La Mensa di San Bernardino a Verona: Dove il cibo diventa accoglienza, assistenza e rispetto

Dietro una porta in ferro, situata circa a metà di un lungo muro di cinta di un cortile al cui interno svettano alti cipressi, si cela un mondo tutto da scoprire. Siamo in via Aurelio Saffi a Verona in zona quartiere San Zeno. Avvicinandosi si notano una scritta sopra l’ingresso e delle targhe sulla destra che la identificano associandola ad una proprietà: Mensa di San Bernardino.

Ogni giorno della settimana, a determinati orari, questa porta si apre lasciando entrare bisogni, sofferenze, richieste di aiuto, ricerca di dialogo e contatto umano che vengono accolti e ascoltati. Nei limiti di ciò che l’organizzazione e la struttura permettono, un sostegno, un pasto caldo, un ascolto e un aiuto non vengono negati a nessuno.

Dal web apprendiamo che la struttura conventuale di San Bernardino, la cui edificazione risale al 1454, è un complesso dedicato a Bernardino da Siena, vissuto a cavallo tra il 1300 e il 1400 e proclamato santo nel 1450, che fu un francescano e teologo appartenente all’ordine dei frati minori. Il convento servì, di volta in volta, sotto i francesi, gli austriaci e il Regno d’Italia come ospedale, cimitero cittadino, magazzino e collegio. Pur con scopi diversi ha mantenuto quindi nei secoli la sua vocazione di struttura di accoglienza.  Della realtà di San Bernardino avevamo parlato in una precedente intervista a Fra Beppe Prioli, Fra Lupo tra i detenuti.

Lì incontriamo Fra Francesco Velluto, Frate Minore, Direttore della Mensa, per farci raccontare un po’ di questa realtà così vicina ai bisogni di chi vive ai margini della società. Francesco, che è abruzzese, originario della provincia di Pescara, vive ed opera nella struttura assieme ad altri dieci confratelli. 

Sono entrato nella confraternita ci racconta – nella ex provincia dell’Emilia Romagna. Nel 2016 poi le sei provincie dall’Emilia Romagna in su sono state unificate in un’unica Provincia dei Frati Minori. L’ordine Francescano si suddivide in tre famiglie: Frati Minori, di cui faccio parte anch’io, Frati Cappuccini e Frati Conventuali. La diversificazione, avvenuta nei secoli, venne dettata da visioni diverse di come interpretare la Regola di San Francesco. A Verona si trovava, in questa sede, lo studio teologico francescano interprovinciale per i frati minori. Io vi sono arrivato undici anni fa e cinque anni fa ho conseguito il Baccalaureato in Teologia. L’esigenza di sostituire un frate nella gestione del servizio mensa di San Bernardino mi ha portato ad assumere questo incarico. Le mutate esigenze poi hanno portato il trasferimento della sede degli studi teologici presso il seminario in centro a Verona”.

Da un vecchio documento, trovato negli archivi, Francesco fa risalire la nascita del servizio mensa a trent’anni fa. Fino al 2010 l’accoglienza era limitata a circa cinquanta ospiti e l’area del convento dedicata loro aveva uno spazio limitato. Esisteva una sola doccia disponibile ai bisogni di igiene degli ospiti. Con l’aumentare delle persone da assistere i frati decisero di ampliare la struttura di accoglienza allestendo una parte più grande del convento per arrivare all’attuale spazio dedicato al servizio.

L’attuale mensa – spiega Francesco – accoglie fino a circa 100 persone in contemporanea per il vitto. Dal lunedì al sabato vengono offerte la colazione, tra le 9.00 e le 10.00, e i pranzi, tra le 11.00 e le 11.30. Oltre a ciò cerchiamo anche di incontrare le esigenze degli ospiti che devono poter curare la propria igiene. Dalle 09.00 alle 10.30, tranne il lunedì e il giovedì, viene erogato anche il servizio doccia (ne abbiamo sei disponibili) e, a chi ne ha esigenza, viene garantito un cambio di biancheria intima. Non abiti, solo biancheria. Riusciamo a soddisfare massimo venti utenti docce al giorno. Il mercoledì, quando è possibile, un volontario si presta al taglio dei capelli. Viene poi anche fornito un servizio di Centro di Ascolto i cui spazi, il sabato, vengono destinati ad ambulatorio medico con la presenza dei Medici per la Pace volontari. Il giovedì pomeriggio, tra le 13.30 e le 14.30, sono presenti, sempre a titolo gratuito, gli Avvocati di Strada che fanno consulenza agli ospiti che hanno necessità. Il lunedì è presente anche una Counselor che fornisce ascolto attivo. Da qualche mese, il lunedì, sono presenti anche dei rappresentanti del Community Center”.

