In cerca della Liberazione. Una riflessione (sottovoce) sul caso Scurati

Quando vedo qualche servizio al telegiornale degli inviati dai molti – troppi – scenari di guerra, mi capita di interrogarmi sul profondo senso di cosa significhi fare giornalismo. Perché è chiaro che, di qualsiasi cosa di cui ci si occupi, sia soprattutto il contenuto, a dare il significato di quanto si sta raccontando.

Ovviamente il compito di chi, come noi, scrive qualcosa che può essere letta da un vasto pubblico è comunque quello di esporre l’argomentazione ponendo più cura possibile anche alla forma: non tanto e non solo per una questione di mera eleganza stilistica, ma allo scopo non sempre facile di rendere  più efficacemente possibile una comunicazione che riesce ad essere convincente solo quando consente al lettore, all’ascoltatore o al telespettatore, di sentirsi invitato a salire a bordo per essere coinvolto e partecipe al tema oggetto della trattazione.

Questo per dire che, occupandomi di musica, provo profondo rispetto per chi come me si dedica al giornalismo, ma parlando di temi decisamente più importanti, delicati ed emotivamente coinvolgenti. Mi capita di vergognarmi un po’ a pensare che mentre sto scrivendo di Mark Knopfler che dice che non si riuniranno mai e poi mai i Dire Straits, o di Marracash che sarà il primo rapper a fare un concerto allo stadio, qualcun altro con un tesserino marrone dell’Ordine dei Giornalisti come il mio sta registrando un servizio con un cielo di guerra alle spalle che potrebbe cadergli sulla testa.

Mi assale un momento di sconforto, di insicurezza e inadeguatezza: mi sento disorientato, salvo poi ritrovare il segno tangibile di quel che faccio, sui social o con dei messaggi, di persone che mi ringraziano sentendosi piacevolmente incuriosite o anche fastidiosamente infastidite da qualcosa che scrivo e pubblico. E allora capisco che la comunicazione funziona se, anche una sola volta, riesci ad incuriosire, stimolare, strappare un sorriso o suscitare una reazione.

Chi mi legge lo sa, amo cercare di accompagnare il lettore nella stanza principale dell’evento, facendogli prima vedere il cortile, il giardino, la struttura portante dell’edificio. Quando uno come me ha fatto tanti anni di radio, acquisisce un’automatica propensione all’esaltazione dei preamboli, in modo naturale quanto inconsapevole.

E quindi ho scritto questa premessa per farmi perdonare anticipatamente se scriverò inesattezze o banalità in questo pezzo che non c’entra nulla con la musica. C’entra invece con il giornalismo, e più precisamente con la libertà di espressione, ed è “il caso” di questi ultimi giorni.

Mi sto riferendo all’episodio della cancellazione del previsto monologo sulla celebrazione del 25 Aprile dello scrittore Antonio Scurati, e alla conseguente presa di posizione della giornalista conduttrice Serena Bortone che, avendo appreso “con sgomento e puro caso di un improvviso annullamento del contratto di partecipazione dello scrittore alla trasmissione” (queste le sue letterali dichiarazioni), ha deciso di leggere in apertura di programma il testo di Scurati, ritenendo che la decisione dei vertici della Rai fosse imputabile a una censura delle parole in esso contenuto  di netta posizione antifascista, non gradita dal governo del nostro Paese.

Chiarisco subito: al di là della deontologia giornalistica e dalla identificazione alla mancanza assoluta di connotazione politica che contraddistingue la linea editoriale del Baco, anche personalmente non ho alcuna propensione ad appoggiare, avvallare o diversamente contrastare questo o quello schieramento politico. Perché qui a farla da padrone non sono le mere motivazioni che hanno determinato la censura di un intervento, ma l’evidenza della censura stessa.

L’idea che la televisione di Stato neghi una libera espressione, peraltro legata a un contesto storicamente poco interpretabile, rappresenta la totale sconfitta del principio che la festa della Liberazione stessa rappresenta nella sua essenza. Nei vari dibattiti in argomento di questi giorni, la Rai ha emesso una comunicazione nella quale ha attribuito la decisione dell’annullamento della partecipazione di Scurati a un presunto eccessivo cachet – 1800 euro per un intervento lungo un minuto – che sarebbe stato richiesto dallo stesso scrittore, e solo in un secondo momento, rispetto all’adesione di partecipazione  alla trasmissione. Con tanto di post di Giorgia Meloni in merito – testo del monologo compreso – e successiva replica disconoscitiva dei contenuti di questi post da parte  dello scrittore.

L’Usigrai, l’Organizzazione sindacale dei giornalisti della Rai, ha espresso in un comunicato che “il controllo dei vertici della Rai sull’informazione del servizio pubblico si fa ogni giorno più asfissiante”. E’ evidente che una simile espressione fa capire che questo non è un episodio isolato, e quindi, spostiamo i luci dei riflettori dalle posizioni premeditate degli schieramenti politici, a questa sensazione di disagio che i giornalisti della Rai stanno vivendo.

Non credo che Serena Bortone sia cosi pervasa di autolesionismo o protagonismo da andare dichiaratamente a rischiare di farsi silurare dal suo incarico per meri motivi di presa di posizione. Appare assai più credibile che la conduttrice abbia sentito l’esigenza di onorare il proprio lavoro evitando l’inaccettabile controllo discriminante sull’informazione, che sarebbe indiscutibilmente una violazione senza se e senza ma dei principi del giornalismo.

Non siamo qui per raccontare mezze verità, o descrivere solo i lati più buonisti o demagogici delle storie di cui parliamo. Siamo qui per farci testimoni di queste storie, per condividerle, soprattutto per farle diventare motivi di confronto.

Tutti quelli della mia generazione avevano, o hanno, nelle loro case sistemati in una libreria, i volumi della famosa enciclopedia “Treccani”. Se ce l’avete, o ne consultate il sito internet, e cercate la risposta alla domanda di cosa sia il giornalismo troverete scritto: “L’insieme delle attività e delle tecniche relative alla compilazione, redazione, pubblicazione e diffusione di notizie tramite giornali quotidiani o periodici”.

Ecco, l’insieme. L’insieme vuol dire tutto, vuol dire l’interezza del mondo che vogliamo raccontare. Perché la nostra responsabilità è quella di consentire alle nuove generazioni di costruirne uno nuovo, di mondo. Diamo la possibilità alle coscienze di formarsi autonomamente, di non accettare passivamente una globalizzazione che rischia soltanto di renderci più passivi e più soli. Togliamo le mascherine alle nostre modalità di espressione. Non abbiamo bisogno di un nuovo Covid di pensieri ed emozioni. E nemmeno di queste troppe guerre che nel mondo nascono proprio da manipolazioni milioni di persone che sono costrette a vivere solo verità raccontate.

Massimo Bolzonella
Massimo Bolzonella nasce a Verona il 13 maggio 1965 intorno alle ore 22. Giornalista pubblicista dal 1991, ha prestato la sua voce alla radiofonia veronese per quasi 40 anni. Scrive e vive di musica Italiana, ha curato la comunicazione web di Umberto Tozzi per 12 anni. Sposato, ha due figli, due gatti e un cane. La frase della sua vita è "Sai dove vado adesso? A farmi il mondo", pronunciata da John Travolta nel film "Stayin'alive" dopo il trionfo da primo ballerino a Broadway.