La mano di Re Mida. Cos’è l’inflazione e il “costo” per i nostri risparmi

L’aumento dei prezzi delle materie prime, i rincari energetici in bolletta, annunci più o meno netti sul rallentamento degli stimoli monetari da parte delle Banche Centrali sono fenomeni che hanno un denominatore comune: l’inflazione. Si tratta di un tema che sta tenendo banco nel dibattito economico delle ultime settimane e che probabilmente rimarrà il tema del giorno anche nei prossimi mesi, ma che esiste da sempre.

L’inflazione è un concetto di per sé semplice, ma con molteplici sfaccettature e implicazioni, talvolta, estremamente complesse. Il significato di questo fenomeno economico attinge dal latino: inflatio significa “dilatazione”, e il riferimento economico riguarda il gonfiamento prolungato del livello medio generale dei prezzi di beni e servizi in un determinato periodo di tempo.

Attenzione, non è detto che una crescita dei prezzi sia per forza un aspetto negativo, anzi, un’inflazione “buona” è sinonimo di espansione economica: i prezzi crescono perché cresce anche il Pil, ma le maggiori spese sono supportate anche da maggiori redditi. Nel medio periodo un’inflazione, dunque, sotto controllo (intorno al 2%) è un segnale di benessere economico, come si può notare nel grafico sottostante: i prezzi e le quantità dei beni prodotti e dei servizi offerti sono cresciuti proporzionalmente, grazie all’equilibrio tra domanda e offerta.

Elaborazione del Baco. Sull’asse delle ascisse la linea temporale; sull’asse delle ordinate il prezzo

Nel secondo grafico, invece, subentra un nuovo scenario: i prezzi sono “gonfiati” rispetto alle quantità, fenomeno riconducibile non a una spinta economica positiva, ma a uno squilibrio tra una domanda troppo elevata e un’offerta non all’altezza; ciò implica che ciascun soggetto economico con una stessa quantità di denaro può acquistare una minore quantità di beni e servizi.

Elaborazione del Baco. Sull’asse delle ascisse la linea temporale; sull’asse delle ordinate il prezzo

Negli ultimi mesi in Italia (ma anche in altri Paesi del mondo) l’inflazione ha toccato il 2,9% (comunque sotto la media europea, pari a 4,1%), livello anno su anno che non accadeva da novembre 2012. Una vera e propria fiammata che, snocciolando qualche numero, si traduce in una maggior spesa annua di 942 euro di per una coppia con due figli, o di 878 per una coppia con un figlio. I rincari sono concentrati soprattutto nel settore energetico e nelle materie prime, con rialzi addirittura di oltre il 37% (basta osservare il prezzo della benzina o del metano per toccare con mano il fenomeno dell’inflazione).

Le cause sono molteplici, ma principalmente riconducibili a un’offerta che, messa forzatamente in pausa per fronteggiare l’epidemia del Coronavirus, si è trovata inadeguata di fronte a una domanda in potente ripresa.

Se prima della pandemia un tipico viaggio andata e ritorno da Shanghai a Los Angeles durava cinque settimane, oggi si è allungato a otto per via delle restrizioni sanitarie e delle misure di sicurezza attuate nei porti (in particolare quelli cinesi, sottoposti alla politica impietosa “zero-Covid” del Governo). Anche l’episodio del blocco del canale di Suez per sei giorni ha causato una certa pressione sui prezzi delle forniture.

Si parla, dunque, di inflazione importata, ovvero legata all’aumento di costi o fattori esterni che si abbattono, poi, nel sistema economico di riferimento. Pensiamo, ad esempio, all’aumento dei prezzi del rame e dell’alluminio, causato dalla dilatazione della catena di forniture o dalla domanda insostenibile in alcuni settori (la crisi dei semiconduttori ha colpito anche le auto); ma anche al grano, i cui prezzi sono in aumento dal 2019 per il boom della domanda e per il continuo assottigliamento delle riserve (+71% tra il settembre 2020 e il settembre 2021), anche in virtù della siccità che quest’estate si è abbattuta su Canada e Stati Uniti. Sarà inevitabile il sovrapprezzo sul carrello della spesa.

E tra le cause dei rialzi delle materie prime possiamo citare anche l’incremento delle quotazioni per i diritti legati alle emissioni di Co2 in seguito al Green Deal europeo, che si sono abbattuti sugli impianti a carbone e a gas.

L’attuale fiammata sui prezzi non sarà perenne: la BCE (Banca Centrale Europea) è convinta che la scomparsa dell’effetto-Iva in Germania, la stabilizzazione al ribasso dei prezzi dell’energia (come indicato dai futures) e la normalizzazione dell’offerta con uno sblocco dei colli di bottiglia della produzione porteranno nel 2022 a un calo dell’inflazione.

Tuttavia, che sia un fenomeno transitorio o duraturo, che sia alta o bassa, l’inflazione ha un impatto sui nostri risparmi in ogni contesto, agendo come un costo nascosto o una commissione silenziosa. L’erosione del potere d’acquisto non si manifesta solamente nel momento in cui paghiamo uno stesso bene o servizio a un prezzo più alto, ma anche quando lasciamo i nostri (sudati) risparmi in liquidità (sul conto corrente o sotto il materasso) senza applicare alcun tasso di rendimento. Se avessimo lasciato, ad esempio, 10.000 euro in banca nei primi anni 2000, questi oggi varrebbero 7.180 (-28%) per effetto dell’inflazione.

La scelta, dunque, di investire la liquidità in strumenti che abbiano un tasso di rendimento bilanciato (intorno al 6% annuo, ad esempio) significa proteggere (e far fruttare) i propri risparmi dalla morsa dell’inflazione: investiti i 10.000 euro nei primi anni Duemila, oggi varrebbero 17.908 euro, contro i 7.180 liquidi e parcheggiati sul conto.

Scegliere il tempo come miglior alleato anziché nemico è una bella differenza.