Quest’ultimo è un progetto che opera nel servizio dell’ascolto attivo nato dall’iniziativa dell’Associazione One Bridge to Idomeni che, come assegnataria di un bando, ha lo scopo di monitorare e coordinare i servizi di assistenza presenti sulla provincia di Verona. Idomeni è un piccolo villaggio sul confine greco-macedone, dove, tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, più di diecimila persone migranti che percorrevano la rotta balcanica si trovarono bloccate dalle nuove misure europee di chiusura dei confini. È una organizzazione che si occupa quindi di dare assistenza e accoglienza a persone escluse da integrazione e diritti. A Verona si preoccupano di dare supporto alle persone migranti appena arrivate e scoperte da qualsiasi livello di assistenza.

Nei giorni di martedì, mercoledì e venerdì – prosegue Francesco nella narrazione dei servizi erogati – è presente in struttura una rappresentanza della Comunità dei Giovani che possiamo definire come una associazione che è il “braccio operativo” dei Servizi Sociali del Comune di Verona. La loro assistenza si rivolge in particolare a chi è in regola con i documenti di soggiorno”.

La dimensione dei servizi di accoglienza svolti dalla Mensa di San Bernardino che mi racconta Francesco mi impressiona profondamente.

Sono attualmente centocinquanta i volontari a libro soci che operano alla mensa – specifica Francesco – assicurati per malattie e infortuni, così come previsto dalle normative. Lo sono per tramite di un’associazione con cui sono tesserati. Sono circa cento/centodieci quelli che operano effettivamente con una presenza giornaliera che varia dalle dodici alle quindici unità. Tra i volontari che vogliono prestare il loro servizio viene fatta una sorta di cernita iniziale per verificare, in profondità, le intenzioni che li spingono a entrare a far parte di questa comunità di assistenza. Il bene degli ospiti deve essere la priorità assoluta. Devono essere mossi anche da un desiderio di crescita nelle relazioni”. 

La parola ospite è pronunciata con reverenza e rispetto sia da Francesco sia dai volontari che prestano la loro opera. È sinonimo della volontà di accogliere per “operare nel perseguimento di finalità e obiettivi del tutto coerenti con il carisma francescano: il rispetto dei diritti umani, la solidarietà, la giustizia e la tutela dell’ambiente per una convivenza fraterna e pacifica tra tutti gli uomini”, così come citato sul sito della Fondazione Fraternitas dei Frati Minori. Alla mensa non si fanno distinzioni di nazionalità, religione, razza o cultura. L’accoglienza e rivolta a tutti.                   

All’incontro con Francesco sono presenti anche due ospiti: Sami, originario della Tunisia, e Callisto, originario dal Messico. Intrattengo con loro una piacevole chiacchierata.

Sono arrivato in Italia nel 2001 – ci racconta Sami – ed ho avuto i documenti di permanenza nel 2003. Ho girato poi per lavoro altri Paesi europei. Uno degli ultimi la Svezia per poi ritornare qui a Verona. Ho studiato Perito Informatico in Francia prima di tornare in Tunisia. Ho fatto diversi lavori, quello che si trovava. A 60 anni ora si fa fatica a trovare una collocazione nel lavoro per cui – mi dice ancora Sami con gli occhi che brillano – cerco di rendermi utile qui alla Mensa dando una mano. Cosa che faccio da circa due anni. Questa cosa mi fa stare bene, mi fa sentire utile. Mi fa vivere il senso di famiglia e di amicizia. Venendo qui tutti i giorni, oltre a prestare la mia opera, conosco tutti i volontari e la gran parte degli ospiti. Dai quali ho rispetto e riconoscenza. Mi sento uno di loro sia nella veste di volontario che di ospite. Degli ospiti comprendo e in parte conosco le storie di vita”.

