Il virus e la seconda ondata: occorre razionalità nella lettura dei numeri, non allarmismo

Siamo (ormai) dentro alla seconda ondata del Coronavirus. Sono parole pesanti, che speravamo di non scrivere o, quantomeno, di prenderne atto in un futuro il più distante possibile. Ora la realtà bussa ruvidamente alla nostra porta, e noi non possiamo che affrontarla.

Gli attuali 16 casi a Sona ci riportano inevitabilmente indietro al 18 marzo, in cui il numero dei positivi di Covid-19 nel nostro Comune era pari a 17. Anche a livello nazionale i numeri non sono troppo diversi: 4.458 nuovi casi registrati nella giornata di ieri, contro i 4.207 positivi a marzo. Due fotografie di per sé uguali, ma scattate in un contesto completamente diverso: il 18 marzo in Italia erano stati effettuati 16.884 tamponi, mentre ieri un nuovo record: 128.098. Pertanto, a marzo veniva individuato un nuovo positivo ogni quattro tamponi (il 24,92% del totale dei test), mentre ieri i nuovi positivi rappresentano il 3,48% di tutti i casi testati.

Elaborazione del Baco su dati di Azienda Zero

In sostanza, stiamo osservando la punta del medesimo iceberg, ma da due angolazioni diverse: poiché il tampone rappresenta effettivamente l’unico mezzo a nostra disposizione per identificare la positività di un soggetto, un maggior numero di tamponi permette di tracciare più casi, e quindi far emergere l’iceberg ben oltre la punta.

Niente di più falso di quando si dice: “Siamo ai livelli di marzo”. Commettiamo un doppio errore se confrontiamo numeri simili in periodi tanto diversi: il primo è sul numero di tamponi, dato che la punta del nostro iceberg era molto più sommersa rispetto ad oggi; il secondo è invece riconducibile al contesto: il 18 marzo i pazienti in terapia intensiva erano 2.257, i ricoverati in ospedale 14.363 e 12.090 in isolamento domiciliare; in Italia il terribile picco di 4.068 pazienti ricoverati in terapia intensiva è stato toccato circa due settimane dopo, il 3 aprile. Ecco la situazione di qualche mese fa:

Elaborazione del Sole 24 Ore su dati della Protezione Civile

Invece, sulla base dei dati di ieri 8 ottobre, i soggetti ricoverati in terapia intensiva sono 358 (oltre sei volte in meno), 3.925 gli ospedalizzati (quasi 4 volte in meno) e 61.669 in isolamento domiciliare (5 volte in più). Il significativo aumento dei casi in isolamento domiciliare è dovuto principalmente al copioso numero di tamponi effettuati, che sta individuando molti soggetti aventi sintomi incipienti e anche molti asintomatici. Uno scenario ben diverso nell’immagine seguente:

Elaborazione del Sole 24 Ore su dati della Protezione Civile

In Veneto oggi sono presenti 4.861 casi in isolamento domiciliare (327 in più rispetto a ieri), 213 ricoverati con sintomi (1 in meno di ieri) e 19 in terapia intensiva (tre in più). I numeri qualitativi relativi a Sona purtroppo non sono disponibili.

Al fine di tentare un corretto confronto col passato, non avendo dati omogenei, occorre creare un minimo comun denominatore per scattare la fotografia dell’iceberg dalla medesima angolatura. Sappiamo che i numeri dei ricoveri in terapia intensiva non sono un riflesso dei nuovi positivi del medesimo giorno, ma espressione del cumulato dei giorni precedenti. Se, infatti, sommiamo i giorni che intercorrono da quando viene contratta (o individuata) la malattia a quando il tampone risulterà negativo, otteniamo un periodo di circa tre-quattro settimane. Arco temporale generalmente condiviso dalla comunità scientifica.

Bene, il numero dei casi in Italia attualmente positivi l’8 ottobre è 65.952, dato molto vicino ai 65.129 del 19 maggio. Nelle stesse date rispettivamente osserviamo 3.925 ricoverati contro 10.207, e 358 in terapia intensiva contro 716. Considerando solo i valori assoluti, tra i due periodi esiste un rapporto di ricovero in terapia intensiva di uno su due. Un valore indubbiamente incoraggiante.

