La lettera: “Covid-19 ci sta chiedendo di tornare all’essenziale, o almeno di interrogarci su cosa significa”

La Lettera

Spettabile Redazione,

desidero ringraziare il sig. Pippa per quanto scritto nella lettera da voi pubblicata il 3 ottobre scorso.

Premettendo che non sono un genitore, mi collego alla richiesta di rinforzo della sensibilizzazione in merito al controllo della diffusione di Covid-19 espressa dal collega lettore.

Di questi ultimi due giorni la notifica di un prossimo DPCM che reintrodurrà l’obbligo della mascherina anche all’aperto in tutto il Paese, oltre ad altre misure definite “restrittive”. Di ieri, le immagini dell’Esercito chiamato nel Lazio a “vigilare” sull’applicazione delle misure richieste dalla Regione.

E mi dico (amaramente) che se abbiamo bisogno dell’esercito, delle sanzioni da 400 a 3.000 Euro, dello spauracchio della detenzione per procurata pandemia… non abbiamo ancora capito. E abbiamo perso buon senso e dignità.

Mi spiego. Per scelta personale, per molti sicuramente discutibile, da fine lock-down, ho continuato a portare la mascherina anche all’aperto; perché, se è vero che il positivo asintomatico è come una nuova specie ancora in via di sviluppo e di studio, io potrei esserlo ogni giorno.

Pertanto, la indosso in attesa che gli organismi preposti (in primis l’Istituto Superiore di Sanità) ci orientino con più chiarezza, visto che proprio ieri il Prof. Crisanti ha dichiarato che “bisogna capire meglio cosa sta succedendo”; mi chiedo peraltro quale valore aggiunto avrà tale misura nella riduzione del rischio se  i nostri giovani, arrivati in aula (ambiente chiuso), dovranno toglierla perché i banchi/sedie sono posti a un metro di distanza… e poi tornano a casa.

La strada della conoscenza, in merito a Covid-19, è ancora lunga ed in salita per la comunità scientifica, ma l’applicazione delle relative misure di contenimento ad oggi ritenute necessarie non può essere messa in discussione se guardiamo, da profani, all’ unico dato certo a nostra disposizione, quello della mortalità, mai tornato, da inizio pandemia ad oggi, a zero.

E se proprio non vogliamo guardare alla morte, perché fa paura e non sia mai che si diffonda il panico, guardiamo almeno ai costi umani e sociali dei ricoveri in terapia intensiva, che talora si prolungano per mesi.

Credo che non ci sia ancora effettiva consapevolezza che stiamo vivendo un cambiamento che sarà epocale. Ma manca soprattutto la consapevolezza che solo la modifica di alcuni nostri comportamenti aiuterà la scienza nel controllare la pandemia e le relative ripercussioni socio-economiche.

Chi teme un nuovo lock-down per i danni all’economia, dovrebbe impegnarsi affinché in ogni luogo di lavoro siano rispettate le indicazioni date poichè più il virus si diffonde, maggiore sarà il rischio relativo alla chiusura per mancanza di personale.

Al senso di precarietà della vita non possiamo reagire con la ribellione, col negazionismo. Ad alcuni racconti del vissuto di privazione vissuti durante il look-down (mi mancano gli amici, la palestra, le riunioni, il cinema, il teatro, le adunate, le ciacole al bar, la parrucchiera, l’estetista, lo psicologo… al quale mi rivolgevo per lo stress relativo; in sostanza, la libertà di fare quello che voglio, quando e come voglio) si sovrappongono quelli di chi è stato privato, per un tempo determinato o per sempre, di un congiunto.

Questi ultimi sono racconti di poche parole, basta lo sguardo: “non posso vederti, parlarti, toccarti… vivo non sapendo se mi sarai restituito”.

Il silenzio assordante del lock-down ha fatto paura a molti, non siamo avvezzi ad ascoltare noi stessi, preferiamo avere qualcos’altro da fare. Dobbiamo solo imparare a farlo in maniera diversa, usando intelligenza e buon senso, perché socialità e relazione da necessità non diventino condanna.

E’ questo che Covid-19 ci sta chiedendo. Di tornare all’essenziale, o almeno di interrogarci su cosa significa.

Franca Maranelli