La didattica a distanza e il ruolo degli insegnanti: Uno studio dell’Università di Verona analizza i mesi del coronavirus

Gli ultimi tre mesi dell’anno scolastico sono stati segnati anche a Sona dalla didattica a distanza.

Attraverso gli schermi dei computer e degli smartphone, le famiglie hanno assistito alla rapida e notevole trasformazione della scuola, che si è reinventata per continuare ad adempiere al proprio compito anche durante l’emergenza.

Nei giorni scorsi, un gruppo di ricercatori dell’ateneo scaligero ha reso noti i risultati di uno studio volto ad esplorare i vissuti degli insegnanti in questo periodo difficile, in cui a seguito della chiusura degli istituti scolastici la didattica è entrata nelle case, assumendo forme che erano assolutamente imprevedibili fino ad alcuni mesi fa. Si tratta di una ricerca che ha raccolto i racconti di quasi mille docenti di scuola dell’infanzia, primaria, e secondaria di primo e secondo grado del territorio nazionale, che può contribuire a fare luce anche sull’esperienza vissuta a livello locale.

Fin dai primi giorni di marzo, gli studenti delle scuole primarie e secondarie del Comune di Sona hanno trovato attività di e-learning sul registro elettronico e sulla piattaforma Google Suite for Education: in questo modo gli insegnanti hanno offerto materiali e indicazioni di studio per promuovere l’apprendimento fra le mura domestiche.

Anche le scuole dell’infanzia si sono organizzate per far fronte alla situazione: attraverso il sito istituzionale, la pagina Facebook dell’istituto o la chat di Whatsapp, hanno proposto alle famiglie diverse attività, creative e divertenti, in cui coinvolgere i bambini nel tempo passato in casa.

E in tutta Italia si è assistito ad un impegno simile a quello registrato nel nostro territorio, con l’obiettivo di continuare ad offrire agli alunni opportunità di apprendimento ma anche di far sentire loro la vicinanza degli insegnanti.

Finito l’anno scolastico, è però tempo di bilanci e, a questo fine, risultano interessanti i risultati della ricerca “La didattica al tempo del Covid-19: i vissuti degli insegnanti” a cui facevamo riferimento sopra, una ricerca promossa da Luigina Mortari, Federica Valbusa, Marco Ubbiali e Rosi Bombieri del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Verona (nella foto), con l’obiettivo di conoscere le esperienze dei docenti nei difficili mesi del coronavirus, in cui la vita scolastica ordinaria ha subito un improvviso arresto e la didattica ha dovuto sperimentare forme nuove di organizzazione.

Agli insegnanti che hanno partecipato alla ricerca è stato chiesto di raccontare per iscritto, tramite la piattaforma LimeSurvey, qualcosa della loro esperienza che sentivano importante comunicare.

Quello che innanzitutto emerge dallo studio è che la didattica a distanza è una soluzione per l’emergenza, ma la scuola in presenza è ritenuta imprescindibile e insostituibile, perché l’insegnamento efficace e l’apprendimento motivato passano attraverso le posture della relazionalità vissuta di persona. Una relazionalità fatta di sguardi che si incrociano nel vivo di un’esperienza non solo trasmissiva ma anche educativa, quegli sguardi che molti insegnanti non vedono l’ora di poter ritrovare quando le scuole riapriranno.

Mortari, professoressa ordinaria di filosofia della scuola a Scienze della formazione primaria e di metodologia della ricerca qualitativa alla Scuola di medicina e chirurgia, oltre che coordinatrice del gruppo di ricerca che ha promosso l’indagine, afferma: “Non viene sufficientemente sottolineato che in un momento di grande difficoltà sociale e culturale i docenti stanno sopportando un carico di lavoro imprevisto, e non sempre hanno le risorse necessarie per rispondere ai bisogni che rilevano. Per questo, chi ha responsabilità politiche deve ascoltare la loro voce, per individuare le modalità più efficaci per supportarli nel difficile compito che stanno portando avanti”.

