In queste settimane sta facendo molto parlare di sé il cashback di Stato, un’iniziativa che il Governo aveva già annunciato nel “decreto Agosto”. Nonostante la partenza claudicante, il (nobile) obiettivo di questo meccanismo è la riduzione dell’evasione fiscale, ovvero di rendere tracciabile (quindi visibile agli occhi del fisco) l’insieme delle transazioni che, se effettuate in contanti, potenzialmente contribuiscono a ingrossare le fila dell’economia sommersa.

L’idea è di premiare con un (simbolico) contributo quel consumatore che predilige i pagamenti effettuati con carte elettroniche (carte di debito, di credito e prepagate) o tramite app.

Parallelamente al cashback dal primo febbraio 2021 prenderà avvio anche la lotteria degli scontrini, una seconda mossa del Governo contro l’evasione; il consumatore, ma anche il venditore, avranno tutto l’interesse di richiedere o emettere lo scontrino fiscale: la ricevuta, associata a un codice lotteria, a sua volta agganciato al codice fiscale del cittadino richiedente, si trasforma in un biglietto virtuale che consentirà di partecipare a estrazioni di premi settimanali, mensili e annuali di migliaia e milioni di euro.

Più scontrini, maggior tracciamento, meno evasione fiscale è la logica alla base dei due interventi sopracitati. Incentivi che cercano di smontare quell’ “ecosistema del cash” che il sociologo Giuseppe De Rita (si veda alla voce Censis) ha approfondito in un Rapporto pubblicato a Giugno 2019:

«[…] vivono di cash tutti quei “lavoretti” che, per dimensione e per livello qualitativo, sfuggono alle statistiche ufficiali;

lavora sul cash buona parte della nuova impennata delle partite Iva, innescata da alcuni recenti provvedimenti legislativi;

cerca e sfrutta il cash buona parte della rotazione su se stesse di molte aziende, con la crescente propensione alle decisioni di “apri e chiudi” o di “chiudi e apri”;

lavorano sul cash alcune attività economiche (agricoltura e logistica in primo luogo) dove vige il sistema dell’appalto e del subappalto del personale, anche senza andare ai limiti inaccettabili del caporalato;

vive di cash una buona parte della nuova offerta turistica low cost (dalla miriade di bed and breakfast alla miriade dei servizi accessori);

vivono di cash le componenti nuove e informali del welfare (dal semi-volontariato ai provider del welfare aziendale);

vive di cash gran parte dei servizi domiciliari, da quelli alla persona (terapisti, badanti, ecc.) a quelli alla quotidiana gestione dell’abitazione (dagli idraulici ai giardinieri);

vive di cash buona parte dell’attività di manutenzione ordinaria di edifici, parchi e marciapiedi, e anche un minimo di quella straordinaria, con la “discesa a cascata” dei relativi affidamenti;

vive di cash molta parte della diffusissima attività di organizzazione di eventi (dalle sagre paesane alle grandi manifestazioni di piazza);

vive di cash una parte del mondo della produzione e della commercializzazione artistica, spesso legata a relazioni e scelte strettamente personali».

Gli argomenti che si possono toccare sul tema della ricchezza in contanti sono numerosissimi, sovente caratterizzati da posizioni politico-ideologiche, da amore e odio. Possiamo aprire un capitolo sul funzionamento del cashback e della lotteria degli scontrini (vi rimandiamo alle pagine ufficiali delle due iniziative: qui per il cashback e qui per la lotteria); sulla profilazione dei propri clienti da parte di istituti finanziari (tanti movimenti sul nostro conto corrente sono tanti dati a disposizione di banche); sulle commissioni a carico degli esercenti; un altro capitolo sulla nostra predisposizione a renderci un libro aperto per il fisco (il tema della privacy tocca i cittadini in modo eterogeneo); un altro sul danno macroeconomico dell’evasione fiscale e sugli strumenti più efficaci per debellarla (si otterrebbe un risultato certamente più efficace se, accanto a maggiori incentivi o controlli, si attuasse un contestuale abbassamento della tassazione).

Fin qui abbiamo parlato dei consumi in contanti, ma è opportuno estendere il ragionamento anche per il risparmio (in contanti): nonostante la direzione presa dai Paesi più sviluppati sia una progressiva eliminazione del contante grazie alla trasformazione tecnologica, alla digitalizzazione e al commercio online, parcheggiare il proprio surplus di liquidità sul conto corrente bancario (o sotto il materasso) si profila indubbiamente come un’occasione persa per le famiglie e le aziende italiane.

Immaginiamo di aver messo nel salvadanaio 10.000 euro cinque anni fa. Senza un tasso di rendimento, questi oggi varrebbero 9.670 per effetto dell’inflazione. E se li avessi messi da parte dieci anni fa? Scendiamo a 8.750, oltre il 14% in meno.

L’inflazione e il tempo agiscono come una tassa occulta, o come una commissione iniqua, fa appassire la ricchezza riversata nel conto corrente (che aumenta nei periodi di incertezza) ed erode il valore dei soldi nascosti sotto il materasso o dentro il salvadanaio. La liquidità a nostra disposizione merita, pertanto, di essere ottimizzata sia in termini di consumo presente sia in una prospettiva futura.

Focalizzati il nostro orizzonte temporale, la nostra propensione al rischio e le nostre esigenze (fondamentali da pianificare), possiamo valutare quanta liquidità destinare al conto corrente (o sotto il materasso) e quanta agli investimenti. Tenendo presente che non esiste contante in grado di battere il costo del tempo.

Gianmaria Busatta
Nato nel 1994 e originario di Lugagnano, scrive per il Baco dal 2013. Con l'impronta del liceo classico e due lauree in economia, ora lavora con numeri e bilanci presso una società di servizi. Nel (poco) tempo libero segue con passione la politica e la finanza e non manca al suo inderogabile appuntamento con i nuovi film al cinema (almeno) due volte a settimana. E' giornalista pubblicista iscritto all'ordine dei giornalisti del Veneto.