Il potere dell’associazionismo. Anche a Sona

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Il libro “La pazzia delle folle, ovvero le grandi illusioni collettive” di Charler Mackay, racconta storie di follie collettive, strettamente legate al mondo economico e finanziario, che hanno coinvolto intere popolazioni determinando crisi finanziarie di vaste dimensioni. La particolarità di questo libro è quella di essere stato pubblicato, la prima volta, nel 1841 e di raccontare storie realmente accadute nel 1700 sia in Europa che in America. Non quelle che conosciamo più da vicino e che riguardano i nostri ultimi trent’anni… Perché questa premessa? Cosa c’entrano le crisi finanziarie con l’associazionismo? Avrei potuto citare altri fatti più lontani che, al di là della loro storicità, fanno emergere quanto l’uomo oscilli continuamente tra l’essere portato a fare il bene, ma allo stesso tempo essere continuamente tentato a fare il male.

Discorso da Chiesa, direte voi. No, o meglio, non solo. Ciò che vorrei far emergere è che, mentre in questo periodo siamo probabilmente inorriditi dall’enorme debito pubblico italiano e mondiale, la lezione che stiamo iniziando a pagare non servirà ai posteri, a chi verrà dopo di noi, e sicuramente tra qualche decennio qualcosa di simile accadrà ancora. Volendo tradurre questa affermazione in termini diversi, possiamo dire che il bene ed il male rappresentano nell’uomo la ricerca di relazione con l’altro ed al tempo stesso la tentazione di bastare a se stesso. Ecco quindi il perché della premessa, e da qui iniziamo. In periodi come questi, dove i soldi, anche quelli finti (cioè quelli fatti con il debito) sono finiti, quale ruolo può avere una forma strutturata di relazione per il bene delle persone come l’associazionismo, nel cercare di dare alla comunità locale quei servizi che le vuote casse comunali non possono più mantenere? Non creiamo, per carità, una nuova illusione immaginando persone operose animate da spirito altruistico che vanno a tagliare l’erba dei giardini e dei cigli stradali, o che vanno ad assistere anziani ed ammalati o costruiscono addirittura piste ciclabili, ed altro ancora.

Questo non lo affermo, anche se potrebbe realmente accadere, perché quello che mi interessa analizzare non è tanto la soluzione a cui si arriva, non prevedibile, ma il processo che avrà permesso di realizzarla. Anche su questo punto potrei essere considerato evasivo visto che quello che si sta ricercando ora sono soluzioni che l’associazionismo si spera possa dare. Ma vediamo di conoscere meglio questo benedetto associazionismo locale. Nel territorio comunale di Sona c’è una tradizione associazionistica significativa e ben articolata. Se leggiamo l’elenco pubblicato sul sito web del Comune notiamo alcune caratteristiche interessanti. Le associazioni sono suddivise in due categorie: Associazioni culturali-ricreative-assistenziali ed Associazioni sportive. La loro presenza è numericamente la seguente: Come possiamo notare sono più di cento le associazioni formalmente costituite presenti nel nostro territorio. Non tutte certo hanno la stessa operosità, però di fatto esistono e mettono in relazione un elevato numero di persone.

Diciamo in termini ottimistici, circa il 50% di tutti i cittadini. Se consideriamo che nel comune di Sona vivono più di 17.000 persone, questo significa che l’associazionismo ne mette in relazione più di 8.000! A prima vista sembrano numeri inaspettati, fanno immaginare quale potrebbe essere uno spazio che li potrebbe contenere tutti se si decidesse di riunirli! Sicuramente una bella potenzialità, tornando alle soluzioni prima descritte. Una potenzialità però, non una realtà. Ed i responsabili delle associazioni questo lo sanno bene. Un conto è la finalità che l’associazione in quanto tale si pone, un conto sono il numero di persone che condividono la finalità associandosi a questa realtà (sono i soci) ed un altro conto ancora sono il numero di persone che scelgono di dedicare del tempo per la realizzazione di questa finalità. Potremmo dire che, mediamente, fatto cento il numero di soci, i soci volontari possono essere 5, cioè il 5%.

E quindi i famosi 8.000 prima citati possiamo considerarli soci, ma i soci volontari potrebbero essere non più di 400. Questo significa che in termini assoluti i volontari effettivi sono poco più del 2% della popolazione. Possiamo pensare che questo 2% possa servire a risolvere i problemi del restante 98% della popolazione. Io non ci credo, ed immagino siano d’accordo con me anche molti di voi. Questa conclusione potrebbe quindi portarci a pensare che la strada del volontariato non può essere significativa nel dare un contributo a sollevare le sorti del nostro Comune e quindi della nostra comunità? Chiaramente anche questa è una ipotesi non corretta. Ma allora dove possiamo trovare una soluzione? Semplice, già detto prima, nel processo e non nella soluzione a cui nessuno può preventivamente giungere e quindi immaginare. Per parlare di processo dobbiamo riprendere la riflessione iniziale sul bene ed il male che ogni persona può fare. Allora iniziamo con un semplice esercizio.

