La festa dei vent’anni Onemusic Academy di Lugagnano: un palco, tante storie, un’unica voce

Man sings into a microphone on an outdoor stage while a woman in a yellow floral dress stands beside him, with drums in the background.

Le luci si abbassano quel tanto che basta a far brillare gli strumenti. Davanti, una platea piena, fitta di sguardi: famiglie con i telefoni già pronti, amici seduti vicini, appassionati che riconoscono un riff dopo poche note. A Villafranca, domenica 7 giugno, la Onemusic Academy di Lugagnano ha portato il suo saggio di fine anno alla The Villa, trasformando una serata in qualcosa di più di un evento: un rito collettivo, intenso, con il profumo di un traguardo importante.

Perché la scuola compie vent’anni di attività. Vent’anni di lezioni, prove, mani che imparano a stare sul tempo, voci che trovano coraggio, ragazzi che scoprono di poter salire su un palco e restarci.

La serata ha viaggiato in due parti, come un disco con due facciate che si parlano. La prima, quella dei saggi singoli, ha lasciato spazio agli allievi più giovani. È lì che si misura la sostanza di una scuola: nel modo in cui accompagna i primi passi, nel silenzio teso prima di attaccare, in quel secondo in cui un bambino cerca con gli occhi l’insegnante e poi decide di fidarsi delle proprie mani. Applausi caldi, incoraggiamenti, sorrisi larghi. E una sensazione netta: la musica, qui, non è una vetrina. È un luogo dove crescere.

Poi il cambio di passo, il concerto vero e proprio: “I luoghi del suono”. Sul palco si alternano formazioni ricche, piene di sfumature: bassisti, chitarristi, tastieristi, percussionisti, sassofonisti e cantanti. Un mosaico di talenti che, pezzo dopo pezzo, costruisce uno spettacolo di livello, intriso di passione. Il pubblico risponde come rispondono le comunità quando si riconoscono: canta, balla, batte le mani. Non c’è distanza tra chi suona e chi ascolta, c’è una corrente che passa.

La scaletta, variegata e coraggiosa, è un viaggio tra epoche e colori. C’è la carezza senza tempo di “What a Wonderful World”, che porta in sala un respiro largo, quasi cinematografico. C’è il blues ruvido e caldo di “The Thrill Is Gone”, con quel sapore di strada e malinconia che non invecchia mai. C’è la solarità vintage di “Our Day Will Come” e “My Girl”, canzoni che sembrano nate per far muovere le spalle anche a chi giura di non ballare. E c’è l’energia da rock band che esplode tra “Take It Easy” e “Live and Let Die”, dove la tensione sale e la platea segue ogni cambio.

Non manca il lato più impegnato e corale, con “Get Up Stand Up”, che porta sul palco un ritmo che è anche presa di posizione emotiva: stare insieme, reggere il tempo, non mollare. E poi le canzoni che chiedono ascolto e attenzione, come “The Long and Winding Road” e “Waiting on the World to Change”, piccole bussole pop che parlano di attese, svolte, crescita. A sorpresa arriva anche il buio affascinante di “Black Hole Sun”, con quel clima sospeso che cambia l’aria del palco. E tra i brani più intensi, “She Used to Be Mine” porta il pubblico dentro una storia personale, fragile e potente insieme.

Il repertorio comprende anche la canzone d’autore e la memoria collettiva: “La leva calcistica della classe ’68” ha il passo narrativo di chi racconta un Paese intero partendo da un campo e da una generazione, mentre “La sera dei miracoli” accende quella Roma immaginata che diventa, per una sera, anche Villafranca.

Spazio anche all’italiano più leggero e immediato con “Dubbi non ho” e a un classico che mette tutti d’accordo come “Volare”, che in platea diventa quasi un coro spontaneo. Sul versante dance-pop, “Get Lucky” alza la temperatura e “Smooth” porta quella scorrevolezza che fa battere il tempo. E quando arriva “Chiedi chi erano i Beatles”, si sente la voglia di raccontare la musica come eredità viva, non come museo. Finale con “Heroes”: un titolo che da solo spiega perché certi saggi restano addosso.

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A guidare la serata, con competenza e calore, il presidente della Onemusic Academy Erik Spedicato, musicista professionista, insieme a Chiara Dal Molin, insegnante di canto della scuola. Spedicato ha raccontato un anno fitto di incontri e dedizione e ha insistito su un punto che, a sentirlo dal palco, diventa concreto: insegnare ai ragazzi a stare sul palco significa insegnare a gestire le emozioni, a tenere insieme paura e desiderio, a trovare se stessi attraverso uno strumento.

In un passaggio che ha colpito ha ricordato che in un mondo complicato serve la musica per costruire relazioni, stare bene con gli altri e “diventare più umani”. E ha voluto ringraziare i compagni di viaggio, gli insegnanti, per uno spirito condiviso che non si improvvisa.

Anche dal gruppo docenti è arrivata una chiave chiara: un saggio così richiede prove, devozione e passione, ma l’ingrediente decisivo resta il divertimento. E soprattutto i valori: condivisione e cooperazione. Nella Onemusic Academy, hanno spiegato, non c’è spazio per la competizione con gli altri, ma per quella con se stessi, per migliorarsi. La musica come allenamento e abbraccio, con un motto semplice che, in una scuola, diventa metodo: “l’unione fa la forza”.

Il ventennale, in questo quadro, non è solo una cifra tonda. È la prova di una continuità che fa territorio: una scuola che in due decenni ha costruito un ambiente accogliente e inclusivo, capace di valorizzare la diversità di ogni allievo, dal più piccolo al più grande. Lo raccontano i nomi e le competenze: dallo storico maestro Giampaolo Begnoni a Gianluca Piacenza, da Lucio Piccoli a Giulio Peretti, da Clara Frizzi a Cristiano Contin, fino a Alessandro Bucci, e agli altri insegnanti che tengono insieme tecnica e umanità.

E la serata si è chiusa con un annuncio che guarda avanti: Erik Spedicato ha comunicato l’istituzione di una borsa di studio per uno studente che si è distinto per passione e forza nel perseguire i suoi obiettivi musicali. Un gesto che ha il sapore giusto per un ventennale: celebrare senza retorica, investire nel futuro senza clamore.

Alla fine, mentre le ultime note si spegnevano e il pubblico restava ancora lì, con quella luce negli occhi che viene solo dopo la musica suonata bene, la sensazione era una: non si è visto soltanto un saggio. Si è visto un pezzo di comunità.

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Mario Salvetti
Nato nel 1969, risiede da sempre a Lugagnano. Sposato con Stefania, ha due figli. Molti gli anni di volontariato sul territorio e con AIBI. Nella primavera del 2000 è tra i fondatori del Baco, di cui è Direttore Responsabile. E' giornalista pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti del Veneto. Nel tempo libero suona (male) la batteria.