In malga nasceva il burro, e forse anche l’insulto più famoso del nostro dialetto. Ci spiega tutto El Bacan

A person in a rustic workshop shakes a large glass jar of creamy butter as a bowl of butter sits on the wooden table nearby.

“T’è roto i cojoni!” Carissime amiche, carissimi amici del Baco, quante volte avrete sentito proferire questo volgare epiteto riferito a persone, cose o situazioni che portano all’esasperazione e a momenti di frustrazione ed insofferenza? Tantissime sicuramente. 

L’elegante francesismo è ormai parte fondante del nostro lessico dialettale, ed è trasferibile a tutti i vernacoli e alla lingua madre come rafforzativo per far cessare quanto prima una situazione estrema di disagio. Sin da ragazzino mi sono sempre chiesto quale fosse la genesi di questo idiomatismo senza trovarne adeguata risposta.

A distanza di tanti anni l’intelligenza artificiale mi viene incontro con una spiegazione che comunque non mi soddisfa fino in fondo: “l’espressione si basa sulla metafora fisica  della rottura dei testicoli, organo maschile storicamente associato, in senso figurato e metaforico, alla pazienza e alla sopportazione. La rottura implica il superamento del limite di sopportazione fisica o mentale.” 

Il concetto è evidente ma la metafora fisica non spiega nel concreto come sia nato il frantumamento di scatole. Forse Tafazzi, icona della comicità demenziale portato alla ribalta da Giacomo Poretti del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, ci dimostrava concretamente come avveniva: tramite violente bottigliate sulle parti intime! In questo caso però si trattava di elevare all’ennesima potenza lo stato masochista dell’italiano medio mentre la mia convinzione mi spingeva a pensare che alla base ci fosse qualcosa di più nobile e profondo. 

In una delle mie frequenti notti insonni e di turbamento, di colpo, la folgorazione! E tutto divenne più chiaro. Facciamo un passo indietro, molto indietro. Nelle malghe di montagna i nostri padri, nonni o bisnonni mungevano a mano vacche che si nutrivano in pascoli dall’eccelsa biodiversità e il latte ottenuto era di qualità superiore; la ricchezza di elementi nutritivi e l’elevata percentuale di sostanza grassa in esso contenuta, comportava l’affiorare di copiosa e soffice panna da usarsi fresca ma soprattutto per la produzione di burro o, tradotto in dialetto, botiér. 

Il burro si otteneva per sbattimento versando copiose quantità di panna nella zangola, antico strumento in legno di forma cilindrica somigliante ad una piccola botte, che tramite stantuffo o palette la trasformava in profumatissimi panetti di burro solidificato. In quei tempi duri, di estrema povertà, a cavallo tra le due guerre mondiali, il lusso di possedere una zangola era comunque privilegio di pochi. Allora la popolazione meno abbiente usava il metodo alternativo, quello che secondo il mio modesto parere ha dato l’incipit per accostare il rompimento de cojoni a situazioni stressanti e prolungate nel tempo.

La panna veniva versata in grossi fiaschi da 5/10 litri, rigorosamente a bocca larga,  e visto che la lavorazione avrebbe comportato tempi biblici e gli adulti erano in più importanti faccende affaccendati, la produzione del botiér veniva affidata ai ragazzini che così già in giovane età contribuivano attivamente all’economia domestica. Si sedevano a gambe strette su sedie di legno duro e tenendo il fiasco per il collo iniziavano a sbatterlo nella conca tra il bacino e le cosce chiuse per un tempo infinito ed indefinito, finché la parte grassa dell’intruglio si aggregava in burro separandosi dal latticello che ero lo scarto di lavorazione.

Probabilmente il burro venne chiamato botiér proprio per la sua formazione a suon di botte. Non è il primo caso in cui le maniere forti producono benefici: l’incudine ed il martello agendo in sincronia forgiano anche il metallo più duro creando capolavori, le generazioni del boom economico tra la fine degli anni 50 e l’inizio del 60 erano di ragazzini cresciuti a bòte, pàche e slasagnoni  sempre sotto la minaccia genitoriale del “come t’ò fato te desfo!”

Tornando alla produzione del burro, i fanciulli uscivano stremati da quella catena di produzione, con infiammazioni ed ingrossamenti ai genitali che facevano temere il peggio per la loro fertilità futura. Ci si accorse invece nel medio/lungo periodo che quella lavorazione era allenante per il loro sistema riproduttivo, creava potenza, virilità, solidità e già simulava nei movimenti l’atto dell’accoppiamento. E quella, guarda caso, fu anche la generazione del boom demografico di metà anni 60. 

A volte per risolvere i grandi problemi che affliggono i tempi moderni basterebbe guardarsi indietro. Tornare alle produzioni artigianali, offrire dignità economica alle piccole aziende e ai piccoli negozi darebbe modo di sopravvivere senza dipendere da grandi catene di distribuzione e multinazionali che ci rendono schiavi economici. Tornare a fare il burro come una volta sarebbe il toccasana per incrementare la natalità del paese. 

Con semplicissimi suggerimenti dal passato vi ho svelato soluzioni inaspettate. Resto comunque umile. Vi saluto con affetto e vi esorto a non trascurare il fatto che a volte chi ci rompe i gioielli di famiglia lo faccia anche per portarci a riflessione e crescita. Buona primavera a tutti.

© 2026 Riproduzione riservata

Massimo Adamoli
Imprenditore agricolo di Lugagnano e firma brillante del Baco. Spesso ama celarsi dietro gustosi pseudonimi.