“A San Matìo el bon tempo l’è finio, a San Michele se calza le brute e anca le bele, quando semo a San Simon ogni strassa la vien bon.”
Il calendario contadino seguiva i cicli naturali, coniugando le festività religiose con le esigenze della vita rurale. L’autunno, che si estendeva da san Rocco — subito dopo ferragosto — all’ultima festa di ottobre, poco prima della breve estate di San Martino, preannunciava l’imminente arrivo del gelo.
Con il diminuire della luce, le foglie morte si adagiano lente a coprire la terra e dopo l’equinozio, la vegetazione riduce la propria attività al fine di conservare le risorse. Di fronte al ritrarsi della Natura, emergeva il timore atavico per l’improduttività del suolo, sentimento del tutto comprensibile per chi traeva dalla terra il sostentamento quotidiano. A rafforzare il senso di inquietudine si sommavano le potenziali disgrazie causate dal maltempo, tipico della seconda mezza stagione.
Sospesa tra el caldo e el fredo, la vita nei campi si assopiva mentre dagli alpeggi rientravano le mandrie e la tradizione vuole che a san Michele le bestie le descàrga la montagna. Le bestie erano i compagni di lavoro e costituivano una grande ricchezza per le famiglie contadine, soprattutto nei territori alpestri e pedemontani.
In luogo della transumanza, le fiere del bestiame costituivano un’occasione di socialità e di scambi commerciali, utili agli ultimi acquisti in vista della stagione fredda. Il passaggio dai pascoli montani alla pianura comportava diversi rischi per le mandrie e le greggi, esposte a smarrimenti, attacchi di predatori o incidenti. Nel momento in cui il cammino si faceva incerto, chi vegliava su di loro? Se la custodia delle bestie era in genere affidata a sant’Antonio abate, durante la transumanza si invocava san Michele, la cui influenza si estendeva anche a bovari e pastori proteggendoli dai pericoli del viaggio.
Il culto di san Michele si era diffuso fin dal V secolo e la sua ricorrenza si celebra tuttora il 29 settembre, a pochi giorni dall’equinozio d’autunno. Per le antiche popolazioni contadine, la transizione verso il tempo dell’oscurità rappresentava un passaggio tangibile tra la vita e la morte.
La luce è il calore estivo che dona la vita. Tempo di salute e di prosperità, principio del “bene” che svelava il mondo, rendeva possibile lavorare la terra e raccoglierne i frutti. Il buio, al contrario, evocava la morte dei campi, il freddo e l’inattività dell’inverno, portatori di fame, miseria e malattia, responsabili della corruzione dell’anima. Malanni e cattiva sorte dimoravano nelle tenebre, il mondo occulto degli spiriti, la sfera del “male” a cui la mentalità contadina attribuiva tutto ciò che non riusciva a spiegarsi.
Il lavoro agricolo era profondamente influenzato dal rapporto tra il bene e il male instaurato con le forze invisibili della Natura. Con l’avanzare dell’autunno, il senso di vulnerabilità accresceva come il buio dopo l’equinozio, suscitando il bisogno di una protezione soprannaturale, riconosciuta nella luce guerriera dell’arcangelo Michele. Venerato con profonda devozione, san Michele rispondeva alle aspettative popolari come dux christiani populi, protettore dei giusti e difensore della fede dalle forze oscure.
Al crepuscolo dell’anno rurale le mandrie si radunavano nelle stalle e dopo san Martin, anche la gente dei campi si riuniva al filò, condividendo la stessa sorte. In un contesto di miseria e povertà — quale la condizione delle campagne venete tra l’Ottocento e il Novecento — solo la fede nelle forze trascendenti manteneva accesa la luce della speranza, unico conforto nei momenti bui dei lunghi inverni contadini.
Nell’immagine, Miniatura di san Michele arcangelo, tratta dall’Antifonale Cistercense, XV secolo.
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