La fine del comunismo e la dissoluzione della Jugoslavia in un’interessante serata a Sona. Molti i giovani

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L’Università Popolare di Sona ha organizzato lo scorso 3 novembre una conferenza dal titolo “Morire a Sarajevo. La fine del comunismo e la dissoluzione della Jugoslavia”.

Scelta coraggiosa, in quanto l’argomento è risultato ostico anche per gli appassionati di storia e perchè, viste le presenze, era rivolta soprattutto ad un pubblico molto giovane.

Da ricordare inoltre che sono passati solamente vent’anni da quei tragici eventi e per molte vicende, come detto dall’ottimo relatore Prof. Rama, non si è ancora chiarito come si siano svolte. Da ricordare infatti che molte di esse sono ancora descritte, da fonti diverse, con valutazioni contrastanti.

Ha introdotto il tema Nora Cinquetti, Rettore dell’Università. Erano presenti gli Assessori alla Cultura Gianmichele Bianco e alla Scuola Antonella Dal Forno, oltre alla Dirigente dell’Istituto Comprensivo di Lugagnano Piera Cattaneo.

L’argomento è stato diviso in più parti con una introduzione musicale di Davide Bressan, un giovane uscito da pochi anni dalla Scuola Media del capoluogo ad indirizzo musicale, con formazione fisarmonica, che ha eseguito un “brano balcanico”. Durante ed al termine della conferenza Andrea Favari, musicista, attore e poeta ha letto brani ed ha eseguito alla chitarra e cantando, musiche pertinenti all’argomento.

Il Prof. Rama ha esordito collegando il tema che andava presentando a quelli già trattati dall’Università Popolare gli scorsi anni a Lugagnano sulle due guerre mondiali (leggi i servizi QUI e QUI), sulla caduta dei totalitarismi e sulla Shoa, affermando che le vicende balcaniche degli anni ’90 del secolo scorso hanno un legame molto stretto con gli eventi finali di quelle vicende.

Ha indicato nella teoria del Presidente americano ThomasWilson, elaborata al termine del primo conflitto mondiale, “sull’autodeterminazione di popoli”, l’inizio dei problemi nell’area balcanica. Infatti, a fronte della legittima aspettativa di valorizzare la propria identità, nella crisi balcanica si sono inserti interessi di potere ed economici che hanno stravolto l’area, alimentando odi mal repressi da anni, fino ai genocidi.

Josip Broz Tito, meglio conosciuto come Tito, era riuscito al termine del secondo conflitto mondiale a creare la Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia, una realtà politica, come lui soleva dire, di “sei Stati, cinque nazionalità, quattro lingue, tre regioni, due alfabeti, dodici etnie e un solo Partito”. Riuscì anche a collocarsi equidistante dalle due aree politiche che si erano formate al termine del secondo conflitto mondiale che si reggevano sull’ “equilibrio del terrore atomico”, l’Ovest con gli USA e l’Est con la Russia. L’Jugoslavia di Tito, sfruttando la posizione strategica fra i due blocchi, ottenne per anni molti ossequi e soprattutto aiuti economici da entrambi gli schieramenti.

La caduta del muro di Berlino nel 1989 ed il crollo dell’impero comunista furono determinanti per avviare la trasformazione geo-politica dell’area balcanica. Cristiani e musulmani, rispolverarono antiche rivendicazioni etniche, religiose, culturali e problemi del passato, nascosti e mai risolti, a partire da quelli del XIV secolo (Occidente cristiano contro l’Impero Ottomano musulmano). Ogni etnia trovò un leader che soffiò su un fuoco latente e l’unità dell’Jugoslavia in pochi anni andò in frantumi.

marino rama
Il professor Marino Rama. Sopra, un momento della conferenza a Sona

La Slovenia se ne andò nel 1991, dopo solo dieci giorni di manifestazioni e scontri, in quanto nulla aveva a che spartire con il mondo slavo e non era territorio interessante per il nuovo leader dell’area balcanica. Inoltre venne subito riconosciuta da Vaticano, Austria e Germania, perchè di religione cristiana e con forti vincoli storici pregressi. Nel 1992 fu accettata all’ONU.

Più difficile e complessa fu la lotta sostenuta dalla Croazia per l’importante della presenza della componente serba. L’area inoltre era la terra degli Ustascia, reparti combattenti estremisti, di fede nazionalista e fascista, che combatterono in tempi diversi contro i Turchi Ottomani, al fianco di Hitler nel secondo conflitto e contro i Serbi in molte occasioni. Riuscì comunque a staccarsi dalla Federazione iugoslava dopo una lotta che fu combattuta tra il 1991 ed il 1995.

