La mano di Re Mida. Sei cose da sapere prima di investire in Bitcoin

Come esperimento mentale, immagina che esista un metallo comune scarso come l’oro, ma con le seguenti proprietà: con un colore grigio noioso, scarso conduttore di elettricità, non particolarmente resistente, inutile per scopi pratici o ornamentali e una proprietà speciale, magica: può essere trasportato su un canale di comunicazione“.

Attraverso queste criptiche parole Satoshi Nakamoto l’8 gennaio 2009 rilasciò il primo codice di Bitcoin, una delle primissime monete digitali introdotte sui mercati finanziari. Oggi la lista delle criptovalute esistenti supera le otto mila, ma quelle di riferimento sono una ventina al massimo, a partire dal Bitcoin, seguito da Ethereum, Ripple e Litecoin.

Dalle citazioni di visionari come Elon Musk, il CEO di Tesla, alle esperienze di nostri amici o conoscenti, il racconto del Bitcoin è alquanto ricorrente e si presenta sempre più spesso come un investimento allettante per qualsiasi risparmiatore. Premesso che ognuno è libero (per fortuna) di investire i propri (sudati) risparmi come crede, è tuttavia opportuno avere presente sei cose prima di convertire i propri soldi in Bitcoin o in qualsiasi altra criptovaluta.

  1. Che cos’è

Prima di investire i nostri soldi in Bitcoin o in qualsiasi altro asset finanziario (perdonateci per gli inglesismi, ma in finanza è difficile farne a meno) occorre sempre aver definito i propri obiettivi di investimento e, soprattutto, sapere in cosa si investe. Possiamo definire la criptovaluta, dunque, come una transazione digitale che avviene tra un mittente e un destinatario. Lo scambio avviene sulla blockchain (“catena di blocchi”), un registro digitale pubblico che raccoglie tutte le transazioni in ordine cronologico e in modo criptato.

  1. Investimento, non moneta

Il Bitcoin e le altre cripto non possono oggi essere detenute in quanto monete, proprio perché faticano a possedere le proprietà della moneta tradizionale: comprare beni o servizi attraverso valute digitali non è (ancora) accettato da tutti (va bene, ha fatto notizia la possibilità di comprare auto Tesla in Bitcoin, ma coloro che accettano pagamenti in Bitcoin, dai supermercati ai ristoranti, si contano sulle dita di una mano); la proprietà di riserva di valore è ancora un miraggio, dato che l’andamento del Bitcoin, come vedremo tra poco, assomiglia al volo di un ottovolante; proprio per la sua scarsa diffusione nel mercato reale difficilmente riesce a essere considerata come base comune per confrontare i prezzi. Solo il tempo ci svelerà se le cripto riusciranno a divenire monete effettive; ma oggi non possono essere altro che un asset d’investimento.

  1. Rischio e rendimento non per tutti

In finanza esiste una regola base: maggiore è il rendimento, più alto è il rischio. Investire, dunque, in un titolo tanto remunerativo espone l’investitore a oscillazioni dei prezzi profonde e nervose. L’andamento del tasso di cambio del Bitcoin in dollaro, ad esempio, è stato stellare negli ultimi tre anni:

ma la volatilità è tutt’altro che contenuta:

Ciò significa che rispetto alla media mensile i rendimenti giornalieri salgono e scendono bruscamente (anche del 20%). Convertire i propri risparmi in Bitcoin e inserirli nel proprio portafoglio finanziario dev’essere, dunque, una scelta cauta e ponderata, circoscritta, ad esempio, al 2-3% del proprio patrimonio (mai e poi mai mettere tutte le uova nello stesso paniere, ma sempre pianificando e diversificando i propri risparmi). Comprare Bitcoin, pertanto, è altamente sconsigliato a chi è avverso al rischio: chi, ad esempio, è entrato nel mercato della criptovaluta nel dicembre 2017, ha dovuto metabolizzare una perdita dell’85% prima di rivedere la luce in fondo al tunnel. Ritrovarsi con 150 euro a fronte di 1.000 investiti non sono facili da reggere psicologicamente. Senza considerare il rischio di perdere tutto.

  1. Si può davvero perdere tutto

Non sono solo le parole della Financial Conduct Authority, un organismo di vigilanza istituzionale del Regno Unito (al pari della Consob in Italia), ma è un rischio effettivo testimoniato da molteplici episodi di cronaca di chi non ha più rivisto i propri risparmi, anche a seguito di proposte di guadagno mirabilanti, poi rivelatesi delle vere e proprie truffe. Le transazioni in Bitcoin avvengono in mercati non regolamentati, in cui gli operatori non sono sempre così trasparenti, e la loro negoziazione non è certo banale, dato che occorre operare tramite il proprio portafoglio digitale e un complesso sistema di password. Dei 18,6 milioni di Bitcoin oggi in circolazione oltre 3,4 milioni sono stati “smarriti” (per sempre), vuoi per la perdita del codice identificativo vuoi per il decesso del possessore, dato che in mercati non regolamentati non esiste una normativa successoria che, quantomeno, tuteli legalmente i patrimoni dei risparmiatori.

  1. Inquinamento

Il processo di assemblaggio delle varie transazioni nella blockchain e della successiva “estrazione” di nuovi Bitcoin attraverso algoritmi e complessi calcoli matematici è associato a un enorme dispendio di energia. Alcuni ricercatori hanno stimato un consumo di energia di 45,8 Terawattore, pari a un’emissione di circa 22,5 tonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera. Circa la stessa quantità emessa da una città come Kansas City, di mezzo milione di abitanti.

  1. Assenza di asset reali

Tutto ciò che ha un prezzo possiede anche un valore, dalle azioni di una società alle obbligazioni emesse da uno Stato, dalle materie prime (come l’oro o il petrolio) alla moneta stampata dalle Banche centrali. Anche il valore di una moneta (tradizionale) dipende da diversi fattori reali, come la produttività, il tasso di crescita del Pil e il tasso (e le aspettative) d’inflazione; il recente caso della Lira turca è un esempio calzante. I Bitcoin, d’altro canto, non sono né un’azienda né uno Stato, in quanto immateriali e assolutamente slegati da parametri oggettivi in senso stretto. Si può ricorrere a modelli matematici più o meno approssimativi per spiegarne il valore attuale o futuro. Tuttavia, senza fondamentali economici risulta arduo attribuire una direzione al prezzo delle criptovalute nel breve, medio o lungo termine.

Tornano alla mente le parole di Warren Buffet: “Il prezzo è quello che paghi. Il valore è quello che ottieni”. Finché i Bitcoin continueranno a essere scambiati nei mercati finanziari, sarà la legge più antica dell’economia a determinare i prezzi della criptovaluta: l’equilibrio tra la domanda e l’offerta.