“La mia esperienza in prima linea contro il Covid”. Andrea Gasparato, infermiere dell’ospedale di Villafranca

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A dicembre si attendeva l’inizio del nuovo anno come un avvenimento miracoloso. Come se bastasse brindare (privatamente) la notte di capodanno per cancellare questo infausto 2020, girare pagina e mettere l’anno passato nei libri di storia. Purtroppo invece di Covid, di pandemia e di emergenza mondiale non possiamo ancora smettere di parlarne al presente.

Questo capitolo di storia è ancora in pieno svolgimento e di strada per chiuderlo in un’esperienza del passato dobbiamo farne ancora molta. Mi confronto sull’argomento con Andrea Gasparato, lugagnanese, infermiere presso l’Ospedale di Villafranca (nella foto di Mario Pachera).

Andrea ci racconti qualcosa di lei e del suo lavoro.
Sono infermiere dal 1992, principalmente in pronto soccorso. Da tre anni lavoravo in sala gessi, però con l’emergenza sanitaria sono stato spostato nella prima ondata per un paio di mesi in reparto Covid e poi in pronto soccorso. Villafranca è stato indicato come ospedale Covid e quindi quando c’è un’emergenza gli altri servizi vengono ridotti e gli altri reparti vengono soppressi per non creare commistione tra gli infetti e i non infetti. Al momento funziona un po’ di radiologia, un po’ di punto prelievi e i poliambulatori. Il pronto soccorso è diventato il punto di accoglienza dei pazienti Covid. Abbiamo appena superato due mesi veramente pesanti. Abbiamo 12 posti letto di osservazione, questi posti erano sempre pieni e in più avevamo delle barelle in giro, addirittura a novembre ne abbiamo dovute posizionare in sala d’attesa perché non c’era modo di trovare altro posto. Purtroppo il paziente doveva trascorrere uno/due giorni in pronto soccorso finchè non si trovava il posto letto. Chiaramente veniva iniziato il trattamento che gli andava fatto ma non c’era il conforto di uno suo letto, del suo armadietto e di una situazione più accogliente. Negli ultimi 15 giorni per fortuna si è visto un leggero calo di pazienti e ci troviamo in una situazione migliore.

Lavora in prima linea, a diretto contatto con il virus. Qual è il suo stato emotivo, che immagino sia condiviso con tutto il personale sanitario? Come gestisce la pericolosità della sua professione nelle relazioni personali?
Nella prima ondata ho addirittura abbandonato il nido familiare. Per due mesi, con un collega, ho alloggiato nella casetta scout di Lugagnano, messa a disposizione dalla parrocchia. Rientravo a casa solo per consegnare la biancheria da lavare e per un breve saluto alla mia famiglia. E’ stata dura, quindi questa volta ho deciso di restare a casa. La casa è grande, io dormo nella cameretta di mia figlia e lei con mia moglie e ho in uso esclusivo il bagno della taverna. Insomma, cerco di stare attento e di avere il meno contatto possibile. Sono consapevole di essere esposto il virus quotidianamente e anche se ci sono tutti i presidi necessari, mascherine, tute, guanti, visiere è mio dovere prestare la massima attenzione perché il rischio di contagio c’è.

Ogni quanto siete sottoposti a tampone?
Circa ogni 10 giorni.

Immagino che lei sia già stato vaccinato. Consapevoli che l’immunità non è garantita al 100%, quanto questa iniezione le fa tirare un sospiro di sollievo?
Ho già fatto la prima dose e nei prossimi giorni ho il richiamo. Vedo una lucina in fondo al tunnel. Vedo il vaccino come un’ulteriore arma e anche se non è risolutivo al 100% è comunque fondamentale. Il sovrapporsi di opinioni distanti l’una dall’altra sui vaccini ha generato sfiducia sulla loro efficacia ma io ritengo che se non siamo noi operatori sanitari i primi a vaccinarci, a dare il senso di questa operazione agli altri, chi dovrebbe darlo? Quando ci sono delle sfide, sfide globali come questa, ci sono delle persone che devono prendere in mano la bandiera ed andare avanti e dare l’indirizzo alla comunità. Il mondo scientifico ha fatto un notevole sforzo in questo frangente e se non diamo fiducia noi alla scienza chi la da? Torniamo al medioevo? Il mettere in dubbio qualsiasi innovazione fa parte della natura umana, ma è necessario andare avanti.

