Ilaria da Sona: Australia andata e ritorno… con il bis

Parlare di giovani che vanno a fare esperienze di lavoro all’estero non è più una sorpresa.

Ogni giorno infatti riceviamo notizie di esperienze internazionali. Sappiamo che questa tendenza non è solo data da una carenza di offerta di lavoro in Italia, ma anche dalla sempre più diffusa opportunità di fare un’esperienza formativa internazionale.

Andiamo a calare questo tema su Sona, cercando di conoscere un’esperienza che ha una sua particolarità. È la storia di Ilaria Dal Mina che, dopo un’esperienza di lavoro in Australia, è tornata a casa ma giusto il tempo per rinnovare il visto per poi tornare di nuovo in Australia.

Esperienza curiosa questa in quanto un anno trascorso dall’altra parte del mondo dovrebbe  di norma bastare. Siamo andati a conoscerla cercando di capirne di più.

Ilaria, innanzitutto, cosa hai studiato in Italia prima di iniziare questa esperienza?

Alle superiori ho frequentato l’istituto tecnico per periti aziendali e corrispondenti in lingue estere “Marco Polo”. Poi mi sono iscritta ad Economia Aziendale all’università di Verona conseguendo la laurea nell’aprile 2014.

Come è maturata l’idea di fare un’esperienza di lavoro in Australia?

Il sogno di partire per qualche posto nel mondo l’ho sempre avuto. Probabilmente ha iniziato a farsi sempre più forte verso il finire degli studi. Iniziavo a fantasticare sul mio futuro e lo vedevo piatto, senza stimoli; dopo una vita passata nello stesso paese in cui ho vissuto per 23 anni, sentivo il bisogno di partire, di dover cambiare aria, conoscere altre realtà, crescere. Sin da subito ho pensato all’Australia: la gigantesca isola dall’altra parte del mondo, il paese che tutti sognano, in cui tutti vorrebbero andare. L’unica cosa che al tempo mi frenava, e che ha ritardato la mia partenza, era il fatto che mi ritrovavo a partire da sola. Si sa, prendere una decisione del genere non è semplice, devi tenere in considerazione che qualsiasi cosa ti capiti, qualsiasi difficoltà, devi superarla da sola e con le tue forze. Così, dopo aver parlato con un’amica del mio desiderio di partire, abbiamo mollato tutto e fatto il biglietto… di sola andata!

Come si è svolta l’esperienza in questo primo anno di vita in Australia?

All’inizio, devo essere sincera, non è stato facile. Atterri dall’altra parte del mondo, senza sapere dove andare e cosa fare. Subito la prendi come una vacanza, non ti rendi conto che comunque devi cominciare a costruirti una vita, a cercarti un lavoro e una casa. Siamo partite così, allo sbaraglio, senza alcun aggancio, senza conoscere nessuno; l’unica cosa che abbiamo fatto prima di partire è stato prenotare un ostello per una settimana, giusto il tempo di conoscere un po’ la città e ambientarci. Dopo circa una settimana di perlustrazione della città, abbiamo iniziato a cercare un lavoro perché, si sa, Sydney è una delle città più care del mondo, e senza un lavoro, non si campa per molto! A conferma di ciò che si dice a riguardo, è vero che qui trovare lavoro è molto semplice, ma come tutte le cose devi capitare nel posto giusto ed al momento giusto. Purtroppo al giorno d’oggi i flussi migratori in Australia sono aumentati a dismisura, il che vuol dire che oltre ad esserci una maggiore concorrenza, ci sono sempre più situazioni di “sfruttamento” e lavori sottopagati (e mi dispiace dire che i primi che solitamente offrono paghe basse e lavoro in nero sono proprio i nostri amati connazionali). Il lavoro più semplice da svolgere è il cameriere, o in generale qualsiasi lavoro nell’hospitality. Questo è dovuto in parte minore alla lingua, ma soprattutto al tipo di visto, che ti permette di lavorare solo sei mesi sotto lo stesso datore di lavoro (difficilmente un ufficio assume qualcuno sapendo che dopo sei mesi se ne deve andare; l’hospitality essendo un lavoro più semplice da imparare è molto più flessibile sotto questo punto di vista). Ogni mattina mi svegliavo, e andavo a portare curriculum in ristoranti e bar in modo casuale, sperando di capitare prima o poi in quello giusto. Dopo alcune prove andate a vuoto (premetto che in Italia non avevo mai fatto la cameriera) finalmente, dopo circa tre settimane, ho trovato lavoro! Ho così iniziato a lavorare in un ristorante, dove lavoro tutt’ora, di proprietà di un neozelandese, specializzato sul cibo italiano. Ho lavorato fino ad aprile e, tornata da un viaggio in Asia, sono partita per le Farm.

ilaria dal mina sona australia 2015 (2)Come ti sei organizzata riguardo l’abitazione in cui vivere?

