Sulle rive basse del Delta l’acqua dolce non fa rumore quando manca. Lo si capisce dai canali che tirano corto, dalle pompe che devono inseguire livelli sempre più magri, da quella parola che qui pesa come una condanna: sale. Oggi, 26 maggio, il Consorzio di Bonifica Delta del Po riaccende l’allarme per l’avanzata del cuneo salino lungo l’Adige, mentre anche il Po scivola in fretta verso quote che aprono la porta al mare.
Il dato che fa scattare i campanelli è netto: alla stazione di Boara Pisani la portata dell’Adige è intorno ai 70 mc/s. Ieri era andata persino peggio: 62 metri cubi al secondo. Valori sensibilmente sotto la soglia critica dei 80 mc/s, quella sotto cui la barriera antisale di Rosolina perde efficacia. Tradotto: quando l’Adige non spinge abbastanza, il mare ha più spazio per risalire, insinuandosi dove dovrebbe esserci soltanto acqua dolce.
Non va meglio sul fronte Po. Il misuratore di Pontelagoscuro attesta oggi una portata di 650 mc/s, contro i 750 di ieri. La traiettoria è in discesa da diversi giorni e avvicina rapidamente il fiume ai 450 mc/s, la soglia minima indicata come punto di svolta: sotto quel livello, avverte il Consorzio, il mare può iniziare a entrare anche nei rami deltizi. Nel Delta, dove l’equilibrio tra fiume e Adriatico è una bilancia delicatissima, ogni decina di metri cubi in meno pesa sugli argini, sulle prese irrigue, sui campi.
Le piogge registrate a metà mese, come previsto dagli esperti, non sono bastate a colmare il deficit idrico che colpisce il Veneto da ottobre. I dati di aprile diffusi da ARPAV e ripresi nel bollettino di ANBI Veneto avevano già disegnato un quadro severo: l’Adige segnava un calo della portata del 47% rispetto alla media storica, con precipitazioni sul bacino idrografico inferiori del 72%. Una forbice che racconta un territorio che consuma più acqua di quanta ne riceva, e che inizia a pagare il conto.
Il prezzo lo stanno già mostrando ambiente e agricoltura. Il Consorzio segnala difficoltà per le coltivazioni, in particolare cereali e colture orticole tra Chioggia e Rosolina, aree dove la qualità dell’acqua è una variabile decisiva. Quando il sale avanza, non serve vederlo: lo si ritrova nei terreni che perdono vigore, nelle irrigazioni più complicate, nella necessità di gestire la risorsa con margini sempre più stretti.
Anche la stagione irrigua, avviata ufficialmente il primo aprile, era partita in salita: il 31 marzo l’Adige si posizionava già sotto i 80 metri cubi al secondo. E sul bacino del Po il bollettino di aprile fotografava una difficoltà parallela: -70% di precipitazioni e -37% di portata a Pontelagoscuro rispetto alla media del periodo. Due fiumi diversi, lo stesso segnale: la spinta dell’acqua dolce si indebolisce, la pressione del mare diventa più forte.
Con queste premesse, il 20 maggio a Verona, nella sede del Consorzio di Bonifica Veronese, si è tenuto un incontro che ha riunito i Consorzi di Bonifica Delta del Po, Adige Po, Alta Pianura Veneta e LEB, insieme ad ANBI Veneto. Sul tavolo, anche il confronto con l’assessore regionale all’Ambiente, Elisa Venturini, in vista del prossimo rinnovo delle concessioni e del rischio di una riduzione dei volumi di derivazione: un’eventualità che, in un contesto già segnato dal cambiamento climatico, renderebbe la gestione ancora più rigida e conflittuale.
Da quell’incontro è uscita una linea chiara: serve un coordinamento più stretto con le realtà territoriali, a partire dalle amministrazioni comunali e dal comparto agricolo, per condividere informazioni e pratiche e tenere insieme sicurezza idraulica e bisogni di agricoltura, ambiente e comunità locali. Con un’attenzione doppia, dicono i Consorzi: ai territori di monte e a quelli di valle, perché l’acqua non conosce confini amministrativi e la crisi climatica chiede risposte che ragionino in grande.
Intanto, sul Delta resta una fotografia che vale più di molte tabelle: Scardovari, campagne segnate dal sale. È l’immagine di una battaglia silenziosa, fatta di numeri che scendono e di un mare che, quando i fiumi rallentano, non aspetta permesso.
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