“Anch’io sono arrivato per la prima volta ormai diversi anni fa in Italia, nel 1998 – ci racconta Callisto – per poi ritornare in Messico. Sono originario di Durango, una città a Nord del Messico vicino ai confini con il Texas. È la città in cui è nato Pancho Villa. Nella vita ho fatto l’elettricista di cabine dell’alta tensione. Pensavo di portare qui anche tutta la famiglia, ma mia moglie era contraria. Ho tre figli che ormai sono grandi. Sono anche nonno. Nel 2023 sono andato via dal Messico e sono tornato qui. Là la vita diventa ogni giorno sempre più difficile a causa della violenza e della delinquenza. È una convivenza che non riesco più a sostenere. Sono sempre stato affascinato dall’Italia, che mi è sempre piaciuta: per la storia e la cultura su cui ho letto molto. Sono ritornato con l’intenzione di rimanere. Ho fatto richiesta di asilo politico e le pratiche stanno procedendo. Non sono andato scuola da piccolo ma la vita mi ha insegnato tante cose. Ho sempre sentito Dio vicino a me e ritengo la legge della reciprocità una legge universale. Ho ricevuto molto, anche qui a Verona ora, per cui, se i Frati me lo concedono, donerò del mio tempo alla Mensa. Quando si riceve bisogna saper donare, la reciprocità e un cerchio che non ci chiude mai. Il dare fa sentire felice l’uomo e lo migliora. Sono profondamente colpito da quello che la città di Verona mi ha donato”.

Riprendo il filo della chiaccherata con Francesco. La Mensa di San Bernardino è strutturata anche con personale retribuite. Del resto è impensabile che organizzazioni che erogano certi livelli di servizio possano farlo solo con l’ausilio di volontari. C’è la cuoca Adelina che si occupa di preparare i pasti sia per gli ospiti che per i Frati. La cuoca è supportata ogni giorno da un volontario. C’è poi Letizia, arrivata dalla Francia più o meno nello stesso periodo in cui Francesco è arrivato in struttura, che ha iniziato come volontaria e che da sei anni ha un ruolo permanente nell’organico come coordinatrice.

Gli ospiti provengono, come si diceva, da diversi paesi: una predominanza dal continente africano, da Marocco e Tunisia ma anche da Paesi del centro come Senegal o Tanzania, da Paesi dell’est Europa, Romania in particolare, dall’est asiatico, come India, Sri Lanka e Pakistan. Ma ci sono anche diversi italiani, anche veronesi.

Alla Mensa sono rappresenti estremi opposti: sia chi viene in Italia e non ha documenti e quindi non gode di diritti e sono i cosiddetti “invisibili”, sia i cittadini italiani che, pur avendo residenza e un tetto sotto cui vivere ed essendo avanti con gli anni, non hanno famiglia e relazioni o le hanno saltuarie e la solitudine li spinge a cercare relazioni alla Mensa.

Una stretta di mano, una parola, una chiacchiera o anche l’offerta di una sigaretta  ci dice Francesco – fa sentire gli “invisibili” esseri umani…Sono gesti semplici che riempiono loro il cuore. In fin dei conti non facciamo chissà quali cose: eroghiamo servizi primari a bassa soglia e cerchiamo di mettere in relazione e mettiamo in rete i nostri ospiti con servizi di assistenza erogati da enti preposti o da organizzazioni di volontariato”.  Mi colpisce ulteriormente questo racconto nell’umiltà con cui Francesco la narra.

La parola umiltà è scritta a fondo nella Regola di San Francesco. Ma nel pensare ai servizi della Mensa definiti, con grande rispetto, a “bassa soglia” da Francesco, non posso non ricordare una frase detta da una persona che ha fatto del dono di sé agli altri la sua vita: “Sappiamo bene che ciò che facciamo non è che una goccia nell’oceano. Ma se questa goccia non ci fosse, all’oceano mancherebbe”. Era Madre Teresa di Calcutta.

