La calendula, i cui fiori danzano al ritmo della luce diurna

“Passa dinanzi al sole, già l’ora sesta, e brilla, d’una sottil favilla, ond’arse il primo amor. Raggiante fior ne imprime che lussureggia d’oro, ed ogni suo tesoro trova nel proprio ardor”.
(Angelo Maria Ricci)

Nei giardini nobiliari di inizio Ottocento erano in voga gli “orologi di Flora”, curiosità botaniche che scandivano il tempo in base all’aprirsi in successione delle corolle floreali durante l’arco della giornata. Il cavalier Ricci, nel suo componimento in versi “Orologio di FloraScherzi botanici” (1827), riportava quanto segue: “Osservò il grande Linneo, e la gentil Madamigella sua figlia, che alcuni fiori si aprono e si chiudono ad alcune ore determinate del giorno dal maggio fino ad agosto; il che fu detto vigilia e sonno delle piante. Un tal fenomeno suggerì l’idea d’un orologio”. In questa creazione sul generis, la Calendula officinalis si collocava alle sei del pomeriggio.

I fiori della calendula danzano al ritmo della luce diurna. Essi si schiudono dall’alba al tramonto seguendo il movimento del sole ed essendo sensibili all’aumento dell’umidità atmosferica, si richiudono in previsione del maltempo a protezione dei capolini, motivo per cui la calendula era conosciuta dalla gente dei campi come “orologio e barometro del contadino”.

Da sempre presente negli orti per la sua capacità di attrarre gli insetti utili e come pianta ornamentale, “la calendula ha fiori radiati di un rosso carico dorato; nei bei giorni estivi lancia una favilla elettrica dagli stami”. Specie rustica, originaria del bacino del Mediterraneo, cresce spontanea nelle zone rurali, lungo i cigli delle strade assolate e in collina.

La spiccata capacità germinativa dei semi genera copiose fioriture che si susseguono dalla primavera all’autunno, raggiungendo la massima espansione durante la stagione calda.

Le caratteristiche botaniche, così come il portamento, il colore e l’impiego della calendula, si richiamano nella nomenclatura popolare. Anticamente denominata solsepium, “seguace del sole”, i manuali di botanica medievale le conferivano l’appellativo di sponsa solis, “sposa del sole”. Oggigiorno, i nomi comuni della calendula sono fiordimese, fiorrancio e oro di Maria (dall’inglese marigold).

L’associazione con la Madonna, si riconduce ai rimedi impiegati nell’alleviare i dolori mestruali e del parto, nonché i sintomi menopausali, benefici conosciuti già nel Medioevo (epoca in cui la calendula era considerata una panacea per le sue molteplici proprietà).

Qual è invece, l’origine del termine botanico? Calendula è in uso dal XIV-XV secolo e l’ipotesi maggiormente diffusa si riconduce al latino calendae (il primo giorno del calendario romano), in virtù della periodicità con la quale si rinnovano le fioriture. Il genere Calendula appartiene alla famiglia delle Asteracee e comprende una ventina di specie, nonché diversi ibridi (essenzialmente più vistosi per dimensione e intensità cromatica).

Nel territorio sono presenti allo stato spontaneo la Calendula (o Caltha) arvensis (da arvum campo, suolo arativo, riferito all’ambiente di crescita) che con i suoi fiorellini gialli è nota come calta selvatica, fiorrancio o calendula dei campi e la Calendula officinalis. La seconda, dai fiori più grandi che virano dal giallo dorato all’arancio, è così definita in merito alle qualità erboristiche e a tale scopo è la specie più coltivata.

Conosciuta già nel mondo romano per l’azione lenitiva, antibatterica e cicatrizzante, la calendula in forma di unguentum si impiegava come rimedio per le dermatiti e l’acne, nonché nella cura delle ustioni. Attualmente le sostanze funzionali contenute nei fiori costituiscono ancora la base delle formulazioni cosmetiche decongestionanti, emollienti, cicatrizzanti, idratanti e protettive cutanee, soprattutto nei confronti degli insulti ambientali e degli effetti invasivi dei raggi solari.

La calendula vestita d’oro emana tutta la forza del sole. Nonostante il linguaggio dei fiori la associ al dolore della perdita (riconducendosi al mito di Venere e Adone), il suo profumo caldo, erbaceo e a tratti pungente è da sempre connesso alle qualità del fuoco estivo, portatore di gioia, vitalità e virtù curative.

Emanuela Rigo
Passeggiare in aperta campagna, ispira la mia passione per la scrittura e la fotografia, e mi trasporta in una realtà dove percepire ancora le mezze stagioni. La mia personalità eclettica e la formazione multidisciplinare volta alla ricerca della bellezza, si esprime al meglio come consulente nell’ambito della fitocosmesi. Dopo mezzo secolo di città, il territorio di Sona mi sta ora offrendo una nuova dimensione di vita dove sperimentare altre tradizioni e antichi valori. Collaboro con il Baco con la rubrica “Il salotto di madre Natura".