Effettivamente informazioni contrastanti, da fonti autorevoli, non aiutano il normale cittadino a valutare con esattezza informazioni scientifiche. Altra aggravante è che l’informazione passa per ogni canale e che, ad esempio, un video che arriva via whatsapp e di cui non si conosce neppure la fonte viene preso per vero. Anche l’Ospedale di Villafranca ne è stato vittima. In piena seconda ondata, quando venivano comunicati numeri di contagio in forte crescita e ospedali di nuovo pieni, in rete girava il video di un normale cittadino che documentava un pronto soccorso deserto e in una situazione di tranquillità assoluta. Cosa ne pensa? Come la fa sentire chi ritiene l’emergenza sanitaria una bolla d’aria strumentalizzata dalla politica?
Questa realtà che non si conosce fa riemergere le paure e la paura ti uccide. Ti impedisce di essere razionale e di pensare concretamente. Io quando sono al lavoro, nel mio ambiente naturale, a queste cose non ci penso. Cerco di non farmi sopraffare dalla paura anche perchè altrimenti sarebbe impossibile prestare il mio servizio. Abbiamo dei mezzi di protezione e dobbiamo usarli bene. Nella prima ondata i mezzi erano insufficienti, una tuta per turno e di conseguenza non si poteva andare in bagno, bere o uscire dal reparto. Oggi, usandoli comunque con parsimonia, possiamo lavorare con un po’ più di tranquillità.

E quel video?
Il video di Villafranca, e quelli simili, sono situazioni che mi fanno venire rabbia. La gente non capisce come funziona. L’ospedale sembra vuoto perchè non c’è l’attività normale. La sala d’attesa non c’è. Siamo un ospedale Covid quindi non possiamo affollare la sala d’attesa. I pazienti di cui si conosce l’esito del tampone hanno una loro salettina di attesa prima di essere accolti in pronto soccorso. Quel giorno in particolare all’interno di questa salettina c’erano 15 persone, per non parlare dei reparti pieni. Ovviamente a questo personaggio l’accesso all’interno della struttura non era consentito quindi si è limitato a filmare l’ingresso e a montare il suo show personale. Credo tra l’altro che sia stata esposta una denuncia nei suoi confronti. Queste tesi sono facilmente smontabili se si conosce la realtà dei fatti, ma queste cose ci sono sempre state. C’è sempre chi di fronte a una tesi ne presenta una diametralmente opposta. Lo vedi anche nelle persone che si presentano in pronto soccorso, c’è chi arriva per un nonnulla e probabilmente non c’è il contagio e altri che si presentano quando i sintomi sono già evidenti e preoccupanti, palesemente positivo al virus ma ancora non ci crede e magari nel frattempo ha contagiato mezza famiglia e mezzo ambiente di lavoro. Per cui è la testa quella che comanda e bisogna usarla bene.

A tal proposito, come si dovrebbe comportare chi accusa i primi sintomi, anche se non sta male, o ha la certezza di essere stato a stretto contatto con un positivo?
Per prima cosa deve rivolgersi al suo medico di famiglia o al numero verde del SISP per avere indicazioni su cosa fare e programmare un tampone. Chiaramente questo sistema, con i numeri della seconda ondata, è un po’ saltato perchè l’appuntamento per il tampone slitta di una settimana.

Nella seconda ondata c’è stata una ricerca capillare dei positivi. Chi più cerca più trova o mi sbaglio?
Vero, i numeri sono maggiori anche per quello, ma noi in ospedale abbiamo visto aumentare il numero dei pazienti. Anche nella prima ondata i pazienti arrivavano in pronto soccorso, ma non abbiamo mai avuto pazienti nella sala d’attesa o nei corridoi sulle barelle. Il virus si è diffuso di più. Nella storia delle pandemie è sempre così, c’è una prima ondata bella tosta dove la sopravvivenza è difficile ma nella seconda il contagio è maggiore. Le ondate sono sempre due o tre e la seconda è la peggiore. Alcuni studiosi definiscono la prima ondata una mietitura, muoiono tutti, nella seconda si ammalano tutti ma la mortalità è più bassa. Sono maggiormente a rischio le persone fragili ma va detto che le conoscenze mediche attuali ci permettono di curare la malattia e forniscono le regole per la protezione. Speriamo ovviamente che non arrivi la terza ma nella storia è comunque sempre la più debole perché nel frattempo un po’ di anticorpi si formano e conosciamo di più come difenderci.

Se la sente di fare un pronostico su quando potremo riprendere una socializzazione normale senza mascherine?
Per poter socializzare e riprendere le relazioni interpersonali spero e credo che dovremo aspettare l’estate ma per togliere le mascherine ed essere fuori pericolo dovremo aspettare un altro anno. Per togliere la mascherina la malattia non deve più essere in giro, o perchè l’hai già contratta o perchè vaccinato, insomma ci deve essere una sorta di immunità di gregge. Ci vuole tempo perché basta che si riaccenda un focolaio per rientrare in emergenza. Purtroppo con queste nuove malattie è così.

E lavorare in pronto soccorso com’è?
Il pronto soccorso è la porta di entrata di un ospedale. Noi è dai primi anni 2000 che siamo pronti a una pandemia. Pensiamo alla SARS che per una serie di circostanze fortunate non ha coinvolto l’Italia. Lo stesso vale per Ebola.

