“La mia esperienza nel carcere di Verona”. Fabio Mazzi, diacono di Sona

All’inizio di quest’anno, è stata chiesta la mia disponibilità come Diacono a prestare servizio presso la casa circondariale di Montorio Veronese, in qualità di collaboratore del Cappellano, padre Angelo. Ho accettato volentieri, anche se ben cosciente delle difficoltà a cui sarei andato incontro. L’ambiente carcerario come sappiamo bene è un ambiente limite, considerato una terra di confino dove si sentono isolate non solo le persone internate, ma anche il cappellano e tutti coloro che operano dentro la struttura. Lo scopo principale è l’incontro con i detenuti. Inoltre, per quanto riguarda il servizio liturgico, nei giorni di sabato e domenica come Diacono assisto il Cappellano nella celebrazione della Santa Messa, in caso di sua assenza celebro la Liturgia della Parola.

 

Nel carcere di Montorio attualmente sono presenti all’incirca 600 detenuti nella sezione maschile, e  35-40 detenute nella sezione femminile; purtroppo il problema del sovraffollamento tocca pesantemente anche l’istituto di Verona, come peraltro tutti gli istituti penitenziari d’Italia.

 

All’interno di questa popolazione carceraria si contano internati di circa quaranta nazionalità, e gli stranieri presenti sono all’incirca il 60%. Le guardie carcerarie eseguono un servizio prezioso, spesso in condizioni di carenza di personale. I carcerati che si rivolgono ai Cappellani non sono solo i cristiani cattolici o dei semplici credenti, ma anche persone non credenti o di altre religioni che sentono il bisogno di sostegno.

 

L’incontro con costoro è sempre positivo, sia perché può diventare un primo passo di aiuto per affrontare la  condizione di reclusi, sia perché essi comprendono di non essere stati lasciati soli, ma possono contare su qualcuno che li possa avviare verso un cammino di riconciliazione con se stessi.

 

Il servizio concreto dei Cappellani e dei religiosi che prestano la loro opera si divide in due momenti: il primo  consiste in un servizio di ascolto e di conoscenza personale con coloro che chiedono il colloquio; il nostro compito è stabilire una relazione che può partire dai bisogni primari del detenuto, come la mancanza di indumenti personali, di mezzi di pulizia personale, oppure per una telefonata all’avvocato. In un secondo momento si potrà migliorare la conoscenza, sempre lasciando alla persona la decisione dei tempi e dei modi con cui iniziare un rapporto di dialogo personale, che può sfociare nel bisogno di approfondire il senso religioso della condizione che sta vivendo. Infatti un avvicinamento alla fede molto spesso si lega al senso di abbandono e di solitudine che l’impatto con il carcere produce sul detenuto.

 

Questa situazione di reclusione provoca presto domande sul senso della vita, sulla sua condizione e sul valore della libertà. Spesso aiutare il carcerato a rivedere la propria condizione e meditare sull’evento che lo ha portato a percorrere una via sbagliata può far capire l’errore in cui è caduto. Bisogna però ricordare che la reclusione nega alla persona stessa il calore della famiglia, e costringe i famigliari a vivere nell’incertezza e nella prostrazione.

 

La figura del Cappellano si confronta continuamente con tutta questa serie di problemi, e la prima domanda che sorge è: “Perché Dio ha permesso tutto questo?”. Con una lenta presa di coscienza del detenuto, questa domanda si trasforma in: “Vale la pena cambiare vita?”; e nella riflessione personale egli arriva a chiedersi: “Come posso cambiare la mia vita?”.

 

Nei nostri dialoghi lasciamo che siano le persone che incontriamo a riconciliarsi con il proprio io, poiché – più spesso di ciò che si pensa – le azioni sbagliate che le hanno portato in carcere sono frutto di tragici momenti, un unico atto nel quale tutta l’armonia interiore si è rotta. Di conseguenza molti arrivano a credere che dopo il male commesso non vi sarà per loro possibilità né di cambiamento, né di redenzione.

 

L’azione del Cappellano, in queste situazioni, è di infondere speranzae di far credere soprattutto in se stessi, facendo capire che Dio offre continuamente a tutti una possibilità di riscatto. Dio crede principalmente nell’uomo, ma soprattutto crede in lui in modo particolare, e nonostante il motivo per il quale si trova recluso egli è e rimane figlio amato da Dio.

 

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