Sapendo, però, che i ricoverati in terapia intensiva sono il cumulato (in media) dei nuovi casi del mese precedente, occorre considerare l’incremento dei positivi a partire dal 19 aprile (periodo in cui è avvenuto il picco dei contagi) e dall’8 settembre per un mese: dal nostro calcolo otteniamo 49.961 contro 55.156. Pertanto, il 29 maggio gli ospedalizzati erano il 20,43% dei casi individuati nel mese precedente, mentre le terapie intensive l’1,43%. A ottobre il rapporto è il 7,12% per i ricoveri e lo 0,65% per le terapie intensive. Tenendo conto dei quotidiani incrementi dei contagi, questo rappresenta un rapporto più realistico e affidabile a differenza di quanto rilevato sopra. Detto in altri termini: rispetto alla scorsa primavera, nell’ultimo mese si finisce in ospedale con una frequenza decisamente minore.

Si tratta di numeri da monitorare. Possono preoccupare, ma fino a un certo punto: mantenendo un’attenzione alta per evitare contagi e focolai in ambienti sensibili (come le case di riposo), la mediana dell’età si è abbassata, e gli effetti del Coronavirus su soggetti più giovani sono generalmente mitigati. Inoltre, si riscontra una più tempestiva effettuazione della diagnosi: oggi tre giorni, contro i sei del periodo più grave dell’epidemia; il riconoscimento della malattia in tempistiche celeri e l’avvio precoce del percorso terapeutico, infatti, incidono in modo evidente e in senso favorevole sulla prognosi.

In conclusione è un ragionamento fallace effettuare paragoni per singole giornate, ma ha più senso andare oltre il valore assoluto e ovviare a fattori di disturbo o inesattezze (nel fine settimana vengono effettuati meno tamponi, non sempre vengono comunicati i dati alla Protezione civile puntualmente), ricorrendo alla media mobile, uno strumento per analizzare le serie storiche. In Veneto la situazione è la seguente:

Elaborazione del Sole 24 Ore su dati della Protezione Civile

Nella prima parte del grafico la linea rossa della media mobile normalizza l’andamento dei contagi, annullando l’effetto delle oscillazioni quotidiane dovute agli elementi di disturbo. Nella parte bassa, invece, il confronto è fra la media mobile dei contagi (linea rossa) e il numero assoluto delle persone ricoverate in terapia intensiva.

Il primo elemento da tenere sotto i riflettori è l’aggregato dei dati clinici: essendo il numero dei ricoveri certo e non dipendente dai tamponi effettuati, i numeri dei casi ricoverati in ospedale e in terapia intensiva aiutano a capire la gravità della situazione, dato che all’aumento dei casi gravi rischia di seguire un incremento dei decessi; e, di conseguenza, aumenterebbero le probabilità di una chiusura delle attività economiche e sociali.

Un fattore che, d’altro canto, permetterebbe di attutire il rischio di sovraccaricare le strutture ospedaliere è il maggior numero dei posti letto in terapia intensiva a livello nazionale: secondo quanto riferito dal Commissario tecnico Domenico Arcuri, nella prima fase dell’epidemia questi erano 5.179, e circa 6 mila in malattie infettive e pneumologiche potevano diventare di sub-intensiva; oggi abbiamo 7 mila letti per terapie intensive e 15 mila per le sub-intensive.

Relativizzare i numeri non significa minimizzare i rischi, ma cercare di contestualizzare l’attuale situazione. Oggi siamo nel vivo della fase tre, la convivenza con il virus. L’attuale tasso di crescita, pur non essendo paragonabile a quello della primavera scorsa, rappresenta comunque un campanello d’allarme, ma occorre mantenere un approccio razionale di fronte alla comunicazione di nuovi numeri, senza dimenticare che il punto di forza per frenare l’impennata dei contagi è il nostro comportamento.

La University of Oxford e la Mahidol University di Bangkok pochi giorni fa hanno presentato alla Società europea di Microbiologia (Escmid) uno studio che ha stimato l’effettiva riduzione del rischio (quindi una probabilità minore) di contagio da Sars-Cov-2 proprio grazie all’utilizzo di mascherine, al distanziamento e all’igiene. L’inverno sta arrivando, e il virus non attenuerà la sua morsa.

Pertanto, cercare di frenare il tasso di crescita dei nuovi positivi, mantenendolo sotto controllo e un livello al massimo costante (non esponenziale), nelle prossime settimane è un obiettivo che si può (si deve) perseguire grazie al nostro comportamento e attraverso scelte politiche nazionali, regionali e comunali che sappiano affrontare l’emergenza sanitaria senza affondare l’economia del Paese.