Il sonno degli innocenti. E le riflessioni da fare anche sul nostro territorio

Svegliatemi quando tutto è finito. Chi non ha mai pensato, durante un periodo difficile, di poter dormire fino a quando tutto non sarebbe passato? Mi viene in mente anche una bella canzone dei Green Day, “Wake me up when September ends”, ma non voglio addentrarmi in argomenti di altri…

Comunque sia, a me sicuramente è capitato. Ragionando, però, ci si rende ben presto conto che, primo non è possibile, secondo le difficoltà non passano da sole. Probabilmente al nostro risveglio, oltre a non essersi risolte, se ne saranno aggiunte anche altre.

Ma se questo desiderio dovesse avercelo un bambino che sta vivendo una situazione molto difficile? Il bambino, per quanto possa cercare di risolvere o di essere perlomeno di aiuto alla sua famiglia si rende conto di essere totalmente inutile e in balia di eventi comandati da altri. Succede, quindi, ad alcuni bambini che letteralmente si addormentino per mesi o addirittura per anni.

L’hanno chiamata la sindrome della rassegnazione (uppgivenhetssyndrom in inglese). Per ora ne sono stati riscontrati casi, parliamo di oltre 400 dal 2005 ad oggi, soprattutto in Svezia. Bambini, ragazzi tra gli 8 ed i 15 anni arrivati in Svezia in gran parte dall’ex Unione Sovietica, dall’ex Jugoslavia e dai paesi balcanici.

Sono bambini fuggiti con le famiglie dai loro Paesi dopo aver vissuto e visto violenze inimmaginabili. Arrivati in un Paese sicuro, l’ansia però non li abbandona. L’attesa di cittadinanza o permesso di soggiorno è estenuante. Capita che a distanza di anni, pur se ben integrati nel lavoro, nella scuola e nella comunità si vedano recapitare la lettera di diniego della loro domanda e l’ordine di rimpatrio.

Il pensiero e la paura di dover tornare alla violenza da cui erano fuggiti li fa cadere in una profonda depressione che si trasforma poi in un lungo sonno/rifugio. Una sorta di coma, per cui i genitori sono costretti a nutrirli tramite sondino e cercare di muoverli per mantenere un minimo di tono muscolare.

È successo in alcuni casi che allo sbloccarsi della situazione, cioè quando la famiglia ha ricevuto la notizia di poter rimanere in Svezia, si siano gradatamente svegliati. Ecco, già mi posso immaginare i commenti di alcuni. “Ma così allora è come un ricatto, non possiamo dare il permesso di restare solo perché il figlio sennò non si risveglia più”. Facciamo però un altro ragionamento, atteso che è stato appurato clinicamente che questi bambini non fingono. Se fosse nostro figlio a manifestare un tale disagio da cadere in questo tipo di depressione/sonno profondo non ci preoccuperemo di trovare una causa e poi una cura per farlo uscire? Quali sofferenze debbono aver vissuto per volersi così sottrarre alla vita?

Già nei campi di concentramento nazisti erano stati riscontrati casi simili. Allora, ovviamente, nessuno si preoccupava di nutrire in qualche modo i bambini “addormentati” che quindi nel giro di poco morivano. In quella situazione era inevitabile. Oggigiorno invece si può fare qualcosa per svegliare questi bambini e abbiamo il dovere di farlo.

È vero che finora questo fenomeno è circoscritto soprattutto in Svezia, o perlomeno ha raggiunto numeri tali da emergere come problema. Io credo però che riguardi anche noi. Abbiamo la “fortuna” di essere in ritardo sulla Svezia per quanto riguarda le problematiche dell’immigrazione (la Svezia è stata un paradiso per i rifugiati fin dagli anni ’70, accettando più richiedenti asilo pro capite che ogni altra nazione in Europa).

Potremmo farne tesoro e studiare il come, prima del quanti, accogliere in Italia. Accelerare le procedure di riconoscimento di rifugiato. Le procedure sono molto lunghe e tra una domanda e i ricorsi passano anni durante i quali le persone con status di richiedente asilo non possono, nemmeno volendo, essere regolarmente assunte. Vivono, quindi, in sospeso facendo lavori saltuari, magari attraverso la Caritas che possono risultare solo come volontariato e per i quali non possono percepire alcun compenso. Casi di depressione al rifiuto della domanda, dopo magari due /tre anni di attesa succedono anche da noi, proprio a Sona.

È possibile che anche dopo 15 anni che una famiglia vive e lavora regolarmente in Italia, con figli nati in Italia sia costretta periodicamente a rinnovare il permesso di soggiorno? E se per caso perde il lavoro (come può capitare a chiunque) potrebbe vederselo negato? Dopo 15-20 anni in Italia come si può dire “torna nel tuo Paese”, dove magari non hanno più nessun contatto, familiare o casa?

Ci stupiamo di queste persone che raggiungono il nostro Paese con barconi, barchini, a piedi. Vengono da paesi di cui sappiamo poco o niente e di cui nessuno parla (chi sa che in Sri Lanka è finita ufficialmente nel 2009 una guerra civile durata quasi 30 anni?) Paesi in cui la libertà personale non esiste.

Cosa diremmo se andando in Questura per fare il passaporto ci dicessero che da oggi non ne vengono più rilasciati. Nemmeno la carta di identità, men che meno valida per l’espatrio. Eppure, negli ultimi mesi ci siamo riempiti spesso la bocca di diritto alla libertà di movimento perché alcune libertà date per scontate sono state limitate per motivi sanitari. Non ci scandalizziamo se questo però capita ad altri. Crediamo di avere il diritto di andare ovunque per motivi di studio, di svago o in cerca di lavoro.

Se consideriamo irrinunciabili i diritti fondamentali dell’uomo è essenziale che ci poniamo come obiettivo di migliorare il come. Le risorse e le modalità, così come buone prassi ci sono checché ci facciano credere il contrario.

Incidentalmente, migliorando il come e quindi mettendo come priorità la dignità umana, l’integrazione e la cultura multi etnica, sono convinta che per il presente avremo meno problemi di ordine pubblico, meno manovalanza per la criminalità e nel futuro non ci dovremo magari confrontare con sindromi come la Svezia.