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Un’indagine denominata “La condizione economica femminile in epoca di Covid-19”, realizzata da Ipsos per l’organizzazione italiana WeWorld, che difende i diritti di donne e bambini in 27 paesi del mondo, compresa l’Italia, rivela una situazione allarmante.

Il risultato di questa ricerca ha evidenziato come le donne siano, di fatto, le principali vittime economiche e sociali della pandemia: una su due ha visto peggiorare la propria situazione economica nell’ultimo anno e il dato si aggrava ancora di più quando si parla di madri disoccupate.

Questo fenomeno ha preso il nome, soprattutto all’estero, di “ShePoverty”, cioè una vera e propria povertà tutta al femminile: il 51% delle donne, oggetto dello studio, sostiene infatti di dipendere maggiormente da famiglia e partner, rispetto al passato.

Purtroppo, ancora una volta, sono le donne a pagare il prezzo più alto, anche se è bene sottolineare che questo disagio ha radici ben più profonde nel nostro contesto culturale: la pandemia ha solo avuto il compito di amplificare questa situazione di malessere.

Molti di noi, se fanno un balzo indietro con la memoria, ripensando a solo 30-40 anni fa, si accorgeranno che le mamme che lavoravano, nostre o quelle dei nostri compagni di scuola, si contavano letteralmente sulle dita di una mano: rappresentavano davvero una rarità. La maggior parte delle donne, madri soprattutto, erano casalinghe dedite esclusivamente alla famiglia, o al massimo impegnate in qualche lavoretto per arrotondare il bilancio familiare. L’occupazione principale era comunque la cura della casa e della famiglia.

Oggi la situazione è radicalmente cambiata, ribaltando completamente i numeri delle donne che hanno un’occupazione. Il grosso problema è che gli oneri a carico delle donne, sono rimasti praticamente gli stessi: figli da accudire se presenti, molto spesso casa da gestire e mandare avanti quasi esclusivamente da sole (io la considero da sempre una vera e propria azienda, il cui lavoro andrebbe remunerato!), e magari genitori anziani cui assistere.

E il mondo tutto intorno che non si è accorto di questo cambiamento epocale: prime fra tutte le istituzioni che non hanno saputo assicurare sufficienti supporti alle donne e alle famiglie in generale; la società, che si fonda ancora prevalentemente su un sistema patriarcale, nel quale è l’uomo il principale soggetto cui spetta il compito di sostentare la famiglia (di fatto guadagnando in media molto più, di una donna).

E la pandemia è stato, in questo senso, un vero e proprio vaso di Pandora: nell’indagine si parla di come il carico famigliare e in particolare il lavoro di cura sia quasi interamente sulle spalle delle donne. Il 38% dichiara di farsi carico da sole di persone non autosufficienti (anziani o bambini), il 47% tra le donne di età compresa fra i 25 e 34 anni sono concentrate nell’accudire figli minori, mentre il 42% nella fascia 45-54 anni si dedica soprattutto agli anziani.

Penso ad esempio a tutte quelle mamme che hanno dovuto gestire contemporaneamente la DAD per i figli e il proprio lavoro (sia smart che non) trovandosi spesso in grande difficoltà, sia pratica ma più che altro emotiva. L’esperienza vissuta durante i mesi di chiusura (e l’esperienza purtroppo si sta ripetendo) ha visto le donne gestire un sovraccarico di lavoro, famigliare e professionale, senza precedenti con la conseguenza che molte donne hanno scelto di ridurre il proprio investimento sul lavoro, fino alla scelta radicale di abbandonarlo.

L’Italia è ancora il Paese dove si registra il più alto tasso di abbandono del lavoro per esigenze di cura famigliare (non lavora per tale motivo il 13,3% delle donne italiane contro l’8,2% della media europea) e dove si registrano i livelli di natalità più bassi.

Dal punto di vista psicologico poi, il peso che la pandemia ha avuto sulla popolazione femminile è altrettanto catastrofico. L’80% dichiara un impatto devastante sulle proprie relazioni sociali e il 46% sulla propria voglia di vivere; il 76% delle donne intervistate ha registrato un impatto negativo sulla voglia di fare progetti per la propria vita. Ma sono le giovani donne a pagare il prezzo più alto, ahimè: per il 64% di loro (18-24 anni) la pandemia ha avuto un impatto fortemente negativo sulla propria autostima.

Per mesi si è raccontata la favola che di fronte all’attuale situazione siamo tutti sulla stessa barca, ma la realtà ci ha messo poco a dimostrare che sotto ogni punto di vista le cose non stanno così e questi dati fanno venire letteralmente la pelle d’oca. Per un motivo o un altro, la pandemia ci ha toccato tutte da vicino, mettendoci più in difficoltà rispetto agli uomini.

E a mio parere nei dati sopra ci ritroviamo in tante, per diverse ragioni, con strascichi più o meno pesanti con cui fare i conti, indipendentemente se siamo madri o meno, se siamo sposate o single, se siamo lavoratrici o casalinghe. Per certi versi ci ha anche costretto a riflettere sulla nostra condizione, sui nostri desideri più autentici (magari assopiti dalla vecchia normalità), su quello che avremmo potuto o no essere, sulle scelte che abbiamo compiuto o che ancora dobbiamo fare. E non esiste giusto o sbagliato, purché siano condizioni vissute per scelta, perché ogni donna dovrebbe aver diritto di decidere per sé stessa, senza costrizioni e libera da pregiudizi (anche delle donne stesse, spesso).

E la cosa fondamentale è che la società in primis acquisisca consapevolezza nel riconoscere questa libertà, fornendo gli strumenti per garantirla.

Il presidente dell’organizzazione WeWorld, per cui è stata condotta l’indagine, recentemente ha dichiarato: “lo studio fotografa una situazione di esclusione delle donne con radici profonde, ma che si è amplificata nell’ultimo anno; questa stessa percezione è confermata dagli operatori e operatrici che lavorano sul campo, in diverse città d’Italia, a supporto di donne e bambini, e dalle tante richieste di aiuto arrivate: donne lasciate sole, a far fronte ad oneri pesanti dal punto di vista familiare, professionale e psicologico. Questa situazione ha accomunato tutte le donne italiane, ma diventa drammatica se si guarda alle aree più marginali e alle periferie, da nord a sud ed è da qui che bisogna partire, con urgenza, per invertire la rotta. Perdere le relazioni sociali, l’autostima, la voglia di vivere mina tutti i pilastri fondamentali per costruire una vita sana e dignitosa per sé e i propri figli”.