“Io gli dissi che nulla io volevo mangiare di quello che egli mi portava, se prima egli non me ne faceva la credenza”.
Benvenuto Cellini
Ogni mobile ha una storia da raccontare. Ci sono dei vecchi arredi in cui il vissuto ha lasciato un’impronta così profonda da diventare parte della loro stessa struttura. Basta sfiorarne le superfici consunte, assecondando le venature del legno con tocco appena accennato, che affiorano memorie familiari e rituali domestici appartenenti a un lontano passato. Alcuni hanno mutato la loro funzione originaria adattandosi a epoche diverse e a nuovi modi di abitare, altri sono stati abbandonati sulla scia del ricordo di uno stile di vita che si è perso nel tempo.
Il mobile nasce da una necessità pratica. I primi arredi rudimentali in legno comparivano nel Neolitico, da quando le comunità primitive avevano iniziato a stabilirsi in abitazioni fisse. Semplici, funzionali, pensati per essere smontati e trasportati in caso di spostamenti improvvisi, i mobili — dal latino mobilis, “che può muoversi” — avevano assunto il ruolo di compagni di viaggio, rispondendo al bisogno di organizzare le attività domestiche secondo le esigenze quotidiane.
Nel corso dei secoli, gli arredi venivano reinterpretati in risposta al mutare delle abitudini e alla ricerca estetica, acquisendo di pari passo anche un valore emblematico. Dichiarazione visibile di stile identitario e status sociale, tra tutti i mobili, forse, quello che ha saputo rappresentare questo concetto con maggiore risalto è stata la credenza.
La credenza è l’evoluzione del cassone medievale, mobile contenitore basso e allungato, utilizzato anche come panca. Le prime credenze ne mantenevano la struttura originaria, ma con gambe e sostegni più alti. Dotate di ripiani semplici e funzionali protetti da ante — destinati a riporre stoviglie di uso quotidiano, utensili, cibi a lunga conservazione e biancheria da tavola — divennero l’elemento centrale delle dimore signorili e nobiliari, unendo funzione e rappresentanza.
Durante i banchetti, i piatti di portata venivano disposti sul piano del mobile per il “servizio di credenza”, prima di essere presentati a tavola, così che il signore potesse “aver fiducia” nelle vivande. Nel Medioevo, la “prova della credenza” o “l’atto di fare la credenza” era il rito di assaggio da parte di un servitore, volto a dimostrare l’assenza di avvelenamenti. Attestata già nella prima metà del XIII secolo, “credenza” proviene dal latino medievale credentia, da credĕre, “affidare, fidarsi, prestar fede, ritener vero”. Il termine ha poi esteso il suo significato, riferendosi all’intero mobile.
In seguito, la credenza si trasformava in un mobile più strutturato, di profilo monumentale e costruito con legni pregiati. Assecondando gli stili architettonici e le scelte ornamentali dettate dai canoni estetici del momento, si collocava in bella mostra nella sala da pranzo come segno di distinzione. A partire dal XIX secolo, le credenze iniziavano a diffondersi in tutti gli strati sociali assumendo nuovi significati.
Le credenze contadine, costruite per durare nel tempo, erano reinterpretazioni rustiche di quelle dei sióri, con proporzioni più robuste e uno stile subordinato alla funzione. Nelle vecchie credenze di campagna si trovano spesso strutture portanti in rovere o castagno, affiancate da pannelli in abete o pioppo. Per quale motivo si accostavano legni così eterogenei nello stesso mobile?
L’uso combinato di essenze lignee differenti era una scelta dettata dalla necessità. In tempi di ristrettezze el marangon impiegava “quel che ghèra”, dalle tavole di recupero agli scarti di falegnameria. Il contrasto tra venature e durezza del legno veniva uniformato con la tinta, a base di coloranti naturali — terre, nero fumo, infusi di gusci di noce, corteccia o torba — filtrati e applicati a pennello o a straccio, che conferiva un aspetto “nobile” a imitazione delle essenze pregiate.
Se nelle dimore nobiliari la credenza ostentava ricchezza e potere, nelle case contadine aveva assunto una funzione diversa, ma altrettanto rappresentativa. Una vecchia credenza di campagna conserva la storia di intere generazioni. Definirla una “versione povera” di quella signorile è riduttivo. Era un mobile dotato di identità e dignità proprie, che si tramandava da una generazione all’altra. Posta nell’unica stanza al pian terreno delle case rurali, la credenza, come il focolare, costituiva un punto di riferimento per la famiglia, un mobile che custodiva, oltre agli oggetti, il senso del tempo vissuto.
L’EDITORIALE DEL BACOLa trappola della denatalità: quando fare un figlio diventa un lussoLa vetrina dell’alzata, accanto al “servizio buono”, metteva in mostra le figure sacre e le immagini dei cari defunti. Nell’odore del suo legno intriso di passato, affiorano ancora oggi i ricordi di quelle foto sbiadite, di presenze che hanno vegliato sulla famiglia e tramandato il valore della memoria.
Nell’immagine: “Still Life with Cheese and Fruit”, Luis Meléndez, sec. XVIII.
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