Certamente, la scuola a distanza ha portato a ripensare la professionalità docente, innanzitutto perché ha richiesto delle reinvenzioni educativo-didattiche: molti insegnanti si sono cimentati nella sperimentazione di nuovi strumenti, pensati per stimolare il coinvolgimento degli alunni, oltre che per favorire una percezione di vicinanza nonostante la distanza. Per quanto la scuola a distanza non possa sostituire quella in presenza, diversi docenti ritengono che quanto appreso e sperimentato in questo periodo possa rappresentare una risorsa da utilizzare anche al rientro: insomma, l’esperienza di cui si sono trovati a farsi carico a causa dell’emergenza si è trasformata in un bagaglio di conoscenze e competenze che possono rappresentare un’eredità per il futuro.

Con la didattica a distanza, la scuola è entrata nelle case, coinvolgendo e impegnando le famiglie in modo notevole: “Da alcuni racconti – afferma la dottoressa Bombieri, che è assegnista di ricerca e insegna modelli di apprendimento dall’esperienza alla Scuola di medicina e chirurgia – emerge che gli insegnanti hanno avuto cura di entrare nelle famiglie ‘in punta di piedi’, cioè con delicatezza e con rispetto, attraverso una presenza costante ma non invadente. Un altro dato rilevato è che, quando i genitori si sono impegnati a collaborare, si è rinforzata la corresponsabilità scuola-famiglia”.

“Tuttavia, un aspetto che viene sottolineato da molti – afferma la Dottoressa Valbusa, ricercatrice e docente di ricerca educativa a Scienze della formazione primaria (che è anche storica collaboratrice del Baco) – è quanto la scuola a distanza sia stata faticosa: ha infatti rappresentato un carico di lavoro enorme che, gravato anche dai troppi adempimenti burocratici, si è tradotto in tempi di lavoro notevolmente dilatati, tanto che qualcuno ha lamentato la mancanza del ‘diritto alla disconnessione’. Questo ha comportato un’invasione del lavoro non solo negli spazi ma anche nei tempi del privato. Alcuni insegnanti hanno parlato della fatica fisica conseguente alle tante ore passate al computer, e per qualcuno l’entusiasmo iniziale ha progressivamente lasciato il posto alla stanchezza”.

Un ulteriore problema emerso attraverso l’indagine può essere sintetizzato con un’espressione significativa rinvenuta all’interno di una risposta, nella quale viene rilevato che “questi mesi non sono stati per niente democratici”. A questo proposito Ubbiali, ricercatore e docente di epistemologia della ricerca qualitativa a Scienze pedagogiche, specifica: “La scuola a distanza non solo è poco inclusiva, perché rende difficile il coinvolgimento di bambini con bisogni educativi speciali, come evidenziano molti insegnanti di sostegno, e di bambini stranieri, ma anche aumenta le disuguaglianze: infatti, aumenta il divario di apprendimento fra i bambini più seguiti e i meno seguiti dalle famiglie e aumenta il divario di opportunità fra profili familiari socio-economici diversi. Non solo non tutti gli alunni possono permettersi di avere un computer e una connessione, ma le competenze digitali dei genitori segnano un discrimine di opportunità, e questo è vero soprattutto per i più piccoli che hanno bisogno del supporto degli adulti per accedere agli strumenti tecnologici”.

È stata inoltre rilevata la difficoltà della valutazione: la didattica a distanza rende necessario ripensare il metodo valutativo. C’è poi la complessa gestione delle questioni legate alla privacy nell’uso delle piattaforme di didattica online, ma anche la preoccupazione per la tutela dei docenti, poiché in qualche scuola secondaria si sono verificati episodi di cyberbullismo.

Una critica sollevata riguarda la gestione dell’emergenza da parte della politica, che viene percepita come troppo scollata dalla realtà: c’è infatti chi lamenta il fatto che la scuola subisce decisioni calate dall’alto, che rendono evidente una mancata conoscenza del contesto scolastico da parte di chi ha responsabilità decisionali. Inoltre, c’è chi sottolinea la poca chiarezza delle indicazioni ministeriali, e anche chi in questi mesi si è interrogato sulle modalità di riapertura in sicurezza, che a lungo sono rimaste un’incognita; inoltre, da alcune voci si percepisce un senso di precarietà che, soprattutto nelle scuole paritarie, si traduce in una grave incertezza sul futuro.

Questi dati incontrano l’obiettivo trasformativo della ricerca, che è proprio quello di raccogliere l’esperienza degli insegnanti affinché chi riveste ruoli decisionali a livello politico la tenga nella giusta considerazione per ripensare il futuro nel migliore dei modi.

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