La fotografia come terapia di riconciliazione con sé stessi e con il mondo

"Perché sei un essere speciale, ed io, avrò cura di te" di Dino Gamba

Il 19 agosto è stato scelto come giornata mondiale della fotografia. Vista la richiesta del nostro grande direttore M.S. e il lauto compenso, per prima cosa nelle righe che seguono spiego il perché di questa data (facile), quindi affronterò qualche pensiero generale sulla fotografia (difficile) per finire con un’autoriflessione (difficilissimo).

Il perché sul primo perché è presto detto, perché in questo giorno, nel 1839, fu presentato al pubblico francese il dagherrotipo, una delle innumerevoli applicazioni che in quegli anni molti inventori stavano approntando, per catturare le immagini e fissarle su un supporto attraverso la luce.

Il dagherrotipo, che fornisce una unica immagine positiva su una lastra di metallo, fu ben presto soppiantato da altri metodi che attraverso un negativo davano la possibilità di riprodurre più immagini positive su carta opportunamente preparata.

La fotografia da subito riscuote uno straordinario successo, all’inizio attraverso gli studi fotografici dove tutti, dai regnanti alle persone più umili, andavano a posare per un ritratto poi con l’evolversi della tecnologia, divenendo gli apparecchi fotografici sempre più semplici e maneggevoli, possibilità e risorsa alla portata di tutti.

La storia della fotografia è estremamente affascinante perché la sua nascita e il suo evolversi sono strettamente intrecciate a quelle dell’arte intesa in senso lato: senza la fotografia non ci sarebbero state le avanguardie del ‘900. Anche se la fotografia ha sempre dovuto pagare nella propria definizione uno scotto all’arte: la fotografia è arte oppure un semplice meccanico prelievo dalla realtà? Il fotografo è un artista o semplicemente qualcuno che inquadra un frammento nello spazio del continuo fluire del tempo e lo immobilizza per sempre?

Su questo argomento si sono dibattuti nel tempo critici, artisti, fotografi. Ma ancora adesso spesso non si riesce ad uscire da questa dicotomia.

Purtroppo il contratto con l’editore per questo articolo prevede che racconti anche un po’ di me, pena la mancata remunerazione. Avrei evitato volentieri, ma mi tocca.

Non sono fotografo nel senso alto del termine, cioè un professionista, ma semplice appassionato, dell’ultima ora oltretutto, nel senso che la mia esperienza è limitata al digitale, dallo smartphone alle recenti fotocamere.

La fotografia è una bella valvola di sfogo dalla routine, una sorta di terapia di riconciliazione, con me stesso e con il mondo attorno, uno strumento efficace per guardarlo, assaporarlo, conoscerlo, magari comprenderlo, o forse solo di cercare di dare un ordine ai miei pensieri su di esso. Una passione pari a quella di chi magari, pesca, raccoglie funghi, pedala in salita o sferruzza a maglia. Né più né meno.

La fotografia impone, anche per un breve istante, di fermarsi, di osservare, di vedere, di capire e di restituire quanto visto e vissuto in un’immagine, per fermare un ricordo, o per condividere l’esperienza con altri.

Gianni Berengo Gardin, richiamando Ugo Mulas (due monumenti, approfondite in rete se vi va), distingue tra bella fotografia e buona fotografia: “una bella foto è tecnicamente perfetta ma non comunica nulla, una buona foto è quella che veicola un messaggio”.

Ecco, la fotografia, perché abbia un senso, non deve lasciare indifferenti, deve parlare, raccontare, suscitare una qualche reazione in chi la guarda, accendere un sentimento, non importa se di riprovazione o ammirazione, di gioia o dolore, malinconia, ilarità, sdegno o semplice curiosità.

Personalmente, quando esco con la fotocamera, tutto merita attenzione: le situazioni di strada, le persone, gli animali, gli insetti, gli alberi, il cielo, la luna, la rugiada, le architetture e tutto quello che riporti e comunichi ad una idea di bellezza, di ordine, di armonia. Cerco, e trovo con grande facilità, il bello (o almeno ciò che per me lo è), il bicchiere mezzo pieno, nella sterminata distesa di bicchieri vuoti, e magari rotti. Non so, forse è innato ottimismo, più probabilmente una spinta di fiducia, di speranza.

Attraverso il mirino sono costretto a soffermarmi, a scrutare, analizzare, discernere e fermare l’istante (decisivo, sottolineava Henri Cartier-Bresson), nel tentativo di trovare nessi, connessioni, legami, volontari o involontari, continui o momentanei, sulle scene, con semplicità e immediatezza.

Il tutto, possibilmente, con ironia, oltre la banalità, anche fornendo, con le didascalie, nuove, diverse, decontestualizzate chiavi di lettura e, perché no, con richiami ai fatti di attualità. Un bel passatempo, un bellissimo gioco, insomma.

Concludo con il pensiero e le parole di alcuni grandi fotografi, tra i tanti che amo.

Fa parte del lavoro del fotografo sapere vedere più intensamente di quanto la maggior parte delle persone facciano. Egli deve avere e mantenere in lui qualcosa della ricettività del bambino che guarda il mondo per la prima volta o del viaggiatore che entra in un paese strano”, Bill Brandt (foto sotto).

È un’illusione che le foto si facciano con la macchina… si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa”, Henri Cartier-Bresson (foto sotto).

Ansel Adams (foto sotto) invece sintetizza così: “Ho sempre pensato che la fotografia sia come una barzelletta: se la devi spiegare non è venuta benee ancoraTu non fai una fotografia solo con la macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai ascoltato e le persone che hai amato”.

Chiude Elliot Erwitt (foto sotto): “la fotografia è tutta qui: far vedere a un’altra persona quel che non può vedere perché è lontana, o distratta, mentre tu invece sei stato fortunato e hai vistoe ancoradi me dicono che sono un umorista: le mie foto dei cani che saltano quando gli abbaio, o suono la trombetta… La cosa più difficile e utile al mondo è far ridere la gente”.