La mano di Re Mida. Cosa sono i Green bond e perché riducono i gas serra

Innalzamento delle temperature, piogge torrenziali, siccità, chicchi di grandine di dimensioni anomale, scioglimento dei ghiacciai, sono solo alcuni esempi legati al cambiamento climatico in atto sul nostro pianeta. È anche vero, però, che eventi metereologici eccezionalmente violenti si sono sempre verificati, ma il cambiamento climatico sembra influenzarne intensità, frequenza e distribuzione geografica. Un mondo con 8 miliardi di persone, che si avvicina sempre più ai 10 miliardi entro qualche decennio, non può permettersi lo stesso clima che ha condizionato lo sviluppo umano nei secoli scorsi, o un’elasticità demografica come nelle società medievali (oggi le carestie provocano tensioni sociali e geopolitiche a livello internazionale).

Senza scendere nel dettaglio scientifico della questione, il nocciolo (e problema) è la concentrazione di gas serra (anidride carbonica, CO2) nell’atmosfera: oltre una certa soglia, infatti, l’effetto serra potrebbe innescare effetti climatici catastrofici e irreversibili, e più ci si avvicina a quella soglia, più il fenomeno rischia di diventare incontrollabile.

Ecco perché le agende politiche dei governi dei Paesi di tutto il mondo stanno diventando sempre più sensibili alle questioni ambientali, fissando target di diminuzione o azzeramento delle emissioni di CO2 nell’atmosfera. Le aziende di quei Paesi e le istituzioni, pertanto, devono agire su tre fronti distinti per ridurre le emissioni di gas serra:

  • combattere le emissioni dirette, ovvero quelle generate dall’azienda stessa;
  • combattere le emissioni indirette, ossia quelle derivanti dall’energia elettrica acquistata e consumata;
  • combattere tutte le altre emissioni indirette legate alla supply chain, ossia l’insieme di tutte le attività e i processi di approvvigionamento, produzione e distribuzione che coinvolgono l’azienda.

Ma per intervenire sui sistemi di produzione o cambiare (più o meno parzialmente) i modelli di sviluppo aziendali occorrono risorse e investimenti nella transizione energetica. Ecco, dunque, il green bond, un’obbligazione (o titolo di debito) associata al finanziamento di progetti con ricadute ambientali.

Come funziona? Attraverso la sottoscrizione di un green bond il risparmiatore presta i propri risparmi a un’azienda che si attiverà a ridurre l’inquinamento o le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera attraverso progetti di ricerca e investimento. A seguito di questo “credito”, al risparmiatore verranno riconosciuti degli interessi (cedole) con una certa periodicità (trimestrale, semestrale o annuale). Alla scadenza dell’obbligazione il risparmiatore riceverà dall’ente emittente il capitale nominale inizialmente sottoscritto.

A inventarlo è stato un italiano, Aldo Romani, attuale capo del funding sostenibilità della Bei, la Banca Europea degli Investimenti, che il 4 luglio 2007 ha emesso sul mercato il primo green bond del mondo. Dopo qualche anno, sono arrivate le “obbligazioni verdi” corporate: in Italia tra i più importanti emittenti ricordiamo Hera, Enel, Intesa Sanpaolo, Ferrovie dello Stato e Cdp. Poi è toccato il turno dei Paesi, come Francia, Irlanda, Belgio e Olanda; nel 2021 anche l’Italia ha emesso il primo “BTp Green”, di cui ci sarà una seconda emissione nei prossimi mesi.

Il successo della prima emissione del BTp green italiano è straordinario, in quanto ha coperto le spese di transizione energetica rendicontate nel triennio precedente, evitando 8,9 milioni di tonnellate di CO2 nell’atmosfera.

L’efficacia di questi investimenti nel produrre benefici ambientali è provata anche dagli studi di NN Investment Partners, secondo cui, per ogni milione di euro investito vengono evitate ogni anno circa 60 tonnellate di emissioni di gas effetto serra.

Occorre, tuttavia, tenere presente che, come tutti gli strumenti finanziari, anche i green bond non sono privi di rischi, in quanto dipendono dalla capacità dell’emittente di rimborsare il capitale nominale alla scadenza. Inoltre, nonostante l’istituto ICMA, International Capital Market Association, stabilisca principi e requisiti affinché un’applicazione possa essere definita “green”, non è da sottovalutare nemmeno il rischio di greenwashing, inglesismo che indica quell’atteggiamento di “ecologismo di facciata” per cui le aziende utilizzerebbero il denaro derivante dai green bond per altri scopi o progetti che poco hanno a che vedere con la transizione ambientale. Da parte degli investitori, dunque, la prudenza e l’attenzione, come in qualsiasi altra forma d’investimento, non devono mai mancare.

Non ci stanchiamo mai di ripeterlo: per una corretta pianificazione e una giusta allocazione dei propri risparmi meglio evitare il fai-da-te ed essere sempre affiancati da un consulente indipendente.

Gianmaria Busatta
Nato nel 1994 e originario di Lugagnano, scrive per il Baco dal 2013. Con l'impronta del liceo classico e due lauree in economia, ora lavora con numeri e bilanci presso una società di servizi. Nel (poco) tempo libero segue con passione la politica e la finanza e non manca al suo inderogabile appuntamento con i nuovi film al cinema (almeno) due volte a settimana. E' giornalista pubblicista iscritto all'ordine dei giornalisti del Veneto.