La Giornata Mondiale delle Torte, una tradizione che si perde nei secoli e una ricetta delle donne della Coldiretti

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Se qualcuno dicesse “Torta”, cosa rispondereste? Come dite? “Parlamento”? Ecco! Sempre a pensar male…

No! In questa rubrica non si parla di spartizioni e fette di torta da accaparrarsi, no! In questa rubrica quando diciamo “torta” intendiamo proprio una “torta”, e per di più “dolce”. Le “torte” di cui parleremo oggi, con il salato hanno in comune solo il nome. E quindi partiamo da qui: perché i nostri “dolci” li chiamiamo “torte”?

Per “torta” noi intendiamo una “pasta ravvolta”, “piccolo pane dal latino torta, pasticcio piano e tondo, che trae da tortus torto, girato in tondo” (voce tratta dal “Vocabolario Etimologico Pianigiani”). Il nome quindi, deriva dalla necessità, molto umana, di distinguere questo dolce impasto da altre forme di pasta comunemente in uso anche anticamente: spaghetti, bigoli, tagliatelle, lasagne, ecc. Tortello, tortiera, tortino e tortellino sono tutti derivati che hanno la caratteristica di essere costituiti da una pasta ritorta.

Le torte, intese come dolci, non sono una novità dei nostri tempi e anche nell’antichità venivano cucinati pani arricchiti di miele o di fichi o con l’aggiunta di altri ingredienti e spezie dal sapore dolce; questo, ad esempio, avveniva nelle festività o per rendere gradito il soggiorno di un ospite.

Mamma mia, com’è difficile presentare la ricetta di oggi, se non fosse che proprio in questo giorno si sta celebrando la Giornata Mondiale delle Torte, alla buona riuscita della quale vogliamo dare anche il nostro piccolo contributo, garantito al limone che non ci saremmo fatti coinvolgere in una simile avventura!

Allora, dicevamo… come mai, a qualcuno, agli albori dell’umanità, è venuto il ghiribizzo di preparare una torta tonda?

A questa domanda crediamo che la risposta sia semplice: i primi esseri umani preparavano i loro pani e le loro focacce tondi perché anche oggi, impastando farina, uova e acqua, la forma più semplice da ottenere è quella tonda, presumiamo che agli albori dell’umanità non esistessero le teglie e gli apparati di cui disponiamo oggi e che anche i primi arnesi di terracotta, fosse molto più semplice crearli tondi che quadrati (il tornio del vasaio ne sarebbe una piccola conferma).

Siccome l’uomo è un essere reale che ragiona per simboli (tutto è simbolo, anche le lettere che compongono la parola sono simboli, i numeri sono simboli, le note musicali sono simboli…) l’uomo, dicevamo, ha presto trovato il motivo simbolico per cui la torta (il dolce) deve essere rotonda.

Ecco, quindi, che si usa far nascere la torta nella sua classica forma rotonda al culto di Artemide; il mito, infatti, vuole che la torta abbia questa forma in onore della dea della caccia, identificata anche come la personificazione della luna crescente. Preparare un “pane dolce”, bianco e della forma del disco lunare, quindi, significava rendere omaggio alla dea e guadagnarne i favori terreni.

A parer nostro, però, quando è nata questa associazione, la storia dell’umanità era già parecchio avanti e le torte erano già rotonde, anche in luoghi nei quali Artemide era una perfetta sconosciuta.

Passiamo ad un altro elemento caratteristico della nostra torta: il sapore dolce. Non siamo psicologi e/o antropologi (ricordatelo sempre: siamo meri cucinieri dilettanti, molto dilettanti…) per cui non entriamo nelle argomentazioni che vengono solitamente proposte per spiegare il motivo per cui al sapore dolce è associato il piacere, lo star bene, l’essere rilassati e in pace con se stessi, mentre non si smette mai di rimuginare l’acre sapore dalla sconfitta. È una associazione (dolce = benessere) che esiste nell’uomo, così come esiste nell’uomo la capacità di sviluppare il pensiero simbolico.

E allora, a questo punto, non possiamo non citare le parole della Bibbia: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto… sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele…” (Es. 3,8).

Dio conosce (per averci creati) la natura dell’uomo e la nostra capacità di leggere il simbolo (ciò che unisce) e usa alimenti conosciuti e graditi all’uomo per fargli conoscere il destino di pace e felicità che lo attende.

La torta è dolce perché di latte e miele è fatta la “Terra Promessa”, il latte e il miele diventano, così, qualcosa di più di semplici alimenti che dobbiamo mangiare per non morire (non sono carote, sedani o agli, con tutto il rispetto per le carote, il sedano e l’aglio), diventano una promessa che sarà mantenuta e per noi, se siamo credenti, diventano la promessa di una vita trascorsa nella Terra Promessa, dove non vi sarà più tristezza e non vi sarà più odio.

Ma gli aspetti simbolici che la nostra torta (dolce) porta con sé, sono ancora altri e toccano corde site nella profondità del nostro essere, e questo anche senza addentrarci in simbolismi di culture lontane nello spazio e nel tempo (indiani dell’india e indiani d’America, Aztechi e Incas, per esempio…) che sempre associano il sapore dolce del miele e dello zucchero alle ricorrenze festose della vita.

