Il Natale del Bacan: Ecco! Così farò anch’io

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Amatissimi lettori, bentrovati. Che Gesù sia nato in una greppia non è un caso! Si è fatto uomo tra gli uomini e questi uomini (la storia parla chiaro) erano bacani e pastori, gente della terra. Ripudiato da tutti ha trovato alloggio e conforto tra buoi, asinelli e pecore, emettendo il primo vagito avvolto nella paglia e nel fieno di una piccola grotta adibita a stalla. Se rinascesse ora probabilmente lo farebbe in un carro miscelatore o in una sala mungitura, scegliendo sempre di avere attorno a sè gli amati bacani.

Un Cristo fra poveri cristi, un Messia che porti speranza e sollievo a gente che fa del proprio lavoro una perenne Via Crucis. L’amore che unisce i contadini a Gesù è un legame forte, costruito sulla roccia e pur tuttavia quasi nascosto, intimo, di poche parole a volte dure. A Natale il contadino sogna un periodo di rasserenamento dell’animo, ma l’agognata schiarita è offuscata dalla continua e martellante testardaggine della donna rurale, nel voler portare il proprio marito alla S. Messa della notte di Natale. “Almeno na volta che i ne veda a Messa insieme”, “doman de matina go da tacar su el brodo, no posso nar in cesa!” Con queste giustificatissime motivazioni la moglie spiega le sue scelte; con il ricatto di non far più da mangiare e di non lavare più i tonj da lavoro, costringe il marito a seguirla in chiesa.

Sconsolato ed avvilito il bacan abbandona l’allettante ipotesi della Messa mattutina delle nove e trenta che gli avrebbe permesso, uscendo magari dopo la comunione, di fraternizzare con gli amici alpini durante la sacrale competizione briscoliana. Al contrario, la Messa della notte è e rimarrà un irrisolvibile rebus: si sa quando inizia ma non quando finisce. L’unica cosa certa, è la totale incapacità nel far recedere la consorte dal proprio intento ed allora….Si parte per la veglia Natalizia ….Con quei tre quarti d’ora d’anticipo altrimenti no caten mia da sentarse.. Lui è assonnato e stanco, giustificato perché soltanto alle otto ha finito de lavar i buei par far su el salado a S. Stefano. Nemmeno il tempo d’entrare in chiesa ed è subito vittima di una nuova imposizione: “Va a confesarte!!”

Un bacan è necessariamente costretto alla confessione pochi minuti prima dell’Eucarestia. Se dovessero passare ore o peggio ancora giorni, di fatto la confessione non avrebbe più alcuna logica e validità. Troppi gli imprevisti e i problemi che attanagliano i nostri contadini, portandoli ad un’irrequietezza che sfocia il più delle volte in esternazioni violente di non spiccata matrice cristiana. L’aflatossina M1 nella granella di mais che ha costretto molti allevatori a perdere enormi produzioni di latte, è l’ultimo macigno che cronologicamente si è abbattuto sulla testa di questi disgraziatissimi lavoratori. E come nel caso Sharka, non si capisce bene se il problema sia legato ad un ecosistema ormai alla deriva, o se invece frutto di strategie politiche ed industriali ai più sconosciute.

Il mistero che avvolge la confessione del bacan, ha interessato studiosi e scienziati di tutto il mondo ed incuriosisce anche i fedeli che da quasi un’ora lo vedono inginocchiato a raccontare chissà quali crudeltà. Nell’immaginario collettivo la sensazione di trovarsi di fronte ad un pluriomicida, ad un serial killer (e non sarebbe il primo), ad uno stupratore, un autentico escremento della società. Se il sacerdote è però vincolato al segreto confessionale, non lo si può dire dell’altro interlocutore, ed allora in seguito si scoprirà che la vera confessione è durata una manciata di secondi, il resto era un amichevole dialogo con un prete che da quando gli aveva benedetto casa, stalla e campi non aveva più rivisto. Ritornando al banco, si sente osservato da una comunità intera e minacciato dalla moglie che con gli occhi dice ciò che con la bocca non saprebbe rendere più chiaramente.