Superato il fattore lavoro, si poneva in effetti il problema della casa. Ogni giorno mi mettevo a cercarne una, ma sembrava una missione impossibile! Avendo appena trovato un lavoro, e non avendo molte disponibilità economiche, il budget era quello che era e trovare una casa a basso costo, anche in condivisione, si è rilevata un’impresa alquanto ardua. Penso di essere andata a circa 20-30 “inspection”… una peggio dell’altra! Case minuscole, tenute male, sporche e spesso con asiatici che dormivano in salotto o in cucina! Così, avendo perso ogni speranza, abbiamo continuato a vivere in ostello e, dopo averne cambiati tre-quattro, siamo arrivate in uno, dove vivo tutt’ora, che considero un pò come la mia seconda casa. Ebbene sì, è più di un anno che vivo in un ostello! Quando lo dico alla gente mi prende per pazza… si è vero, non hai i tuoi spazi, il bagno è in comune, non hai privacy e in camera c’è sempre un via vai, ma non potete neanche immaginare quante persone si possono incontrare: ragazzi da tutto il mondo, ognuno con le proprie storie da raccontare, con cui ti puoi scambiare pareri e aiutarsi perché, alla fine, siamo tutti sulla stessa barca! Una volta trovato il tuo equilibrio, tutto diventa una passeggiata, e il tempo scorre alla velocità della luce!

È vero che ci sono situazioni di sfruttamento nelle farm per giovani come te, come si legge sui giornali?

Assolutamente no, o meglio, non è proprio come lo descrivono. Innanzitutto chiarisco cosa sono le farm e perché “bisogna” farle. Per ottenere il secondo “working holiday” il governo australiano in un certo senso ti obbliga a svolgere per 88 giorni i cosiddetti “regional work”, che consistono in lavori nelle fattorie, raccolta ed impacchettamento di frutta, cura degli animali, pesca e così via. È come un normalissimo lavoro da contadino che tanti di noi svolgono pure in Italia. È vero, se ne sentono di tutti i colori, sia leggendo racconti su internet che sentendo testimonianze di ragazzi che le hanno vissute in prima persona. Per esempio, una ragazza che stava in ostello con me, mi raccontava che è capitata in una farm di fragole, dove lavorava per 9 ore al giorno per 10$ l’ora (qui la paga minima in regola sono 20$ lordi). Altri ragazzi che lavoravano senza vedersi poi riconosciuti i giorni di farm, o che andavano a raccogliere banane portandosi 90kg sulle spalle, rischiando di incappare in ragni e serpenti velenosi. Ma ovviamente, tolti questi pochi casi, se presa con lo spirito giusto e con testa, l’avventura in farm può rivelarsi magnifica!

Ci puoi raccontare come l’hai vissuta tu l’esperienza in farm?

