La forza del rugby in carrozzina (con meccanico di servizio). I Mastini Cangrandi: esempio di sport ed inclusione

Quando mi è stato proposto di fare questo articolo riguardante una squadra di rugby, i Mastini Cangrandi Verona, composta da persone diversamente abili, davvero non sapevo cosa aspettarmi, ne sarei stata in grado? Approcciarsi alla disabilità non è mai facile, alle volte si può risultare quasi impacciati, goffi, come a voler mascherare a tutti i costi la realtà e far finta che tutto sia “normale” perché pensiamo che sia la cosa più giusta da fare, supponiamo che la normalità sia anche la loro aspirazione.

Decido di cogliere questa opportunità e in un venerdì sera arrivo a San Martino Buon Albergo in una palestra dove i ragazzi, e non dimentichiamoci anche la ragazza, si allenano. Entro, mi avvicino in silenzio e li osservo… l’unica cosa che mi trasmettono è felicità, voglia di vivere.

Mi accorgo subito che questa squadra non è sola, è aiutata da due persone, una direttamente in campo con i ragazzi, che capisco essere l’allenatore, ed una dietro alle quinte che non appena mi vede si presenta: “Piacere sono il meccanico”. Subito ho pensato ma che cosa strana un meccanico in una squadra di rugby quanto mai potrà essere utile? Mi è bastato poco per capirlo dopo cinque minuti che osservavo gli atleti in campo il “meccanico” era già stato chiamato in causa quattro o cinque volte.

Che realtà affascinante, che cooperazione e solidarietà che stavo vedendo. Mi faccio spiegare un po’ le regole del gioco, e mi dicono che sono diverse da quelle del rugby tradizionale, infatti la palla usata è tonda e non troppo pesante per consentire a tutti di riuscire ad afferrarla, in campo deve esserci sempre un punteggio non superiore ad otto e cioè, ad ogni giocatore in base alle sue problematiche viene attribuito un punteggio e la somma di questi non deve superare la soglia di otto inoltre, i giocatori in campo non possono essere più di cinque.

Un momento di gioco. Sopra, i Mastini Cangrandi con il loro allenatore.

Questo meccanismo serve per fare in modo che le squadre siano equilibrate il più possibile e che sia data la possibilità a tutti di giocare. Gli atleti sono muniti di carrozzelle particolari, che il “meccanico” tiene sempre al meglio per consentire ai suoi giovani campioni di dare il massimo.

È ora della fine dell’allenamento e tutti sono stanchi, ma più che altro affamati, ma nonostante questo senza neanche un attimo di risposo, una doccia, o una rinfrescata si mettono subito a mia disposizione pronti a rispondere a qualsiasi mia curiosità ed è proprio grazie allora loro accoglienza e solarità che anche io mi sono lasciata andare ad una piacevole chiacchierata su quella che è la loro realtà.

La determinazione e voglia di vita traspare da tutti i loro pori, c’è chi viene da Padova due volte a settimana per allenarsi, chi salta giorni dal lavoro per portare la sua esperienza nelle scuole con lo scopo di far conoscere a più persone possibili questa realtà che tanto li rende felici.

Mi raccontano che purtroppo le squadre in Italia sono poche e molti di loro per imparare hanno dovuto per un periodo recarsi fino a Padova. Come prima accennato, in mezzo a questo gruppo vi è anche una ragazza che fieramente ci racconta che a praticare questo sport sono solo due in tutta Italia, lei compresa.

Oltre alle loro parole, mi guardo incuriosita attorno noto come l’allenatore scherza con questi ragazzi, si capisce che gli vuole molto bene, non risparmiandogliene una, si fanno commenti su come è andato l’allenamento e su come pianificare le prossime uscite, non c’è proprio tempo per fermarsi.

Mi raccontano anche le loro storie personali del perché si sono trovati ad essere su una carrozzina, lo fanno con serenità, risulta chiaro che devono averci lavorato molto e superato questo ostacolo che la vita ha posto sul loro cammino.

In questa aria di preparativi che precedono la cena non mi lasciano mai sola e a turno mi intrattengono raccontandomi un sacco di cose ad esempio, che all’interno del loro gruppo si sono dati dei ruoli, e ci tengono a sottolineare che si autogestiscono completamente: dalla ricerca di sponsor, alla pubblicità, alla logistica e hanno in progetto anche di aprire una pagina web della squadra.

È importante sottolineare che un sostegno a questa squadra arriva dal West Verona Rugby di Sona. Tra i due gruppi vi è un profondo legame di amicizia che li porta a condividere anche l’allenatore, infatti Mauro Olivieri oltre ad allenare i Mastini si occupa anche del settore minirugby del West, con i ragazzi dai 4 ai 12 anni.

Tra di loro si vogliono molto bene, sembrano quasi una grande famiglia, il Presidente ci racconta che l’anno precedente hanno vinto un concorso e sono riusciti ad ottenere i fondi necessari per comprare una carrozzina per un nuovo giocatore. Questo nuovo elemento, non senza fatica, sacrificio e determinazione, sta cominciando a fare parte del meraviglioso gruppo e sono molto entusiasti nel raccontarmi i sorprendenti passi in avanti che il nuovo atleta sta facendo, tutti si sostengono a vicenda e gioiscono per i traguardi, grandi o piccoli che siano, che ognuno riesce a raggiungere.

Rimango impressionata dell’autonomia ed indipendenza che questi ragazzi dimostrano di avere, periodicamente si incontrano nelle varie città di Italia per disputare le partite contro le altre squadre avversarie concentrate in due o tre giorni, derogando così ai normali gironi di andata e ritorno, per agevolare gli spostamenti. Ormai sono talmente affascinata da questa realtà e starei ore ad ascoltarli ma ovviamente anche per loro è stata una giornata faticosa e l’allenamento è stato tutt’altro che leggero, si preparano velocemente e si dirigono verso la pizzeria, non prima di essersi fatti fotografare, mostrando orgogliosamente lo stemma della loro squadra.

Mi raccomando, mi dicono, “Ti aspettiamo ancora per una pizza”, che sicuramente non mi farò sfuggire, proseguono poi ribadendoSperiamo che diffondendo il più possibile la voce altri nuovi giocatori si uniscano a noi perché questo sport ci ha regalato una forza nuova che pensavamo di non avere e degli amici e compagni fantastici”.

Li saluto affettuosamente, e risalgo in macchina, ripensando a quanto quella sera era stata per me sorprendente, mi sarei aspettata di tornare a casa rattristata nel vedere quando la vita alle volte può essere crudele ed invece eccomi qui, con il sorriso sulle labbra a pensare: “Ma se loro hanno saputo superare tutte quelle difficoltà chi sono io per abbattermi per piccolezze?”.

Quanto mi hanno insegnato in così poche ore, lo sport li ha uniti, il mio augurio e la mia speranza è che questa gioia si possa espandere e che la loro realtà diventi un esempio, sia per le persone con disabilità, ma in generale per tutte.

Silvia Bergamin

About Silvia Bergamin

Nata il 24 maggio 1997, vive a Lugagnano. Diplomata al Liceo Medi di Villafranca nell'anno 2015/2016, attualmente studentessa di Giurisprudenza all'Università di Trento. Amante della vita e delle sfide che questa gli pone sul cammino.

Related posts