La mano di Re Mida. Il fondo pensione ai propri figli: un regalo lungimirante e previdente

Il benessere e la sicurezza dei propri figli sono oggetto di un’attenzione costante (e naturale) di tutti i genitori. Eppure, la preoccupazione per il loro futuro non è sempre previdente nel modo più corretto. Perché, come scriviamo da sempre in questa rubrica: risparmiare è bene, ma pianificare è meglio; e prepararsi oggi per proteggersi dai rischi e affrontare le (in)certezze del futuro significa, finanziariamente parlando, sfruttare il tempo come un alleato prezioso.

Quindi, non è mai troppo presto per parlare di pensione. Nemmeno per mia figlia, che ha poco più di sette mesi ed è (già) titolare di un fondo pensionistico. Di primo acchito è strano e (quasi) paradossale pensare a un fondo pensione per i propri figli ancor prima che inizino a parlare, eppure si tratta di una scelta dettata da una serie fattori tutt’altro che trascurabili.

Il primo è il progressivo e (quasi) inevitabile invecchiamento della popolazione italiana: oggi, secondo l’ultimo censimento Istat, a ogni bambino con meno di sei anni corrispondono poco più di cinque anziani (5,6). Nel 1971 si contava un anziano per ogni bambino. Secondo le previsioni dell’istituto di statistica, lo sbilanciamento tra anziani, giovani e bambini potrà comportare nel 2050 un rischio collasso sulle pensioni: se oggi il rapporto persone in età di lavoro (15-64 anni) e non lavoratori (0-14 e 65 anni e più) è tre a due, nel 2050 rischierà di essere uno a uno, con tutti i rischi legati alla sostenibilità delle finanze pubbliche e del sistema pensionistico italiano.

Pertanto, pensare a una pensione di scorta non è più un’opzione, né per noi genitori millennials né tantomeno per i nostri figli: questo “secondo pilastro” può permettere a entrambe le generazioni di evitare sforzi titanici, tra eventuali carriere intermittenti e salari non all’altezza del carovita, al fine di beneficiare di un assegno pensionistico dignitoso. L’obiettivo è, dunque, costruire una seconda pensione da integrare quella pubblica, che nel prossimo futuro sarà di certo minima, nonostante le svariate promesse elettorali.

Passiamo al secondo importante fattore: prima si inizia, meglio è. Se, ad esempio, mi pongo come obiettivo previdenziale per mia figlia un importo complessivo pari a 100.000 euro fra 70 anni, mi basterà versare 22 euro al mese, ipotizzando un rendimento annuo del 4% (un versamento che ovviamente diminuirebbe se il rendimento del fondo fosse maggiore). Se iniziassi a effettuare i versamenti quando lei avrà 15 anni, la cifra da accantonare diventerebbe quasi il doppio, pari a 42 euro. Come abbiamo già scritto, l’atto di procrastinare, dunque, rende la costruzione di un portafoglio pensionistico un impegno decisamente sempre più gravoso: a 50 anni, ad esempio, sarà necessario un accantonamento (non indifferente) di 271 euro mensili.

Terzo fattore: iscrivere il proprio figlio come fiscalmente a carico permette al genitore di avvalersi del vantaggio della deducibilità fiscale; ciò significa che gli importi versati non costituiranno reddito IRPEF per il genitore che contribuisce al fondo pensione. Qualche numero: effettuando, ad esempio, versamenti mensili da 100 euro al fondo pensione, sarà possibile dedurre dal proprio reddito (che supponiamo pari a 40.000) complessivamente 1.200 euro in un anno; ciò corrisponderebbe a un risparmio fiscale di 420 euro, alla luce degli scaglioni IRPEF in vigore. La deduzione massima è pari a 5.164,57 euro (i 10 milioni delle vecchie Lire).

E arriviamo all’ultimo quarto fattore: un fondo pensione non solo per la pensione. Secondo quanto previsto dalla normativa (ossia di essere iscritti a un fondo pensionistico da almeno otto anni), mia figlia all’età di 18 anni avrà facoltà di riscattare il 30% della propria posizione per sostenere, ad esempio, le spese per gli studi universitari. Inoltre, potrà richiedere un anticipo del 75% per acquistare o ristrutturare la prima casa o per far fronte a spese mediche importanti. Mentre nei primi due casi i riscatti parziali verranno tassati del 23%, nel terzo caso la tassazione sarà del 15%, che andrà a ridursi dello 0,30% per ogni anno di permanenza oltre il quindicesimo, fino a raggiungere una percentuale di tassazione del 9%.

Oltre all’anticipo per le spese sanitarie, quest’ultimo beneficio fiscale verrà applicato anche alle prestazioni pensionistiche e in eventuali casi di invalidità e disoccupazione. Un vantaggio, questo, assolutamente non previsto, ad esempio, nei casi di riscatto del TFR, la cui tassazione minima è il 23% al momento della liquidazione, ma può anche superare il 30%, a seconda del livello del proprio reddito.

Certo, si obietterà che ciascun lavoratore è chiamato a pensare al proprio portafoglio pensionistico in modo individuale: se, da un lato, gli stessi genitori faticano ad accantonare risorse per la propria pensione o, magari, riescono a garantire il benessere presente dei propri figli con non pochi sacrifici (tra spese ordinarie scolastiche, sportive, musicali ecc.), dall’altro, è legittima l’opinione secondo cui i nostri figli si preoccupino autonomamente della propria pensione una volta raggiunta l’età di lavoro.

Tuttavia, è altrettanto legittimo tenere a mente le seguenti considerazioni: innanzitutto, saremo principalmente noi genitori millennials e i nostri figli a sostenere nel prossimo futuro il pachidermico debito pubblico italiano; pertanto, contribuire oggi alla (lontana) pensione dei giovani e dei nuovi nati è un primo passo verso un patto generazionale sano e sostenibile.

In secondo luogo, il fondo pensione può rappresentare un primissimo stimolo alla pianificazione finanziaria per i propri figli: destinare parte della loro paghetta o delle mance ricevute dai nonni al fondo pensione è un modo per ragionare sui concetti di orizzonte temporale (e quindi di risparmio di breve termine e progettualità di medio termine).

Il fondo pensione ai propri figli non rappresenta, pertanto, solo un investimento prezioso per migliorare la loro vita futura, ma anche uno strumento che aiuta e stimola alla pianificazione. Perché una sana educazione al risparmio trasmessa dai genitori ai figli non si limita a regalare una pensione integrativa, ma anche a far comprendere l’importanza e il valore del tempo.

Gianmaria Busatta
Nato nel 1994 e originario di Lugagnano, scrive per il Baco dal 2013. Con l'impronta del liceo classico e due lauree in economia, ora lavora con numeri e bilanci presso una società di servizi. Nel (poco) tempo libero segue con passione la politica e la finanza e non manca al suo inderogabile appuntamento con i nuovi film al cinema (almeno) due volte a settimana. E' giornalista pubblicista iscritto all'ordine dei giornalisti del Veneto.