“La libertà cambia lo sguardo”. I temi forti di un’esperienza di teatro nella casa di reclusione femminile della Giudecca

A Venezia, sull’isola della Giudecca, si trova una delle pochissime case di reclusione femminili di tutto il Paese. Attiva dal 1859, essa conta ad oggi circa 80 detenute.

Sempre alla Giudecca ha sede l’Accademia Teatrale Veneta, la scuola per la formazione professionale dell’attore in cui studio dallo scorso novembre.

Il 27 marzo, in occasione della 57esima Giornata Mondiale del Teatro e della sesta Giornata Mondiale del Teatro in Carcere, noi allievi del I e del II anno dell’Accademia abbiamo avuto l’opportunità di assistere allo spettacolo Voci e suoni da un’avventura leggendaria che hanno portato in scena, dietro la direzione di Michalis Traitsis, gli alunni della scuola secondaria di I grado “T. Tasso” di Ferrara insieme ad alcune donne del penitenziario.

Il carcere femminile della Giudecca è un edificio bianco e silenzioso che passa quasi inosservato in mezzo ai vecchi caseggiati circostanti.

Noi, una trentina di ragazzi dell’Accademia Teatrale, discutiamo delle scene da preparare, ci confrontiamo sulle aspettative e, perché no, facciamo un po’ di casino. L’atmosfera è quella della classica gita di una qualsiasi classe di una generica scuola superiore. Ma dura solo fino a quando l’ego da attore non sale di nuovo alla ribalta e alcuni miei compagni di corso iniziano ad intonare una canzone studiata il mese precedente. Ecco, di fronte a questa esibizione sgangherata, anche l’austerità del palazzo del penitenziario sembra un po’ meno seria. Mi unisco al coro.

Lasciamo i documenti per un controllo. Dopo quasi un’ora, entriamo. Le porte pesanti, i poliziotti, il deposito degli effetti personali. Per un attimo ho pensato che anche noi fossimo nuovi detenuti. Attraversiamo un’altra porta blindata. Passiamo ai lati di un chiostro abbandonato e poi da un grande cortile grigio e vuoto. Nonostante la giornata di sole, sembrava facesse molto freddo.

Entriamo in una stanza verde oliva. Qui fa molto caldo, troppo, e non ci sono abbastanza sedie. Ci sistemiamo per terra alla meglio. Michalis, il regista dello spettacolo a cui assisteremo, ci spiega in cosa consiste il progetto. Sara, una detenuta, ci legge il messaggio di Carlos Celdrán per la Giornata Mondiale del Teatro 2019. È emozionata.

Nelle foto, alcuni momenti dello spettacolo teatrale.

Saliamo allora una scala che mi accorgo avere una grata che va dal corrimano fino al soffitto. Mi chiedo a cosa possa servire… Poi guardo l’altezza della tromba delle scale e mi do da sola una risposta, amara.

Entriamo in una sala dove ad attenderci ci sono, schierati, circa trenta ragazzini dai 12 ai 13 anni, illuminati con fari di luce calda, tutti vestiti di bianco. In mezzo a loro, perfettamente mimetizzate, stavano tre detenute, al centro una violinista.

Il pubblico si siede tutt’attorno. Si comincia. Quasi subito i ragazzi bendano gli spettatori con strisce di stoffa bianca. Durante tutto lo spettacolo non si vede nulla, e nulla è anche quanto la vista negata toglie chi assiste all’opera. Con la benda addosso non si è più in prigione, i ragazzi si mescolano alle detenute: sono tutti uguali.

Arrivo al punto di non notare nemmeno più la dizione scorretta e penso a quando avevo l’età di quei giovanissimi attori. È stato proprio in quel periodo che per la prima volta mi sono avvicinata al teatro e, a quanto pare, da allora la situazione non accenna a migliorare! L’emozione immensa delle prime volte davanti ad un pubblico la riconosco nelle voci dei ragazzi e mi chiedo chissà se a qualcuno di loro capiterà la mia stessa croce e delizia dell’amore verso quest’arte…

Applausi. Ancora applausi.

Torniamo alla realtà.

Solo ora capisco quali, tra il pubblico, sono le detenute. Qui non si usa, come nelle serie americane su Netflix, la divisa arancione: ci si veste con quello che arriva da fuori. Gli abbinamenti possono essere dunque più o meno felici a seconda di cosa si riceve. Non so cosa mi facesse dire con così tanta sicurezza quali fossero le carcerate: non avevano un’età precisa (certe potevano essere mie sorelle, altre mie madri, altre ancora mie nonne) né una nazionalità prevalente.

Credo fosse lo sguardo, differente a seconda la pena da scontare fosse ancora lunga o mancasse poco alla scarcerazione.

Parliamo con alcune. Sara ci dice che nel giro di qualche mese andrà in affidamento ai servizi sociali, è dentro dal 2012 ed è da allora che ha iniziato a fare teatro. Sostiene di voler assolutamente portare avanti questa passione anche fuori. Un’altra donna ci racconta che suo figlio ha proprio l’età dei ragazzi che hanno recitato poco prima. Un’altra ancora dice di avere un bambino più piccolo, di sei anni. Vedo passare una donna con un evidente occhio nero, in fondo al corridoio alcune detenute scherzano e ridono, una poliziotta le controlla.

Prima di uscire, una collega dell’Accademia mi riferisce una domanda pòstale da una prigioniera: “Com’è la libertà?”. La libertà.

È la libertà quella cosa che cambia lo sguardo. Non dimentichiamolo.

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