“Il sacerdote deve uscire dalla chiesa”. Ecco don James, parroco a San Giorgio

Saliamo a San Giorgio in Salici per andare a conoscere il primo Parroco indiano, e straniero, della frazione e dell’intero Comune: don James Paradiyil. La sua nomina ha suscitato grande interesse, e grandi aspettative. E oggi siamo qui per capire chi sia questo sacerdote arrivato tra di noi da una terra così lontana.

Don James ci accoglie con un largo e al contempo quasi timido sorriso. Con un ampio gesto ci invita ad entrare nella bella canonica di San Giorgio e iniziamo la nostra intervista nel suo studio.

Le va di presentarsi ai nostri lettori? Partiamo dall’inizio? “Proprio dall’inizio? Allora – comincia don James con la sua parlata veloce e dalla musicalità esotica – ho 44 anni e sono nato nel Sud dell’India, a Kallarkutty, un paesino nello Stato del Kerala. In India sono molte le religioni praticate, la grande maggioranza è induista ma ci sono anche sikh, buddisti ed altri. E cattolici, che rappresentano circa il 3% della popolazione. Percentuale che sale al 19% nel mio Stato di nascita. Sono il primogenito di quattro figli, tre fratelli e una sorella. Dopo aver terminato il ciclo di studi, a 16 anni, ho deciso di andare in Seminario. Inizialmente mio padre si oppose, puntava molto su di me con altre prospettive. Ma poi ha accettato la mia scelta, e ho potuto partire. Partire nel vero senso della parola perché raggiungere il Seminario, situato nel Nordest dell’India, ai confini con la Birmania, ha comportato ben quattro giorni di treno. Ho frequentato il Seminario e mi sono laureato in filosofia. Alla laurea in filosofia  è poi seguita, più avanti, anche quella in Letteratura inglese. Uscito dal Seminario sono stato mandato in una zona molto complessa, dove infuriava la guerriglia. Per farle capire la situazione, le dico solo che arrivato nel paese di destinazione, ho scoperto che per me non c’era una casa: mi sono sistemato in un rudere abbandonato fatto di bambù, senza elettricità e riscaldamento. E ci trovavamo a quasi 3000 metri di altezza. Poi però in quel villaggio siamo riusciti a costruire una canonica e anche un ostello per bambini”.

Perdoni, ma come ha fatto a finire a San Giorgio da un villaggio nel mezzo delle montagne dell’India? “Adesso ci arriviamo. È successo tutto grazie alla Provvidenza divina. Era un periodo nel quale prestavo servizio in una casa di riposo, e lì ho incontrato e conosciuto monsignor Bruno Fasani, che in quella zona si è speso moltissimo per aiutare i bambini, prima e dopo il terribile tsunami. Tornato in Italia, monsignor Fasani ha fatto di tutto per farmi venire qui a Verona, perché tirassi il fiato. Per me era una cosa impensabile, non avevo mai fatto prima una vera e propria vacanza nella mia vita. Ma le sue insistenze hanno avuto la meglio e per la prima volta sono venuto in Italia per un mese nel 2003, a casa sua. Rientrato in India, ancora una volta fui mandato in una parrocchia difficile, persa nella foresta, dove per spostarmi spesso potevo contare solo sulle mie gambe, con comunità che si trovavano tra loro ad ore e ore di cammino. Esperienze straordinarie di umanità, che porto sempre nel mio cuore”. 

E l’Italia? “Nel 2004 torno a Verona di nuovo, ancora grazie a monsignor Bruno Fasani. Il Vescovo Flavio Carraro a quel punto mi permette un’esperienza pastorale a Verona. Prima in Cattedrale, con monsignor Antonio Finardi, e alla Madonna della Corona dove mettevo a frutto il mio inglese con i pellegrini stranieri, poi nella Parrocchia di Maria Immacolata in Borgo Milano. Una bellissima esperienza con monsignor Roberto Tebaldi e con il curato don Nicola Moratello. Poi, dopo due anni, nel 2008,  vengo nominato Amministratore Parrocchiale a San Vito di Legnago dal Vescovo Zenti, il primo vero incarico con responsabilità dirette. È da lì che comincio veramente – ci dice sorridendo – a sentirmi un sacerdote locale. E lo sono realmente in quanto nel 2009 ho fatto domanda di incardinazione e sono diventato un sacerdote diocesano veronese. A San Vito resto quattro anni, fino al 2012. E poi arrivo a San Giorgio in Salici”. Ma questo voler diventare un sacerdote veronese significa che non intende tornare in India? “No, ormai credo che la mia vita sarà qui”. 

Torniamo a San Giorgio, quali sono le prime impressioni che ha avuto in questi due mesi? “Il paese è molto bello, si vede sempre il sole”, ci dice allargando le braccia, ancora con quel gran sorriso. E qui immancabilmente viene da pensare a quanto deve aver sofferto la nebbia della bassa veronese questo sacerdote indiano. “Qui sono stato accolto veramente bene. Una cosa che da subito mi ha colpito è quanto tutti mi salutino. Quando passo per strada mi capita addirittura che i ragazzi, dal bar vicino, mi facciano dei cenni di saluto”.