Per esempio, non vi è festa che non si concluda con una torta; torte di compleanno, torte nuziali, torte in faccia, tecno torte costruite ad hoc per festeggiare eventi significativi della vita, come lauree, obiettivi lavorativi raggiunti, successi sportivi… ognuna con le proprie caratteristiche e peculiarità, ma ognuna con il fondato desiderio di lasciare un dolce e piacevole ricordo dell’evento che si è vissuto e che si vuole ricordare.

Le candeline, per esempio, non possono mancare su questo dolce quando, con una torta, si vuole festeggiare l’età che avanza. Un tempo non si festeggiavano i compleanni, sì e no che una persona sapesse dire, più o meno, l’anno in cui era nata, è solo in tempi recenti che si tiene traccia dell’anagrafe. Secoli fa, solo i nobili potevano risalire al giorno della loro nascita e quindi solo i nobili (che, fra l’altro, potevano permetterselo!) festeggiavano il loro compleanno.

E nel medio evo, in Germania si cominciò a festeggiare il compleanno tenendo accesa una candela durante tutto il giorno. Erano tempi in cui si pensava che durante tale ricorrenza, gli spiriti maligni fossero particolarmente attivi e, quindi, una candela accesa aiutava ad allontanarli; dalle nostre parti lo stesso simbolismo si può riscontrare nelle piccole scope appese all’ingresso delle case e che servono a tenere lontani gli spiriti malvagi. La candela poteva essere spenta alla sera e in quell’occasione si mangiava un dolce; poi dopo, col tempo, si iniziò a mettere le classiche candeline anche sulla torta di compleanno e a festeggiare il loro spegnimento con un grande “Evviva!” di buon augurio. Ancora una volta la torta e il simbolo si tengono a braccetto!

Ma la ricetta? Ah già, è vero… è che l’argomento “torta” è talmente vasto che bisognerebbe costruirci sopra un’enciclopedia per provare a raccogliere tutti i significati che questo cibo ha racchiuso nelle tante ere che ha vissuto l’umanità, fin da quando l’uomo è stato chiamato a popolare questo pianeta.

Quest’oggi proponiamo una ricetta simbolo (tanto per rimanere in tema!) del nostro passato; alla pari di Nonna Papera, famosa nel mondo per le favolose e altissime torte che prepara per Zio Paperino e i suoi nipotini, anche le nostre nonne sapevano/sanno preparare dolci squisiti e per di più, partendo da materie semplici e di poco costo. Non è un caso se in tanti dolci del nostro territorio fa capolino il mais, a volte anche utilizzato come recupero della polenta preparata la sera precedente.

Tante di queste ricette sono state raccolte in un fascicolo (sconosciuto ai più) che è stato stampato proprio qui a Sona, in Località Casotto, presso il Centro Sviluppo Agricolo della Coldiretti.

Siamo negli anni ‘80 del secolo scorso e sono molte le attività che vengono svolte dalla Coldiretti a supporto dei piccoli imprenditori agricoli, in quegli anni c’erano tanti tecnici qualificati che uscivano e parlavano con gli agricoltori, portavano esperienza e insegnavano nuove tecniche di coltivazione e allevamento. Accanto a questa copiosa attività, esisteva un gruppo di “Donne Rurali” che si era prefissato lo scopo di tramandare la cultura contadina vissuta dalle donne; in questo loro lavoro di ricerca, non poteva mancare un recupero delle vecchie, se non antiche, tradizioni culinarie.

Vieppiù che da questa indagine nelle vecchie tradizioni rurali, sono nati alcuni “fascicoli” (non sono veri e propri “libretti” editi nelle forme canoniche) che sono stati distribuiti in numero limitato e che conservo gelosamente; da uno di questi – “I dolci della Nonna – Raccolta di vecchie ricette di dolci tradizionali veronesi – A cura del Movimento Femminile e dell’IRIPA – Ente di Formazione Professionale Coltivatori Diretti Verona”, a cura di Carla Vittoria Corradini – traiamo una ricetta immagine delle nostre tradizioni. La riportiamo così come è stata “pubblicata” a pagina 30 del fascicoletto.

Torta “Pinsa”
La “pinsa” è una torta di farina di granoturco, molto condita e aromatizzata, in antico consumata nelle festività d’inizio anno o quando, di quaresima, venivano accesi i “falò” propiziatori sulla cui cenere si cuoceva la “pinsa”. Questo dolce non era altro che una specie di polenta solida, composta di farina di grano e di mais e “broae”, cioè unite con brodo di maiale. Si aggiungeva miele e zucchero biondo e inoltre uva passa e fichi secchi, noci o mandorle, semi di finocchio, scorza di arancia candita, pezzetti di zucca e infine un abbondante bicchiere di grappa (“che no fai mai mal” ndr).
La pinsa di oggi è molto più semplice.
Ingredienti: 300 di farina gialla, 200 di farina di fiore, un po’ di latte, 150 di zucchero, 200 di burro o strutto, 30 di uvetta, 30 di pinoli, 30 di fichi secchi, 30 di zucca candita, un po’ di semi d’anice o di finocchio, un po’ di sale. La farina si intride con latte bollente, si sala e poi si cuoce a metà rimescolando a fuoco vivace. Quando diventa consistente si mettono lo zucchero, il burro e infine gli altri ingredienti, lasciati prima in fusione in un po’ di grappa. La pasta così ottenuto si versa in uno stampo liscio e si cuoce al forno quaranta minuti.

Non è forse, anche questa, una classica “ciliegina sulla torta”?