianca e spesso l’opera missionaria viene interpretata come disturbo delle egemonie dei pochi potenti del posto. Senza dimenticare i rischi legati alla presenza nelle vicinanze di alcuni gruppi legati alla Jihad islamica che in passato hanno compiuto gesti di estrema violenza tanto che una suora comboniana italiana due anni fa è stata uccisa nel corso di un attacco terroristico.

Ilaria con Federica, con la quale condivide l’esperienza in Mozambico.

Pensi quindi che sarà un’esperienza diversa da quella che hai già vissuto in Africa?
Come tanti che lo hanno sperimentato credo che esista veramente il mal d’Africa e, a mio parere, il continente nero è meglio dal vivo che in televisione. Io non vedo l’ora di tornarci anche se l’impegno sarà indubbiamente maggiore in quanto le condizioni sono più disagiate in Mozambico rispetto all’Uganda. Nella precedente esperienza mi ha colpito l’essenzialità delle persone, che sono sempre felici anche se non possiedono nulla e sembra di essere come nel nostro Paese negli anni del dopoguerra quando tutti si aiutavano nel condividere le poche cose disponibili. E’ il tipo di missione che fa la differenza e di conseguenza dipende da come interpreti la tua opera missionaria; se tu porti soltanto è una cosa che in molti sono capaci di fare; ma se vai in missione per stare con loro e per vivere con loro è tutta un’altra cosa. Ne conosci la cultura e le usanze e con loro percorri una strada per migliorare e migliorarsi ed è questa la cosa più importante.

Nella tua valigia cosa porti di Palazzolo?
Penso di non portare nulla di particolare dal punto di vista materiale. Però una cosa che mi accompagnerà e mi servirà nei momenti difficili è la vicinanza e l’affetto che ho ricevuto dalle persone che ho incontrato quando ho reso pubblica la mia testimonianza nel corso delle visite alle parrocchie della provincia di Verona. In Duomo lo scorso ottobre ho ricevuto da sua eccellenza il vescovo Pompili il mandato per partire in missione e da allora in ogni posto dove sono stata, a partire da Palazzolo dove grazie a don Angelo Bellesini ho potuto esprimere la mia parola in occasione delle Sante Messe, ho ricevuto un’accoglienza calorosa e partecipe. Queste occasioni sono molto importanti per far conoscere il proprio impegno di fede e devo dire che molti ragazzi e ragazze mi hanno interpellato chiedendo come fare a venire in missione o per avere varie informazioni sul mondo missionario. Molti non conoscono le modalità e sono bloccati ed impauriti da una decisione così forte come quella che ho preso io però non è difficile avere un primo approccio, grazie ai mezzi di comunicazione attuali, con chi come noi, è dall’altra parte del mondo a prestare servizio.

Sarà possibile quindi seguire attraverso i social come si svolgono le tue giornate?
Questo è una cosa a cui teniamo molto; digitando Ilaria e Federica LMC su Facebook, Telegram od Instagram chi è interessato può restare in contatto con noi ed essere aggiornato su come portiamo avanti i nostri progetti, di come portiamo avanti la vita nella missione e di tutte le curiosità che si possono avere a riguardo della nostra esperienza. Ci sarà forse qualche problema per la connessione internet ma saremo molto felici di condividere il nostro impegno e la nostra scelta di fede con chi è rimasto in Italia.

Saluto Ilaria e la lascio indaffarata a sbrigare le sue ultime faccende in questi giorni di frenetici preparativi prima della partenza. I pensieri e le preoccupazioni sicuramente non mancano ai suoi familiari e a tutti coloro che le vogliono bene ma il suo atteggiamento deciso e sicuro le sarà indubbiamente di grande aiuto per affrontare un’esperienza di forte impatto.

Al giorno d’oggi non è così facile trovare persone che si mettono in gioco per aiutare gli altri in un ambiente difficile e potenzialmente pericoloso come l’Africa. Ma, come Ilaria racconta con emozione, nulla è più gratificante di vedere bambini che pur in condizioni disagiate non smettono di sorridere e di giocare. Dare loro speranza per il futuro è la più grande soddisfazione che si possa avere.

Massimo Giacomelli
Nato nel 1967, vivo da sempre a Palazzolo con moglie e 2 figli ormai proiettati nel mondo dei grandi. Sono appassionato di storia, di tutti gli sport, (qualcuno provo a praticarlo a livello amatoriale) e con parecchio trasporto ed un po' di nostalgia ascolto sempre volentieri la musica degli anni Ottanta. Dopo gli studi all’istituto tecnico commerciale ho scelto la strada imprenditoriale ed ora sono impegnato nel settore immobiliare; negli anni scorsi la mia collaborazione col Baco da Seta era piuttosto saltuaria; a partire dal 2019 però sta diventando sempre più intrigante.