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Il consenso ottenuto dalla Lega Nord a Sona nelle amministrative e nelle politiche di una settimana fa ha delle dimensioni tali da liquidare gran parte delle obiezioni che spesso fanno da colonna portante ad ogni analisi che ha riguardato il Carroccio in questi anni.

Semplificare una percentuale di consenso superiore al 60%, ottenuta ad esempio a San Giorgio in Salici, come semplice “voto di protesta” significherebbe banalizzare un fenomeno che invece merita estrema attenzione. Leggere un 50% abbondante raggiunto nell’intero Comune come un “voto non consapevole” – l’abbiamo sentito dire – significherebbe negare in maniera quasi caricaturale un fenomeno che invece sembra ormai avere radici profonde.

E’ probabilmente vero che chi a Sona domenica 13 ha votato Lega Nord non ha votato Gualtiero Mazzi, inteso come candidato-persona fisica: la relativa scarsità di preferenze ottenute dai candidati in Lista sembra dimostrare che solo una parte marginale dell’elettorato ha scelto di votate specificamente le persone che a Sona rappresentavano la Lega Nord.

Con questo non si vuole dare un giudizio di merito sui candidati presenti a Sona – aspetto che non interessa a questa analisi – ma semplicemente evidenziare come appare chiaro che anche l’elettore sonese ha votato Lega inserendosi all’interno di un flusso complessivo che ha coinvolto una parte consistente del centro nord italiano. Indipendentemente dalle persone presenti o non presenti in lista. E anche questo è un aspetto che non deve essere trascurato.

Il Corriere della Sera di ieri pubblicava un forum di approfondimento dal titolo significativo “Il fattore campi Rom nelle urne della Lega. L’illegalità e la protesta elettorale”, nel quale si dava conto di quanto sia stata rilevante nel voto leghista la richiesta di sicurezza. E’ evidente come anche a Sona abbia pesato in maniera determinante una certa e diffusa sensazione di insicurezza – reale o solo percepita che sia – che ha trovato nella Lega Nord l’unico interlocutore credibile. E’ da questo che si deve partire per un’analisi seria.

La Lega Nord – vero partito territoriale e non ideologico – ha saputo fare da megafono in maniera determinante in tutte le regioni “locomotiva” d’Italia a quelle richieste che altre forze, esempio clamoroso il Partito Democratico ma anche Forza Italia, non hanno saputo nemmeno percepire. E le dimensioni del voto impediscono tra l’altro di ascrivere il voto leghista ad una sola categoria sociale, o ad un solo genere antropologico, come superficialmente si era fatto in passato.

E’ evidente che oggi vota Lega il professionista come l’operaio, il dipendente pubblico come l’imprenditore. Lo studente come il pensionato. Un voto veramente trasversale che nessuno – ma veramente nessuno – aveva previsto. Ma con il quale ora è doveroso fare i conti.

Che poi si possa ritenere che certi eccessi leghisti e certi volantini distribuiti nelle nostre frazioni in questa campagna elettorale abbiano fortemente svilito il confronto elettorale – e chi ne è stato l’artefice – nulla toglie all’analisi da fare. Anche perché forte è l’impressione che certe pesanti cadute di buon gusto in fondo abbiano contribuito solo relativamente alla formazione del voto, tanto radicato appare oggi questo movimento dal basso.

Quello di domenica scorsa è stato più di un voto, è stata una richiesta partita dal territorio, di cui ancora non si colgono perfettamente i contorni e che sicuramente sarebbe un errore banalizzare o sminuire. Anche a Sona.