Provate a contare con quante persone entrate in relazione da quando vi svegliate al mattino a quando andate a dormire alla sera. Questo conteggio deve distinguere due tipologie di relazione. La prima tipologia di relazione è quella nella quale c’è una reale comunicazione, anche un semplice saluto, la seconda è quella nella quale invece la comunicazione c’è solo potenzialmente. Facciamo alcuni esempi individuando dei contesti sociali. Il primo è la propria famiglia. In questo caso la relazione è reale, ci si conosce, si comunica, bene o male. Il secondo, per chi lavora o studia, è il probabile viaggio di trasferimento verso il luogo di studio o lavoro. Se è fatto con i mezzi pubblici probabile che ci siano relazioni reali con conoscenti con il quale si condivide il viaggio e potenziali, cioè con persone che si vedono abitualmente ma con le quali non c’è una naturale comunicazione. Il terzo è il luogo di lavoro o di studio, ci sono molto probabilmente colleghi, clienti, fornitori con i quali c’è una relazione attiva ed altri invece con i quali questa non esiste. Il quarto sono i luoghi pubblici di servizio e di aggregazione: Il proprio condominio o quartiere, il bar, il negozio, la chiesa, l’ufficio pubblico, la piazza, il cinema, la palestra, la sede di una associazione, ecc..

Anche in questi luoghi ci sono persone con le quali abbiamo una relazione ed altre invece con le quali questa non esiste. Il quinto luogo è virtuale e comprende il cellulare ed i social network. Anche qui ci sono “amici” con i quali si entra in relazione ed altri “amici” che invece sono tali solo come numero. Provate a mettere insieme tutte queste persone, distinguendo le due tipologie di relazione (attiva e passiva) e riflette sui due numeri che ne escono. Di certo scoprirete due aspetti. Il primo è la differenza di quantità tra le persone con le quali vi relazionate in modo naturale e quelle che invece di fatto ignorate. Il secondo, analizzando il gruppo delle persone con le quali vi relazionate, è la qualità della relazione, se superficiale o profonda cioè significativa. Anche qui scoprirete numeri interessanti ma che, con buona approssimazione, possiamo sintetizzare con la regola dell’80/20 e cioè: ci si relaziona con il 20% delle persone che si è portati ad incontrare e di queste, con il 20% si hanno relazioni significative mentre per il resto sono superficiali.

Ebbene, possiamo iniziare a trarre alcune conclusioni. Ci rendiamo conto in quante relazioni superficiali o significative siamo coinvolti? Come potrebbe cambiare la nostra vita se tutte queste relazioni fossero più curate, se a queste relazioni dedicassimo un po’ più di tempo? Tutto questo bene finora non si è fatto vedere perché “qualcosa” o “qualcuno” ci ha tenuto lontano da queste persone. E questo “qualcosa” o “qualcuno” lo sappiamo sicuramente riconoscere nel consumismo, nell’isolamento creato dalla televisione ma anche dagli SMS, dalle email e da Internet in genere. Cioè da questa nuova illusione collettiva che ci ha fatto credere che al centro ci siamo noi, e tutto il resto ci gira intorno in funzione dei nostri bisogni. E non ci siamo accorti di quanto questa illusione abbia reso le nostre relazioni superficiali se non addirittura ce le abbia fatte perdere.

Ben venga quindi la crisi, anche con il suo inevitabile carico di sofferenze, perché ricordiamoci che le persone che accettano di mettersi in discussione, da quando esiste l’uomo, hanno capito che dietro ad ogni crisi si cela una opportunità per costruire una vita nuova fatta di nuovi obiettivi e di grandi soddisfazioni. Il messaggio da dare quindi è che è giunto il tempo di non aspettare che “la manna cada dal cielo” e di “rimboccarsi le maniche” perché il tempo del “piove, governo ladro” è finito. Iniziate nel cercare di conoscere meglio i propri vicini di casa e nello scorrere l’elenco della associazioni che trovate sul sito del Comune per scoprire quelle che più suscitano in voi interesse e mettevi in contatto con loro.

I risultati che ne usciranno li misureremo tra qualche mese e scopriremo che più della metà dei bisogni che adesso vediamo soddisfatti attraverso costosi servizi pubblici locali saranno, con grande meraviglia, scomparsi. Cioè in realtà risolti dall’attivismo che questo crescendo di relazioni naturalmente genererà. Ne sono estremamente convinto. Ma il bello è che questo è realisticamente possibile. Basta solo volerlo.