Il dramma nell’area raggiunse però il suo culmine quando si scontrarono gli interessi di Bosnia e Serbia, la prima soprattutto musulmana, con all’interno del territorio molte enclave serbe, la seconda che con il progetto “Grande Serbia” era intenzionata a prendere il posto della ex-Jugoslavia. I Serbi si dichiararono difensori della Cristianità e trovarono in un leader, Slobodan Milosevic, e nel suo braccio destro armato, Ratko Mladic, chi li condusse ai massacri-crimini di guerra.

Milosevic, un ex funzionario comunista poco appariscente, ma carismatico, aveva capito per tempo che il comunismo era finito e che la nuova strada per il potere era quella del nazionalismo più aggressivo. La Bosnia visse il suo dramma fra gli anni 1992-1995. Milosevic, dopo aver lanciato lo slogan “se in un cimitero vi sono delle tombe serbe, quell’area deve appartenere  alla Serbia”, avviò un azione di pulizia etnica violenta, potendo contare sul un ben organizzato esercito federale della vecchia Jugoslavia, contro bosniaci ed etnie di religione musulmana, che disponevano di scarsi armamenti.

La tragedia, che si trasformò in genocidio, ebbe il suo apice a Srebrenica, ove i Caschi blu dell’ONU, tre compagnie di giovani militari olandesi, non supportati da armi pesanti e copertura aerea, lasciarono campo libero ai Serbi, che divisero gli uomini (dai 14-15 anni) dalle donne, massacrandoli. Si è scritto di 8000 persone uccise.

Quando il dramma assunse tali dimensioni, insopportabili per un modo civile, gli USA del Presidente Clinton decisero di intervenire con il braccio armato della NATO. Questa difficile scelta fu assunta dopo aver preso atto dell’impotenza dell’ONU e dell’inazione dell’UE, bloccata da nazioni europee che, per vicende risalenti al secondo conflitto mondiale, si erano di fatto schierati su fronti contrapposti. Si parlò per la prima volta di “ingerenza umanitaria”, messaggio lanciato inizialmente dal Vaticano di Giovanni Paolo II ed accolto dall’ONU.

I Serbi ed i Bosniaci, dopo aver subito embarghi di vario genere, forti pressioni da più parti e bombardamenti molto pesanti, accettarono di sottoscrivere a Dayton nel mese di novembre 1995 un accordo che mise fine al conflitto guerreggiato. Non fu un buon accordo, ha sostenuto l’oratore durante la conferenza a Sona, perchè trasformò una terra che era stata l’esempio di convivenza fra religioni, etnie e popoli molto diversi in un’area di Stati etnici che ora devono convivere questa nuova realtà, praticamente imposta.

Il Kossovo, che in pochi anni, non per immigrazione ma per crescita demografica, era divenuto a maggioranza albanese fu l’ultima regione che rivendicò il diritto all’indipendenza e se ne andò nel 1999. I Serbi però considerano quell’area la culla della loro civiltà e l’acquisita indipendenza ed il forte legame con l’Albania sono mal sopportate.

Il relatore ha concluso l’esposizione ricordando, in negativo, che l’arrivo durante la guerra di combattenti musulmani sunniti arabi in aiuto ai Bosniaci probabilmente ha portato all’insediamento di cellule terroristiche, ora ISIS.

Ha ricordato invece, in positivo, il buon lavoro della Corte Penale Internazionale dell’AIA che ha ottenuto, in pochi anni, importanti risultati con le sentenze nel campo dei genocidi. Dopo alcune condanne a carico di leader africani, il Tribunale ha condannato Milosevic, che è morto in carcere, ed anche alcuni leader bosniaci. Il processo a Mladic, il generale che guidò il massacro di Srebrenica, è invece ancora in corso.

Il prof. Rama, come nelle precedenti occasioni, ha presentato l’argomento in modo dettagliato e con una evidente ampia preparazione sul tema, illustrando i diversi passaggi con ottimi schemi e filmati. La complessità della materia, ed i molti nomi impronunciabili degli attori della tragica vicenda, ha talvolta reso difficile la comprensione dei diversi passaggi.

La numerosa presenza ed i molti interventi, alla fine della presentazione, dimostrano peraltro che anche argomenti complessi possono risultare attrattivi per molti nostri concittadini. Al termine dell’assemblea è stato annunciato che è già programmata, per il febbraio prossimo, un nuovo incontro con tema l’Unione Europea, che fu la grande assente nella vicenda sopra descritta.