La "fortezza" delle Beccarie

Ci è stato chiesto di descrivere Corte Beccarie di Lugagnano. Lo abbiamo voluto fare riportando quanto è stato pubblicato nel 1997 nel libro “Fregole di Storia, Appunti e spunti su Lugagnano e dintorni”, scritto da Massimo Gasparato e Gianluigi Mazzi ed edito da Proforma.
Tale volume, del costo di 20 Euro, è ancora disponibile presso l’Associazione Il Baco da Seta e può essere richiesto all’indirizzo redazione@ilbacodaseta.org
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Le Beccarie

È senz’altro la corte di dimensioni più ragguardevoli della zona di Lugagnano, quella con l’aspetto più «razionale». Ci si aspetterebbe dunque di trovare una buona quantità di documenti ed invece, per ricostruirne le vicende, bisogna affidarsi quasi esclusivamente alle testimonianze orali, riferite perloppiù a questo ultimo secolo.

Di sicuro c’è un’origine settecentesca, con la nobile famiglia dei Personi, proprietaria della corte Messedaglia e dell’ampia campagna di pertinenza, che decide di creare un nuovo insediamento spostato verso la strada che conduce da Verona a Lugagnano.

 

Una mappa del 1750, infatti, indica genericamente come «case del nob. sig. Personi» una schiera di edifici che devono avere costituito il primo nucleo delle future Beccarie e difatti il lato sud della corte è quello che presenta i fabbricati più antichi. Contrariamente al suo aspetto uniforme, dunque, la corte ha raggiunto il suo aspetto attuale in momenti successivi. A quel primo gruppo di edifici si sono aggiunti, infatti, i lati est ed ovest, con ogni probabilità fra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento. È questo il momento in cui le Beccarie acquistano rilievo proprio, venendo separate per la prima volta dall’unica proprietà con la corte matrice della Messedaglia. I nuovi padroni, la famiglia Lucchini, sembrano comunque aver conservato per tutta la prima metà dell’Ottocento le caratteristiche originarie dei fabbricati, che non presentano abitazioni ma solo stalle. Al riguardo si può notare che l’insieme degli edifici – a formare una grossa «U» – risulta in origine comunicante, tanto che i soprastanti granai rimasero tali fino agli inizi di questo secolo. Solo fra il 1848 ed il 1856 i Lucchini costruiscono una schiera di abitazioni lungo la strada per Lugagnano, saldando così i lati della corte che assume in questo modo la sua struttura definitiva.

Il significato del nome dato alla corte non è del tutto chiaro: il Catasto Austriaco in questi anni indica la località come «Beccaria», termine che si ritrova in dialetto ad indicare il macello, la macelleria (da becàr, macellaio). Effettivamente le dimensioni delle stalle potrebbero giustificare anche anche l’esistenza di un macello. Legare a questo l’origine del nome resta dunque l’ipotesi più probabile, ricordando però che mancano ancora prove certe dell’esistenza nella corte di una simile attività.

La Beccaria, passata da un Lucchini al cognato Tommasi già nei primi anni dell’Unificazione, varia comunque la sua denominazione in plurale almeno dal 1897. Nell’ottobre di quell’anno, infatti, a Lugagnano si festeggia il primo secolo di vita della Parrocchia e, al contempo, la fondazione della locale Società operaia cattolica. Le cronache riportano che i partecipanti si erano ritrovati alle «Beccarie», dove fin dal mattino «… continuavano ad arrivare carrozze, pedoni, comitive di soci delle varie società…» per formare il corteo che, al suo centro, annoverava i settantanove fondatori del nuovo sodalizio di Lugagnano. Terminata la prima parte del programma, con la Messa ed i discorsi ufficiali, «… si ricompose il corteo e si ritornò alle Beccherie. In un vasto porticato tutto adornato di bandieruole di carta e di cartellini portanti scritto: W la società – W la parrochia – W il Papa, erano disposte le tavole per il banchetto.
I coperti furono centocinquanta…».

Negli stessi anni arrivano nella corte alcune famiglie, quali i Rudari, i Cordioli ed i Vallicella, per lavorare come boari della famiglia Tommasi di Sandrà. Inizia così il progressivo cambio di destinazione degli edifici, che vede le stalle tramezzate e ristrutturate ad uso abitativo.

Sempre a cavallo fra Ottocento e Novecento, nell’ala ovest, sulla destra dell’ingresso, viene realizzata una filanda, che occupava stagionalmente molte decine di donne di Lugagnano e dei paesi limitrofi. La lavorazione delle galète avveniva in grossi stanzoni al primo piano. Anche molto tempo dopo che questa attività venne abbandonata, erano visibili le rotaie dei carrelli che trasportavano i bozzoli ai locali di filatura.
Fino agli Anni Venti la corte rimane di unica proprietà della già citata famiglia Tommasi ed i lavorenti, per presentare il loro rendiconto, devono recarsi periodicamente a Sandrà, dove risiedono i padroni che si portano in visita alle Beccarie in via del tutto eccezionale. Morto il padre, nel 1925 i fratelli Tommasi e la loro madre decidono di frazionare e vendere la proprietà, costituita da corte e campagna e fra gli acquirenti figurano diversi ex dipendenti. Ma anche dopo queste spartizioni, ancora per molti anni le Beccarie restarono un mondo a sè: l’unico ingresso era costituito da un portone sotto il volto, dove pure esistevano due panche di pietra e dei grossi anelli per legarvi i cavalli dei visitatori. La sera il portone veniva chiuso col catenaccio e la corte diventava così inaccessibile anche agli eventuali ritardatari, visto che nessuna abitazione comunicava con l’esterno. All’interno le esigenze idriche degli abitanti venivano soddisfatte da un pozzo, a sinistra dell’ingresso, profondo 45 metri, che venne distrutto dall’arrivo del progresso, attorno agli Anni Sessanta. Vicino al pozzo c’erano tre abbeveratoi per le bestie, che potevano recarvisi al mattino, quando venivano lasciate libere all’interno della corte. Per le vacche, in realtà, era stata predisposta fin dall’origine una vasca in alternativa al pozzo: costruita in mattoni e con il fondo a volta, era situata verso l’angolo sud est e raccoglieva l’acqua piovana, che da lì veniva pescata e travasata nel vicino abbeveratoio. Non venne demolita, ma interrata molti anni or sono, per il timore che l’acqua stagnante potesse diffondere il tifo.

La campagna intorno, non ancora irrigata, era utilizzata quasi solo per far fieno, con lunghi filari di gelsi, ma non mancava il frumento che, dopo il taglio, veniva steso sull’ampia aia (el sèdese) al centro della corte. I ragazzini collaboravano al vaglio del grano roteando el versèl, mentre i più piccoli si adoperavano per tenere lontane le galline. Come per il pozzo, anche per l’aia fu fatale l’arrivo del progresso, con relativa demolizione.

Da ricordare, infine, che il locale del pozzo, una volta distrutto lo stesso, è rimasto di uso comune ed è stato utilizzato per riunioni e lezioni inerenti l’agricoltura. Al suo interno sono ancora conservati alcuni banchi provenienti dalle vecchie scuole elementari di Lugagnano, costruite nei primi anni di questo secolo e demolite nel 1967.