Il picco dei contagi a Sona e l’importanza di monitorare (sempre) i dati clinici

L’epidemia sta correndo: il bollettino giornaliero della Protezione civile snocciola numeri poco rassicuranti; ieri il nostro Comune ha raggiunto i 60 positivi, un numero che non vedavamo dallo scorso 11 aprile e che rappresenta il picco di contagi mai toccato nel nostro Comune. Fino a oggi.

Elaborazione del Baco su dati pubblicati da Azienda Zero

Eppure la situazione non è la stessa, come abbiamo spiegato non troppo tempo fa: mentre la cronaca italiana non riesce ad uscire dalla dimensione pandemica e dalla bolla soffocante dell’incertezza, occorre mantenere un approccio razionale nella lettura dei numeri.

I numeri hanno la testa dura”, certo, non si possono cambiare né interpretare, ma abbiamo imparato a diffidare del valore assoluto, nudo e crudo: è fondamentale contestualizzare la situazione, capire che la fotografia scattata al medesimo oggetto possiede inquadrature diverse.

Riprendiamo i numeri: il saldo dei positivi pari a 60 è stato raggiunto sia nella prima sia nella seconda ondata in circa un mese di tempo. L’11 marzo a Sona, infatti, avevamo un caso solo, così come il 22 settembre; in entrambe le ondate dal giorno successivo il tasso di crescita non è stato pressoché mai nullo.

Elaborazione del Baco su dati pubblicati da Azienda Zero

Si tratta di numeri simili, ma in scenari completamente diversi: l’11 aprile a Sona contavamo il drammatico numero di tre deceduti e nel veronese i ricoveri totali negli ospedali erano complessivamente 540 totali, di cui 465 in area non critica e 75 in terapia intensiva; in questa seconda ondata uno solo dei 60 positivi odierni del Comune di Sona è ricoverato in una struttura ospedaliera, e non si sono registrati ulteriori decessi per Covid-19 dal 18 giugno in poi.

Bollato, pertanto, come anacronistico un confronto con lo scorso 11 aprile, ad oggi la situazione del nostro Comune appare, pertanto, sotto controllo e distante dalle criticità cliniche della scorsa primavera.

Come abbiamo già scritto sulle colonne del nostro sito, rimane prioritario tenere sotto i riflettori l’aggregato dei dati clinici: essendo il numero dei ricoveri certo e non dipendente dai tamponi effettuati, i numeri dei casi ricoverati in ospedale e in terapia intensiva aiutano a capire la gravità della situazione, dato che all’aumento dei casi gravi rischia di seguire un incremento dei decessi.

I dati clinici, a loro volta, rappresentano il cumulato positivi dei giorni precedenti. Se, infatti, sommiamo i giorni che intercorrono da quando viene contratta (o individuata) la malattia a quando il tampone risulterà negativo, otteniamo un periodo di circa tre-quattro settimane. Arco temporale generalmente condiviso dalla comunità scientifica.

A livello nazionale il 25 settembre scorso i nuovi positivi erano 1.912 a fronte di 107.269 tamponi effettuati. Ieri, invece, 21.273 su 161.880 test. Questi numeri indicano chiaramente che i contagi crescono più velocemente rispetto al maggior numero dei tamponi: il mese scorso il rapporto era di 1,78%, ieri il 13,14%. Sommati i valori da un mese a questa parte, osserviamo che gli attuali ricoverati in ospedale rappresentano il 6,60% dei nuovi positivi registrati dal 25 settembre al 24 ottobre, di cui lo 0,60% in terapia intensiva. Il rapporto non cambia per i mesi scorsi: il 25 settembre il 6,91% dei nuovi positivi registrati dal 26 agosto al 24 settembre è stato ricoverato in ospedale, di cui lo 0,57% in terapia intensiva. Ricordiamo che a fine aprile i ricoverati erano oltre il 20% dei positivi del mese precedente.

Elaborazione del Baco su dati pubblicati dalla Protezione civile

Oggi la minor pressione sulle strutture ospedaliere rispetto a marzo, aprile e maggio è principalmente dovuta all’abbassamento dell’età mediana: 42 anni, calcolata al 13 ottobre sugli ultimi 30 giorni, molto più bassa di quella (66 anni) del momento peggiore dell’epidemia.

Nonostante i record di tamponi effettuati giorno dopo giorno e il gran numero di asintomatici e paucisintomatici, l’aumento dei casi positivi al Covid-19 è comunque correlato all’aumento dei ricoveri in ospedale: i 1.208 casi di terapia intensiva ricoverati oggi in Italia sono i positivi più gravi di (almeno) dieci giorni fa. Numeri, pertanto, destinati ad aumentare pericolosamente, vista la recente impennata dei nuovi positivi delle ultime settimane.

Elaborazione del Baco su dati pubblicati dalla Protezione civile

Uscendo dalla dimensione numerica e statistica e calandoci nella realtà, si nota che la presenza di un paziente Covid in una terapia intensiva (il reparto medico conta in media tra i cinque e i sei posti) blocca di fatto gli altri disponibili, affinché si eviti il rischio di trasmissione della malattia. Pertanto, nel momento in cui non è più possibile effettuare una separazione rigida tra pazienti Covid e no-Covid (come i pazienti ricoverati per infarto, ictus o incidente stradale), la saturazione cresce alquanto celermente.

La mappa dello status delle terapie intensive in Italia è eterogenea, varia da Regione a Regione. Il dato di partenza sono i posti letto in terapia intensiva: Veneto, Friuli Venezia Giulia e Valle d’Aosta sono le uniche Regioni che superano i 14 posti letti ogni 100 mila abitanti, una soglia di sicurezza determinata dal Governo a maggio scorso quando stanziò 1,3 miliardi con il dl “Rilancio” per rafforzare i reparti necessari ai malati Covid più gravi. Campania, Umbria e Marche sono le Regioni maggiormente a rischio, dato che i posti in terapia intensiva sono la metà di quelli delle Regioni sopra menzionate.

Elaborazione del Baco su dati del Sole 24 Ore

Una maggior criticità si rileva in Umbria, Campania e Piemonte, in cui il tasso di occupazione delle terapie intensive ha superato il 20% (in Umbria addirittura oltre il 35%). Mentre situazioni assolutamente sotto controllo si riscontrano in Molise, Calabria e Basilicata. La percentuale di posti in terapia intensiva occupati in Veneto è sotto la media, pari all’8,24%.

Fonte: Sole 24 Ore

I numeri sono chiari ed evidenti: nelle ultime settimane abbiamo rincorso il virus, non l’abbiamo preceduto. Mentre ieri la politica era impegnata ad autocelebrarsi con la narrazione del “Paese modello”, con la firma dell’ultimo DPCM oggi l’Esecutivo blocca alcune attività economiche e ne limita altre; alcune Regioni stanno applicando il coprifuoco.

Prima di vedere gli effetti di queste nuove restrizioni dovranno passare almeno dieci giorni; a quel punto il tasso di crescita dei contagi dovrebbe rallentare, permettendo un tracciamento più efficace e preventivo.

In conclusione risulta doveroso citare uno studio condotto dall’ospedale Sacro Cuore di Negrar, pubblicato sulla rivista specialistica “Clinical Microbiology and Infection”: la protezione personale (mascherina, igiene e distanziamento) riduce sia la carica virale sia la gravità della malattia.

Pertanto, anche quando avviene contagio, una percentuale di virus ridotta può fare la differenza tra un caso acuto e un paucisintomatico, se non asintomatico.