A maggio, essendo quasi agli sgoccioli con il visto, ho deciso di partire per le farm. Pur avendo sentito e letto storie terrificanti, non ho mai avuto paura di quello che stavo per affrontare, probabilmente perché era un’esperienza che comunque sentivo di dover fare a tutti i costi. “Abbandonata” (per modo di dire) dalla mia compagna di viaggio, e volendo assolutamente cogliere questa opportunità di rinnovare il visto, mi sono aggregata a due ragazzi conosciuti in ostello. Dopo aver fatto il punto della situazione, constatando che essendo inverno, molti ragazzi sarebbero partiti per il Queensland (regione a nord sempre calda), abbiamo deciso di partire con destinazione western Australia, speranzosi di trovare lavoro e meno concorrenza. Trovare una farm non è semplice anzi, tutt’altro. Così, dopo tantissime chiamate a tutte le farm in zona, ne abbiamo trovata una disposta a darci lavoro. Si trattava della farm di emù più antica del mondo. Abbiamo così guadagnato i nostri primi 10 giorni facendo “wooffing”, cioè lavoro retribuito non con denaro, ma con vitto e alloggio (ora non è più valido per il rinnovo del visto perché considerato sfruttamento). Per i primi due giorni abbiamo raccolto mini angurie, mentre per gli altri otto giorni abbiamo ristrutturato da cima a fondo una casetta di proprietà dei farmer. Li ho iniziato a vedere la vera Australia, chilometri e chilometri di strade in mezzo al nulla, solo boschi e canguri! Per questi dieci giorni abbiamo vissuto in una casa all’interno della farm e diciamo che l’esperienza non è stata delle migliori. La casa era senza riscaldamento (ok, l’inverno Australiano non è proprio come il nostro, ma la sera mi sono ritrovata a dormire con sei piumoni), spesso abbiamo avuto qualche ospite indesiderato (topi) e avevamo un coinquilino di 75 anni alquanto particolare. Finito il lavoro passavamo tutta la giornata a girare alla ricerca di farm che potessero offrirci un lavoro retribuito ma niente, la risposta era sempre quella: non c’è lavoro, non è stagione. Così, abbiamo deciso di spostarci a sud di Perth, sfidando un po’ la sorte. Dopo una settimana di ricerche a vuoto, è arrivata la mano dal cielo: un working hostel (ostelli a cui si affidano le farm per reclutare ragazzi), a seguito di un nostro annuncio di lavoro su internet, ci ha chiamati dicendo che avevano del lavoro per noi. Abbiamo così iniziato a lavorare per una ditta alla quale il governo concedeva dei terreni che dovevano essere ripopolati con alberi. Lavoro semplice, non faticoso, ben retribuito e, cosa più importante, in esattamente 88 giorni ho portato a temine il lavoro per il rinnovo del visto. Devo dire che sono stata molto fortunata! Alla fine sì, serve sempre un po’ di fortuna, ma sta anche a noi capire quali situazioni vanno bene e quali no.

Sei tornata in Italia per poi ripartire subito dopo di nuovo per l’Australia. Come mai?

Finito il primo anno di visto ho deciso di tornare a casa per un mese e mezzo per rivedere la mia famiglia e amici. Un anno lontano da tutto e da tutti, anche se passa in fretta, lo senti! Ho deciso di sfruttare subito questo secondo working holiday perché avevo come l’impressione che se avessi aspettato un po’ di anni non so, magari mi passava la voglia, o avrei avuto altri mille motivi per non ripartire più. In ogni caso, sentivo comunque che la mia avventura qui in Australia non era ancora finita, avevo ancora tante cose da fare e da vivere. È sempre difficile prendere coraggio e lasciare tutto quello che hai per la seconda volta, ma alla fine pensi sempre che hai tutta la vita per stare a casa. Quindi perché non prendere e fare le valigie di nuovo?!

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Questa è una bella domanda. Diciamo che la risposta più semplice da dare è “non ne ho”. Certo, qui la qualità della vita è migliore, qui si lavora per vivere, non si vive per lavorare. Con il mio lavoro da cameriera, facendo all’incirca 30-35 ore a settimana, riesco a vivere da sola, pagare tutte le spese, concedermi qualche vacanza, non facendomi mai mancare nulla. A chi mi chiede se ho intenzione di rimanere qua rispondo che non lo so…alla fine casa è casa. Non posso negare che mi manca casa, la mia famiglia, la mia vita in Italia; e l’idea di poter comunque passare il resto della mia vita a migliaia di chilometri da loro mi spaventa un po’. Per ora penso solo a finire questo secondo anno, poi se si presenteranno delle opportunità chissà, magari inizierò a farci un pensierino.

Concludendo, cosa ti senti di consigliare ai ragazzi che stanno terminando gli studi?

Partite, partite, partite. Viaggiare penso sia l’unico modo per crescere veramente, per aprire la mente, per conoscere più a fondo sé stessi. Ovviamente è una scelta che va pensata bene. Non è facile vivere lontano da casa, soprattutto se ti trovi dall’altra parte del mondo. Abbattersi e mollare tutto è semplice,  basta poco, bisogna essere veramente convinti della scelta che si sta per fare e capire bene a cosa si sta andando incontro. Detto ciò, se avete un desiderio fate di tutto per avverarlo, non vivete di rimpianti, mettete da parte le vostre paure ed insicurezze e partite!

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Enrico Olioso
Nato a Bussolengo il 16 agosto 1964, risiede dall’età di 5 anni a Sona (i primi 5 anni a Lugagnano). Sposato con due figli. Attivo nel mondo del volontariato fin dall’adolescenza, ha fatto anche esperienza di cooperazione sociale. È presidente dell’associazione Cav. Romani, socio Avis dal 1984 e di Pro Loco Sona dal 2012. Fa parte della redazione di Sona del Baco da Seta dal 2002. È tra gli ideatori del progetto Associazioni di Sona in rete attivato nel settembre 2014 e del progetto Giovani ed Associazioni attivato nel 2020.