E’ l’ora della penitenza! L’assemblea distoglie momentaneamente l’attenzione dalla cerimonia religiosa per assistere alle evoluzioni che portano il bacan, il più delle volte afflitto da gravi forme d’artrosi, ad assumere sul banco una posizione tecnicamente definita col nome di semi genuflessione sdraiata allungata, con l’occupazione temporanea di circa cinque banchi. Il prolungarsi strepitoso di questa fase, avvalora l’ipotesi della collettività, di un soggetto che deve scontare con valanghe di orasioni le sue inenarrabili malefatte. In realtà non si è mai stabilito con plausibile precisione cosa si nasconda dietro quell’infinito black out. Alcuni credono nel suo profondo stato di pentimento, altri giurano di averlo sentito ronfare, non è nemmeno da scartare l’ipotesi che lo vuole combattuto tra l’idea de piantar ancora persegari o metar so attiniglie.
Il risveglio penitenziario è brusco e violento, coincidente con l’inizio di un canto delle Note Volanti. Il bacan entra in uno stato di trans agonistico-canoro, accompagnando la canzone con disumani solfeggi fuori tempo. Per cinque metri quadrati fa il vuoto attorno a sè, le persone che lo circondano, a scanso di equivoci, si allontanano celermente per far vedere a tutti i fedeli in chiesa chi è che sta cantando. Purtroppo non è l’unico episodio in cui si allungano le distanze tra lui ed il vicinato.

E’ lasciato solo anche allo scambio della pace! Tutti, bambini compresi, sono terrorizzati nell’entrare in contatto con quella morsa incontrollabile. Ne conoscono pure l’agghiacciante abrasività che, complice il freddo, nei mesi invernali si accentua paurosamente. I guanti da lavoro sono oggetti misteriosi per un vero bacan, i prodotti cosmetici e le pomatine lasciamoli alle signorine. Solo in rari casi, quando sulle mani si aprono delle crepe paragonabili ai danni di un sisma del nono grado della scala Mercalli, solo allora si ricorre ad un minimo di protezione e con la solita ricetta tramandata nei secoli dalle generazioni contadine.

Si scioglie in un pentolino una candela di cera e si fa rosolare con dell’olio extra vergine d’oliva. Una volta ottenuta una pastella semi fluida e bollente, la si fa colare sulle mani, le quali avendo una consistenza amiantacea a malapena intuiscono un leggero calore. Il risultato è immediato: sollievo fisico istantaneo, mani che divengono impermeabili, crepi che se stupa e per una ventina di giorni su qualsiasi cosa farà presa il bacan, questa scivolerà via come una saponetta bagnata.

Ora è il momento magico: l’Eucarestia! Il nostro amico contadino si prepara a ricevere il Corpo di Cristo. Si avvia da colui che tanto ama, con l’animo rasserenato e con l’emozione di un figlio che va verso l’abbraccio del padre. All’improvviso una pelle d’oca lo invade, in lui la consapevolezza che per una volta la moglie ha avuto ragione, che infondo la messa della notte di Natale è magica e va vissuta con intensità, senza guardarsi attorno e senza consultare cronometri. Fuori ad aspettarlo un brulè caldo, una comunità che si ritrova unita, una voglia intensa di migliorare. La neve? Ma….chissà!

Carissimi lettori, in conclusione del mio scritto, ancor bene non so con che titolo proporlo. Natale contadino? Troppo scontato! Buon Natale e felice anno nuovo? Troppo banale!… anche se è mio accorato desiderio augurarlo a tutti voi, bacani e non. Mi saltano alla mente allora quei cantanti che titolano le loro canzoni con l’ultima frase delle stesse.

Ecco! Così farò anch’io.