Quali le priorità nella sua nuova parrocchia? “Guardi – elenca con passione – le cose da fare sono molte. Ci sono opere fisiche da portare avanti: il campanile che perde pezzi, la chiesa che ha bisogno di un restauro, la canonica su cui intervenire. Ma soprattutto quello che a me più interessa è il lavoro con i gruppi della parrocchia e con la comunità. Sto avendo dei bellissimi riscontri, di persone capaci, piene di entusiasmo e di passione. Ad esempio sto seguendo gli adolescenti, ed ho trovato ragazzi in gamba ed un gruppo di animatori eccezionali. Un’altra cosa molto positiva che sto scoprendo è quanto tutti i gruppi, anche non parrocchiali, siano legati alla nostra chiesa. Tanto che per ogni occasione vengono a confrontarsi con me, dalle piccole alle grandi cose. Questo mi da l’idea di quanto sia ancora centrale la parrocchia nella comunità di San Giorgio”. 

E con le persone? Con i singoli? “Anche qui sto avendo esperienze bellissime, con persone che mi cercano come guida spirituale, o anche solo per fare due chiacchiere”. Essere un sacerdote straniero, e di colore, in Italia l’ha mai fatta sentire estraneo, diverso, escluso? “No, in Italia non mi sono mai sentito ‘straniero’ nel senso di ‘escluso’. Partendo dalla casa di Monsignor Fasani, dove mi hanno trattato da subito come un figlio, fratello, amico, a cominciare dalla sua anziana madre Olga, che ha 102 anni! E poi anche nelle varie esperienze in parrocchia, mi sono sempre sentito accolto in maniera incondizionata. L’esperienza di essere veramente ‘straniero’ l’ho provata solo quando ho dovuto farmi quattro ore di coda all’aperto davanti alla Questura per il rinnovo del permesso di soggiorno, insieme a molti altri non italiani. Ecco, quelle non sono sicuramente situazioni che ti fanno sentire accolto”.

Permesso di soggiorno? “Sì, ma ora il mio permesso è definitivo, non devo rinnovarlo. E dopo dieci anni di residenza in Italia potrò acquisirne la cittadinanza. Intanto però, pur essendo ad ogni effetto Parroco e potendo firmare ogni documento religioso, non posso firmare i documenti civili ed in quel caso devo essere sostituito da don Antonio Sona, parroco di Lugagnano, il legale rappresentante della parrocchia. Ad esempio se celebro un matrimonio lo posso perfezionare per il diritto canonico ma per i rapporti con il Comune lo devo far firmare dal legale rappresentante”.

Proviamo a tracciare un’immagine: qual è il ruolo del sacerdote oggi, a San Giorgio e in generale nelle nostre comunità? Don James prende un attimo di tempo e poi esordisce partendo da un numero. “Venticinque per cento. Oggi chi viene in chiesa è forse il venticinque per cento della comunità. Ed il restante settantacinque per cento? Ormai il sacerdote ha il dovere di uscire dalla chiesa, di uscire dalla parrocchia ed andare ad incontrare le persone dove vivono, dove lavorano, dove passano il tempo libero. Uno strumento straordinario rimane la benedizione delle case, che letteralmente ti permette di entrare in ogni famiglia. Quello che poi serve al sacerdote è avere una grande capacità di ascolto. Talvolta le persone non hanno fortunatamente grandi problemi, ma hanno bisogno di condividere le piccole difficoltà di ogni giorno, di poter parlare degli affanni, delle paure, delle speranze che hanno nel cuore. Poi, un sacerdote non deve mai dimenticare che alla base di tutto, come fondamento di tutto, ci sta la preghiera”. 

Ma vi è differenza tra la spiritualità occidentale e quella indiana? A questa domanda il viso di don James si allarga veramente in un sorriso contagioso. “Sono due mondi completamente differenti. In India il senso del sacro è fortissimo, il misticismo ha altri toni. Anche solo il levarsi le scarpe prima di entrare in chiesa da il senso dell’attenzione con cui ci si accosta alla divinità. In Occidente la componente razionale è preponderante e condiziona anche il modo che si ha di accostarsi al sacro”. Chiudiamo con due note di colore? “Sono qui” ci invita. Il cibo italiano? “Ottimo, ottimo. Soprattutto la pastasciutta ed i risotti. Trovavo il cibo indiano troppo speziato, tranne quello che cucinava mia mamma. La mamma è sempre la mamma, ad ogni latitudine”. E il dialetto veronese? Come ci convive? “Guardi, ho dovuto velocemente sforzarmi di impararlo anche perché diventa necessario soprattutto nei rapporti con gli anziani. Ora lo capisco abbastanza mentre, parlarlo correttamente, beh, quello è un altro paio di maniche”.