Sì però qualche caso c’è stato anche in Italia eppure non c’è stata la diffusione. Perchè?
Perchè è il tipo del virus che è diverso, seppure siano tutti virus presenti negli animali che poi sono passati sull’uomo. Sono virus a cui noi non siamo abituati e loro non sono abituati a noi. Lo scopo del virus è quello di replicarsi non di ucciderti altrimenti morirebbe anche lui quindi quando salta da una specie all’altra deve trovare un adattamento. In questo frattempo succede l’ecatombe. Il raffreddore non ci uccide più perchè lo conosciamo da milioni di anni. Questo invece è nuovo. Il virus sta già mutando e di solito evolve in forme meno morbose e aggressive perchè non è nel suo interesse ucciderti in quanto ha la necessità di sopravvivere. Questo processo però ci mette del tempo.

Ecatombe è un termine che fa quasi paura ma descrive bene la situazione. In questo frangente così delicato e sofferto quanto conta la relazione con i pazienti?
Umanamente per i pazienti non è facile, soprattutto per i più anziani che si vedono curati da persone tutte intabarrate, senza il conforto dei parenti. Per questo c’è bisogno di star loro vicini. La struttura sanitaria ci ha dotato di tablet, così da poter metterli in contatto con i familiari. Si cerca di dar loro il maggior conforto possibile, soprattutto a quelli più disorientati. Si cerca di essere più comprensivi e pazienti perché come dicevo prima la paura spesso porta anche degli atteggiamenti e delle reazioni strane e inusuali. E’ necessario rassicurare i pazienti e anche i parenti all’esterno. E’ diventato carico del lavoro del medico anche telefonare quotidianamente alle famiglie per aggiornarle sugli sviluppi e sulla condizione fisica del paziente.

Mentre parliamo la sento sereno nonostante il carico di sopportazione che ha sulle spalle. Questo mi rincuora.
Fa parte del mio carattere, sono fatto così. Quando sono al lavoro penso a quali sono i miei doveri non alle mie preoccupazioni. Da gessista, quasi un lavoro creativo perché nessun gesso è uguale all’altro e con turni più distesi, sono stato spostato a 55 anni nuovamente in prima linea ma mi ci trovo bene perchè è stato il mio ambiente per 25 anni, seppur il ritmo sia bello incalzante ma c’è la crisi e bisogna farne fronte. Tranne i colleghi che per motivi di salute o di età non hanno potuto, gli altri sono stati spostati. A Villafranca tutti i reparti sono stati convertiti, medici e chirurghi sono nei reparti Covid con i malati meno gravi che non hanno bisogno di terapie particolari. Il terzo piano invece è stato trasformato in una terapia semintensiva (Ndr pazienti con ventilatori per l’assistenza alla respirazione) perché questo virus, come è noto, provoca una polmonite massiva quando si manifesta. Ultimo step la terapia intensiva dove i pazienti sono intubati con tutto il carico di lavoro che ne consegue. Qui il numero dei letti è stato raddoppiato da 10 a 20 e le ragazze di pediatria sono tutte passate in questo reparto. I nuovi 10 posti sono stati ricavati chiudendo le sale operatorie questo ovviamente comporta che non si fa più attività chirurgica.

Se penso a un chirurgo che non può più operare o a un’infermiera di pediatria che non può più relazionarsi con l’innocenza dei bambini non posso evitare di leggere in questa situazione della insofferenza. Potrebbe essere una situazione demoralizzante per voi operatori sanitari?
Questa situazione richiede un grande spirito di adattamento. Alla fine della prima ondata ci stavamo lentamente riprendendo, qualche piccola attività riapriva ma poi con la seconda ondata abbiamo dovuto richiudere tutto. Adesso non so, aspettiamo di vedere come va. Come dicevo, in questi ultimi giorni i numeri stanno migliorando quindi speriamo bene anche perchè Villafranca è un ospedale relativamente nuovo che stava iniziando la sua attività completa. In passato si sono chiuse troppe strutture, bisognava fare sempre con meno, meno personale, meno ricoveri, ritmi sempre più serrati. Poi succede una cosa come questa e non sei pronto. Investire nella sanità è sempre stato visto come uno spreco di denaro pubblico ma alla fine se non c’è la salute non c’è neanche tutto il resto. Il problema di questo meccanismo è stato fare tagli lineari come sono stati fatti. Non si può tagliare un intero ospedale, bisogna tagliare quello che non funziona o lo spreco. La sanità funzionava meglio finché era diretta dai professionisti, averla affidata ai politici l’ha affossata perchè per dirigerla servono persone competenti che ne capiscono i meccanismi. Forse questa crisi servirà a capire che bisogna mettere le persone giuste nel posto giusto. L’emergenza ci ha messi nel panico perché in passato abbiamo permesso la politicizzazione degli ospedali a discapito della loro funzionalità.

In accordo con Andrea chiudiamo l’incontro con la speranza di tempi migliori perché siamo tutti esausti della situazione. Giovani, anziani, imprenditori, disoccupati, nessuno escluso. A tutti è stato tolto qualcosa e tutti dovremmo rimboccarci le maniche per recuperare quanto perso e ritornare a una situazione normale.