La cosa più bella che possa accadere – racconta con un filo di emozione Francesco – è quando gli ospiti non li vediamo più. Magari passano a salutarci e a ringraziarci. Significa che hanno trovato un lavoro e riescono a dare dignità alla loro vita. E magari tutto ciò è stato reso possibile dalla nostra rete e dal passaggio dalla Mensa. È una gioia che riempie il cuore, sono belle storie di riscatto sociale. Ne ricordo una in particolare, la storia di Gianfranco. Aveva perso tutto: la famiglia in un incidente stradale, il lavoro per problemi di salute, dormiva in macchina, si è ritrovato in un baratro. La mattina però, svegliandosi, si diceva: la Mensa quantomeno mi dà la possibilità di non preoccuparmi per il mangiare, le mie energie le posso dedicare a trovare un lavoro. Adesso vive con una nuova compagna ed ha un lavoro stabile”.

In questo momento, a San Bernardino, si cercano volontari che diano una mano soprattutto alle docce e all’accoglienza alla porta, disponibili quindi ad un approccio di relazione. In cucina per fortuna ad oggi c’è abbondanza. Sami, l’amico di cui abbiamo parlato sopra, oltre ad essere volontario è stato incluso anche nel progetto della Regione Veneto Reddito di Inclusione Attiva (RIA), una misura di contrasto alla povertà per l’inclusione di soggetti che vengono individuati dai Servizi Sociali del Comune di Verona, in collaborazione con gli altri partner coinvolti nel progetto, tra le persone già in carico al servizio. La prestazione viene economicamente retribuita.

Quando la provvidenza manda alla Mensa donatori e sostenitori, essi vengono accolti a braccia aperte. C’è un forte sostegno del Banco Alimentare alle necessità di vitto della mensa.

Tra le priorità c’è l’acquisizione di un cuocipasta, una attrezzatura adatta a gestire volumi di cottura superiori al normale. Quella attualmente in uso risente del passare degli anni e la manutenzione potrebbe non essere consigliata per i costi da sostenere. Se la provvidenza strizza l’occhio alla Mensa, come spesso fa, si fa affidamento su una donazione così da destinare le risorse economiche ad altre priorità della struttura.

Concludo questo piacevolissimo incontro con una considerazione personale: c’è una città, Verona, che sa dare il meglio di sé quando esprime la sua solidarietà attraverso l’esteso movimento umano del volontariato che la contraddistingue e nella coscienza civica che sa far evolvere.

Una città da amare perché sa essere, nel limite dell’“umanamente possibile” e nelle coscienze di chi si fa coinvolgere, una città di inclusione. Sa essere non giudicante delle storie e delle scelte di vita delle persone e sa far prevalere accoglienza e ascolto. Non è vero che vi prevale la cultura del ognuno pensa per sé.

Le storie di vita di luoghi come la Mensa di San Bernardino e molti altri, l’opera dei tanti volontari, l’opera dei Frati e dei loro collaboratori e degli ospiti come Callisto e Sami sono gocce che tengono vivo l’oceano del sentirsi umanamente coinvolti nelle vite e nelle sorti di altri. Che, a mio parere, è una delle azioni più importanti che saremo chiamati a compiere, in futuro, per le nostre vite e per quelle dei nostri figli.

Le foto del servizio sono di Mario Pachera.

Alfredo Cottini
Sono nato a Bussolengo l'8 ottobre 1966. Risiedo a Lugagnano sin dalla nascita, ho un figlio. Sono libero professionista nel settore della consulenza informatica. Il volontariato è la mia passione. Faccio parte da 30 anni nell'associazione Servizio Operativo Sanitario, di cui sono stato presidente e vicepresidente. Per diversi anni sono stato consigliere della Pro Loco di Sona. Amo il mio cappello da Alpino per quello che rappresenta. Ritengo che la solidarietà, insita nell’opera del volontario, sia un valore che vale la pena vivere ed agire. Si riceve più di quello che si dà. Considero la cooperazione tra le organizzazioni di volontariato di un territorio uno strumento utile per amplificare il valore dei servizi, erogati da ognuna di esse, al cittadino