La Battaglia di Sona del 23 luglio 1848

La mattina del 23 luglio 1848 Radetzky lasciò Verona dividendo l’esercito in tre corpi. Il 20° corpo sotto gli ordini del D’Aspre doveva portarsi sulle alture di Sona, in modo da far credere ai nostri che il maggiore sforzo del nemico fosse sulla destra e non al centro. Al centro, infatti, doveva avanzare il 10° corpo comandato dal Wratislaw per assalire Sommacampagna e Custoza, tenendosi strettamente legato col D’Aspre per via di fiancheggiatori. Il 3° corpo guidato dal Wocher procedeva dietro i primi due pronto a dare aiuto, secondo il bisogno, agli uni o agli altri.

Tutti insieme formavano un complesso di 42.000 uomini con 154 cannoni. Radetzky ordinò che il movimento cominciasse la sera del 22 in modo che l’assalto fosse dato dopo il tocco della mezzanotte; un forte uragano, però, impedì l’attuazione del piano che venne rimandato alla mattina verso le sei. Le posizioni contro cui s’indirizzavano erano difese da appena 8.000 uomini sotto il comando del generale Broglia; gli Austriaci non erano attesi ma è curioso il fatto che nella mattina del 23 Luglio non si fecero accedere a Sona, come al solito, i venditori ambulanti attorno agli accampamenti (forse sapevano dell’imminente attacco). All’ora stabilita, infatti, fu dato l’assalto a Sona. Le brigate austriache salirono, lentamente, il terreno terrazzato coperto di filari di viti e di alberi; i soldati avanzati del 20° fanteria furono costretti ad abbandonare i cascinali della Gerola, della Fusara e della Rainera e a ripiegare sul cimitero.

Ma all’attacco di Sona gli Austriaci si trovarono davanti a un ostacolo insuperabile: furono ricacciati dal fuoco e dai contrassalti dei Piemontesi; i battaglioni austriaci di seconda linea attaccarono di nuovo, ma furono accolti dal fuoco, da pietre e dai contrassalti, e l’attacco frontale fallì. Mezz’ora durò il tremendo combattimento, così aspro e tenace che i soldati austriaci, in stragrande maggioranza, giunsero ad afferrare con le mani le canne dei fucili che, dalle feritoie dei muri, sparavano contro di loro. E l’attacco si ripeté, si ripeté ancora, appoggiato dalle truppe di riserva, sino a che gli strenui difensori, non avendo più munizioni, e minacciati nel fianco, dovettero sgombrare Sona. Le cose andarono peggio, nella zona dell’attuale stazione ferroviaria di Sona, per un vile stratagemma del nemico.

I nostri soldati erano nascosti in trincea sul Monte della Madonna guidati dal generale brigadiere Menthon D’Aviernoz; gli Austriaci, oltrepassato il cimitero di Sona, scendevano credendo non occupate quelle alture e procedevano sicuri in colonne serrate, quando, d’un tratto, sbucarono i nostri che facendo impeto con le baionette rovesciarono le prime schiere. Gli Austriaci allora indietreggiarono e il D’Aviernoz volle, con 65 soldati, avanzarsi per una ricognizione; egli vide sventolare un panno bianco e udì le grida “Viva l’Italia, viva i nostri fratelli”.

Incredulo dapprima, ma poi lusingato quando un ufficiale si avanzava ad abbracciare un soldato del 20° reggimento, il generale non dubitò della lealtà di questa dimostrazione e procedé innanzi sicuro: in quel punto i nemici scoprendosi fecero una scarica contro i malcauti stendendone al suolo parecchi facendo seguire una terribile carneficina. I nostri avvampanti d’ira si slanciarono contro i traditori per vendicarsi con un attacco alla baionetta, ma, essendo in numero assai minore, solamente 30 dei nostri rimasero in piedi contro 200 austriaci.

Tuttavia questo manipolo di eroi non si sgomentò e combatté, si difese, assalì, facendo strage dei nemici. Il D’Avièrnoz fu ferito al ventre da un colpo di baionetta, e al ginocchio da una palla di moschetto e venne rovesciato da cavallo. A questo punto il feritore si precipitò su di lui per finirlo; già scendeva il colpo mortale quando, slanciatosi innanzi al generale il cacciatore Alessio Ducret di Saint Paul, provincia di Chiablese, egli ricevette in pieno petto il colpo mortale, diretto al D’Aviernoz, e stramazzò al suolo privo di sensi.

Finalmente, stretto da ogni parte, il generale venne fatto prigioniero. All’ufficiale austriaco che gli chiese la spada, trasportato da nobile sdegno esclamò: “Io non cedo la spada a traditori”, e la gettò a terra. Sparsasi fra i difensori del Monte la falsa notizia che il generale era morto, cominciarono tutti a piegare verso Sona dove si faceva una eroica difesa tale che i nemici non avrebbero potuto spuntarla se non fosse caduta in poter loro Sommacampagna.

Questo luogo era difeso da 750 Toscani di milizia regolare comandati dal maggiore Ciarpaglini e da un battaglione di Piemontesi, ma tre brigate di Austriaci, comandate dal Wratislaw, con grande impeto riuscirono ad avere ragione dato il loro soverchiante numero sicché i nostri si ritirarono a San Giorgio in Salici, ove tentarono un’ultima difesa in cui morì il Ciarpaglini.

Ma anche qui i nostri non poterono rimanere in quanto gli Austriaci disordinatamente avevano occupato tutte le postazioni, pertanto si raccolsero tutti a Castelnuovo dove era arrivato il Broglia con gli altri della sua divisione. A mezzogiorno del 23 luglio l’esercito imperiale occupava le importanti posizioni di Custoza, Berettara, Sommacampagna, Sona, San Giorgio in Salici, col fronte coperto dal Tione.

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Mario Nicoli
Nato a Verona nel 1956, lavora come medico di base. Dal 2003 è redattore del “Baco da seta”, su cui pubblica articoli che trattano quasi sempre di storia del nostro Comune. E’ presidente del “Gruppo di ricerca per lo studio della storia locale di Sona”, che fa parte della Biblioteca comunale di Sona.