La mano di Re Mida. Il risparmio, ovvero l’indice della paura

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In finanza gli esperti si servono di un indice per misurare le oscillazioni dei prezzi nei mercati. L’indice in questione è il Vix, più noto come Indice della paura. Il Vix cattura la variabilità attesa degli operatori finanziari circa le opzioni sul S&P 500, l’indice che racchiude i 500 titoli più importanti degli Stati Uniti.

L’andamento del Vix misura, pertanto, la temperatura dei mercati: fissata la soglia dei 25-30 punti, l’indice è sinonimo di ottimismo e tranquillità quando registra valori inferiori, ma diviene espressione di nervosismo e tensione quando supera tali valori. Più è alto, maggiore è l’incertezza degli operatori, raggiungendo, talvolta, stati di panico collettivo. Difficile dimenticare il crollo delle Borse dello scorso marzo (il Vix aveva sfiorato gli 83 punti) o le conseguenze del fallimento di Lehman Brothers nel 2008.

Elaborazione del Baco su dati di Yahoo Finanza

Calandoci nella realtà di tutti i giorni, è possibile percepire cogliere il senso di incertezza osservando il tasso di risparmio delle famiglie: rinunciare ai consumi e rimandare gli investimenti, congelando i propri risparmi nei conti corrente o custodendoli sotto il materasso, significa prepararsi al peggio in attesa di tempi migliori.

Il tasso di risparmio in Italia a gennaio era pari al 7,9%, per poi salire al 13,3% a marzo e assestarsi al 18,6% dopo il primo semestre, a un livello inferiore rispetto alla media europea (24%). Ciò non significa, tuttavia, che gli italiani sono più propensi ai consumi rispetto, ad esempio, agli spagnoli, che registrano un tasso di risparmio medio pari al 31,13% (risparmiano di più, quindi consumano di meno).

Fonte: Istat

Occorre, infatti, stabilire un minimo comun denominatore per confrontare i valori. Questo è il potere di acquisto. A causa di un’inflazione non costante né omogenea in Europa dal 2001 a oggi, con un reddito di 1.000 euro in Italia, Germania o Spagna non si possono acquistare i medesimi beni o servizi al medesimo prezzo. L’Italia, infatti, è stata vittima dell’effetto corrosivo dell’inflazione: è diminuito il potere d’acquisto, quindi c’è meno reddito da impiegare.

Calano i consumi, la domanda si contrae, l’offerta si adegua al ribasso, cresce la disoccupazione e si alimenta la spirale recessiva. Domanda sul taccuino: che fare?

Per uscire dal presente circolo vizioso occorre che la politica sia in grado di diradare la nebbia dell’incertezza, trasmettere stabilità a cittadini, consumatori e investitori, nel bene e nel male. Tra una chiusura certa e definita delle attività economiche (lockdown è un inglesismo sinistro che eviteremo di usare) e il dubbio che a breve non si potranno esercitare alcune attività produttive, è sicuramente preferibile (meno peggio) la prima opzione.

Se i termini sono definiti o determinabili, l’incertezza non sgonfia le aspettative sul futuro. Se il DPCM del 24 ottobre non fosse stato così affrettato, ma anticipato con chiarezza e con effetti attivabili a seconda dell’andamento della curva epidemiologica, probabilmente qualcuno avrebbe dirottato l’acquisto di un carnet di biglietti del cinema verso un abbonamento TV a pagamento, o avrebbe rinunciato all’iscrizione in palestra per acquistare qualche attrezzo da utilizzare tra le mura domestiche. Idem per quelle attività produttive che necessitano di pianificazione e programmazione per lo svolgimento della loro attività.

Come in finanza per sfuggire all’incertezza gli investitori vendono (e il prezzo dei titoli scende), così nell’economia reale in una situazione di confusione e vaghezza è più facile per i soggetti economici rimandare la spesa e gli investimenti a data da destinarsi.