La mano di Re Mida. La paghetta ai bambini è utile per l’educazione finanziaria?

Non occorre girarci troppo intorno: l’educazione finanziaria è un tallone d’Achille per il nostro Paese, collocato tra gli Stati più economicamente avanzati al 25° posto, preceduto solo da Malta. Sotto la media, in particolare, vi sono i soggetti con basso titolo di studio, le donne e i giovanissimi.

È risaputo, infatti, che giovani e finanza sono due mondi distinti, ma l’ultima indagine OCSE-Pisa accende qualche segnale di allarme: su un campione di oltre 9 mila studenti quindicenni frequentanti vari indirizzi scolastici, è emerso che solo il 79% di questi raggiunge la sufficienza, contro una media Ocse dell’85%. Inoltre, stando allo studio, circa uno studente su cinque non possiede le competenze minime necessarie per prendere decisioni finanziarie responsabili e ben informate.

Dare la paghetta ai propri figli fin dalla tenera età è utile a risolvere questo problema?

Nonostante consulenti ed esperti in materia finanziaria ritengano la paghetta uno strumento utile per educare i propri figli a gestire le loro (piccole) entrate monetarie, e quindi ad aumentare il livello di educazione finanziaria, diverse ricerche indicano che in Italia non c’è un legame diretto tra la paghetta e lo sviluppo di competenze finanziarie.

Nel nostro Paese non esistono, infatti, evidenze robuste che dimostrino che la paghetta sia un metodo utile a sviluppare competenze finanziarie. Questo, d’altro canto, può essere valido in altri Stati, come l’Olanda o gli Stati Uniti, ma non in Italia. Il motivo non è solo da ricercare nella cultura, nelle tradizioni e nelle abitudini che possediamo, ma anche nella concezione verso la pianificazione finanziaria.

Serve a poco la paghetta ai figli, infatti, come incentivo a risparmiare e pianificare se gli stessi genitori hanno una concezione del denaro come spesa del presente (o da effettuare nel breve termine) o una scarsa attenzione ai rischi o agli investimenti nel lungo termine. Basti pensare, ad esempio, che in Italia parlare di pianificazione successoria è (ancora) un tabù; o che gli italiani sono un popolo che non ama i rischi né (paradossalmente) le assicurazioni; o ancora che la pensione è sempre vista come un miraggio, ma comunque un bisogno del cittadino di cui si farà (sempre?) carico lo Stato.

In Italia le variabili principali che agiscono sulle competenze finanziarie sono, in primo luogo, le abilità matematiche e di lettura, ma anche l’aver fatto dei “lavoretti”. Tuttavia, un bambino, se va male a scuola, non è destinato a diventare uno spendaccione o a non capire nulla di finanza; altre ricerche confermano, infatti, che alla buona gestione dei risparmi contribuiscono anche il livello di autonomia che il genitore trasmette al figlio, la capacità di fare fare budget e la curiosità verso la finanza di base.

Le “mance” fine a se stesse servono a poco se non accompagnate dalla capacità di porsi degli obiettivi o di collocarsi in un’ottica di pianificazione: è fondamentale, infatti, far ragionare i propri figli sui concetti di orizzonte temporale (e quindi di risparmio di breve termine e progettualità di medio termine), sul ruolo del denaro per coltivare il proprio capitale sociale e sulla (imprescindibile) diversificazione.

Un progetto didattico (che può essere adattato in qualsiasi contesto familiare), in grado di accogliere questi spunti e rivolto a bambini tra gli 8 e i 10 anni, è quello della “Torta dell’economia”, attraverso il quale si aiuta il bambino a costruire il proprio salvadanaio, a forma di torta e diviso in 4 “fette” etichettate come “risparmio”, “progetti per il futuro”, “regalo”, “solidarietà”. Uno strumento, dunque, che può essere uno stimolo (o il punto di partenza) per porre le basi di quella che in futuro sarà la pianificazione finanziaria.

Dare i soldi a Natale, ai compleanni o in occasioni di altre festività, per la promozione scolastica o quando cade il dentino non è solo un incentivo ricorrente nelle abitudini della nostra società, ma anche uno strumento per creare un rapporto di fiducia e reciprocità all’interno delle relazioni familiari. Alla luce di ciò, il denaro, che sia nel salvadanaio (diviso in quattro “fette”) dei nostri figli o sul nostro conto corrente, merita una gestione consapevole e responsabile, non solo per raggiungere un buon livello di benessere finanziario, ma anche a un rapporto appagante e sincero tra figli e genitori.

Gianmaria Busatta
Nato nel 1994 e originario di Lugagnano, scrive per il Baco dal 2013. Con l'impronta del liceo classico e due lauree in economia, ora lavora con numeri e bilanci presso una società di servizi. Nel (poco) tempo libero segue con passione la politica e la finanza e non manca al suo inderogabile appuntamento con i nuovi film al cinema (almeno) due volte a settimana. E' giornalista pubblicista iscritto all'ordine dei giornalisti del Veneto.