La pandemia da Covid-19 ci accompagna ormai da nove lunghi mesi. Se c’è una certezza, da quando è iniziato tutto questo, è proprio l’incertezza che ci accumuna.

Chi poi in questo periodo, come la sottoscritta, si trova a convivere con uno o più (coraggio!) adolescenti, starà facendo i conti con una spiacevole sensazione di incertezza anche verso il futuro dei propri figli; intendiamoci, non è che prima fosse tutto rose e fiori, anzi. I nostri ragazzi avevano, già prima della pandemia, a che fare con un mondo poco rassicurante e non inclusivo, soprattutto per quanto riguarda il mondo del lavoro.

Chi sta frequentando le scuole medie e superiori, in particolare, sta già assaporando l’amaro che porta con sé questa emergenza: percorsi formativi extra scolastici praticamente ridotti a zero, orientamento per la scuola superiore o l’università annullati o disponibili solo on-line, i viaggi-studio all’estero o semplicemente le gite scolastiche nel nostro paese, che sono solo un bel ricordo. Tutti appuntamenti importantissimi per gli adolescenti e che di colpo sono stati spazzati via da questo virus.

Oltre al dispiacere di non poter fare quello che tanti coetanei nel passato hanno fatto e vissuto prima di loro, si aggiunge il macigno della scuola online: una modalità frustrante e alienante, sotto tanti punti di vista.

Proprio in questi giorni leggevo, su un quotidiano del nostro territorio, un articolo che denuncia l’aumento delle richieste d’aiuto al “Punto di ascolto” sul disagio scolastico del Provveditorato di Verona, attivo con i colloqui on-line, da parte di ragazzi ma anche genitori e professori.

Autolesionismo, uso dei social network al limite della dipendenza e una forma diversa di “fobia scolare”: la reticenza cioè, a mostrarsi nella classe virtuale senza essere al top della forma, per il timore di essere fotografati e derisi dai compagni. Si tratta di segnalazioni che hanno frequenza quasi quotidiana, non sono casi sporadici.

ci sono poi ragazzi e ragazze che devono fare i conti con la difficoltà a connettersi virtualmente alle lezioni o che non hanno proprio i mezzi per farlo, rimanendo di fatto tagliati fuori; adolescenti che lamentavano disagi già prima del Covid e che ora sono in emergenza a causa di situazioni familiari difficili o difficoltà economiche, per citare solo i più frequenti.

Stare tanto tempo chiusi fra quattro mura in un clima pesante, di paura continua, deve essere veramente logorante, soprattutto a livello psicologico (e fisico in caso di maltrattamenti).

Si capisce quindi, il desiderio dei nostri ragazzi di tornare fisicamente a scuola, di tornare a sedersi sui banchi, in quelle aule anche brutte e vecchie a volte, ma pur sempre ricche di opportunità, di sguardi veri, di conflitti pure, come è giusto che sia a questa età.

Mio figlio mi ha detto chiaramente di sentirsi deluso e arrabbiato, quando ha appreso che ancora una volta i ragazzi dovevano essere fra i primi a sacrificarsi per arginare l’emergenza sanitaria. Non solo, a tantissimi di loro sono stati tolti anche lo sport o le attività pomeridiane alternative, che rappresentavano una valvola di sfogo notevole e un appiglio a una parvenza di normalità, cui è stata messa definitivamente la parola fine il giorno in cui un nuovo DPCM chiudeva bar, pizzerie, ecc. dalle 18 di sera. Insomma, di fatto un lockdown parte seconda.

A marzo, ho constatato che la maggior parte dei ragazzi ha affrontato in modo più che dignitoso i quasi tre mesi chiusi in casa, comportandosi responsabilmente, cercando di rispettare le regole e mostrando anche un autocontrollo che strideva con la loro età.

Ora la storia si sta ripetendo, per fortuna in toni un po’ più leggeri, ma se ogni tanto sbottano, si comportano in modo strano o che non corrisponde alle nostre aspettative, proviamo a metterci nei loro panni: non sto suggerendo di giustificarli in modo superficiale o gratuito – attenzione! – ma questa dovrebbe essere l’età della leggerezza, della voglia esagerata di uscire con gli amici, di stare in compagnia, dei primi amori e simpatie…

Noi adulti, per primi, facciamo fatica a rinunciare all’uscita nel weekend con gli amici, o a fare quello che ci piace dopo una settimana di lavoro. Per loro è mille volte più faticoso e penalizzante, perché il socializzare, il confrontarsi con gli altri pari, è una parte fondamentale della loro crescita e vita.

Penso spesso che questa dovrebbe essere anche l’età delle cavolate, degli errori (da cui imparare), delle sperimentazioni (anche poco sane purtroppo) e andrebbero fatti nell’adolescenza proprio per evitare che questi sbagli diventino poi troppo grandi e commessi in un’età in cui non sarà più scontato essere perdonati.

Invece è tutto congelato, sospeso, rimandato: anche le emozioni sono in una specie di quarantena lunghissima.

Ed io sono qua che aspetto, perché un giorno, se e quando torneremo ad una vita “normale”, i nostri figli rivendicheranno il diritto di fare tutte le esperienze a loro negate in questi mesi.

Starà a noi genitori accompagnarli nel modo migliore che possiamo, ognuno secondo le proprie possibilità, tirandogli le orecchie quando serve, ma amandoli anche e soprattutto nelle loro fragilità.