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Alcuni contadini stavano svolgendo a Sona, nel tardo autunno del 1868, dei lavori di sterro in località Montecorno.

Tutto faceva pensare a una delle solite attività agricole, quando a un certo punto si videro affiorare in superficie degli oggetti strani, come rottami di vecchie stoviglie. All’occhio attento dell’ingegner Luigi Castelli quei materiali parvero subito antichissimi, per questo invitò a visionarli una illustre personalità dell’epoca, il paleoetnologo Pietropaolo Martinati, che volentieri accettò l’invito. Egli giunse il 17 novembre, e dall’attento studio degli oggetti capì che si trattava dei resti di un insediamento, durato abbastanza a lungo, di uomini primitivi.

Quei reperti furono portati a Verona, e il loro numero andò aumentando nel tempo grazie al lodevole interessamento dell’ingegner Castelli. Assieme a moltissimi altri oggetti scoperti in quegli anni nella provincia di Verona, essi costituirono il materiale per due importanti eventi culturali avvenuti nel 1876: la pubblicazione da parte di Martinati del saggio “Storia della paleoetnologia veronese” (dove per i ritrovamenti di Sona vennero usate espressioni come “abbondante deposito”, “oggetti pregevoli e rari”, “varietà e rarità di oggetti”) e l’esposizione preistorica di Verona, che ebbe fra i suoi patrocinatori uno dei più famosi archeologi dell’epoca, Luigi Pigorini.

Fu proprio quella disordinata varietà di reperti, tuttavia, a mettere in imbarazzo Martinati sulla datazione dell’epoca dell’insediamento del Montecorno (a confondere ancor più le idee fu il ritrovamento persino di qualche materiale di epoca romana!); oggi si parla, comunque, di fase media e recente dell’età del bronzo (XVI-XIII sec. a.C.).

Sull’origine, poi, di quella popolazione, egli pensò che si trattasse di gente proveniente dal Mantovano e dall’Oltrepò, dato che in queste zone erano stati rinvenuti oggetti del tutto simili. Escluse, pertanto, che si trattasse di uomini calati dal nord, quanto piuttosto di persone non lontane, spinte dalle nostre parti per la ricerca di nuovi territori.

Vediamo in dettaglio che cosa fu trovato. Una spilla per capelli in bronzo, strumenti in selce come un coltellino e una sega, una capocchia a croce (che in epoca pre-cristiana non era altro ovviamente che una figura geometrica ornamentale), un pezzo di colatoio, vasetti interi, orciolini poco più grandi di un ditale, cocci con ornamenti diversi rilevati e incisi, anse lunate (ossia manici a forma di luna che facevano parte di vasi che forse servivano a scopi religiosi, come il culto della luna), numerosi pesi per telai, ossa scheggiate per estrarne il midollo (pasto gradito a tutte le popolazioni preistoriche). Anche il terreno circostante fu sottoposto all’analisi di un professore esperto in materia, per identificare eventuali tracce di legno di palafitte, ma l’esito fu negativo.

Non c’è da stupirsi che quei nostri antenati abbiano scelto proprio un luogo come il Montecorno: si tratta infatti di una posizione da cui si può osservare con facilità tutto l’ambiente sottostante.

Moltissimi secoli dopo anche gli austriaci lo utilizzarono come osservatorio strategico; nel 1866, all’epoca della terza guerra d’indipendenza, il comandante del loro esercito, l’arciduca Alberto, scelse questa altura come sede del suo quartier generale. Qualche decennio prima le autorità asburgiche avevano edificato una galleria all’interno del Montecorno, nell’àmbito di un piano di opere militari per la difesa delle colline moreniche; i muri che la sorreggono, tuttavia, in certi punti presentano delle caratteristiche che fanno pensare a una costruzione preesistente, risalente addirittura all’epoca scaligera, che gli austriaci non avrebbero fatto altro che ampliare.

Qualunque sia l’origine di questo tunnel (oggi per noi ancora misterioso), la sua presenza fa ipotizzare che la salienza del Montecorno, la più elevata della collina di Sona, sia del tutto artificiale.

L’altezza di questa località fu sfruttata nel 1891, e per altri anni ancora, per accendere dei falò alle feste dell’Epifania, talmente giganteschi che si vedevano perfino da Verona, suscitando grande stupore.

Ma torniamo a parlare di preistoria. Non si pensi che il Montecorno sia stato l’unico sito archeologico del Comune di Sona. Era anzi ancor più nota la torbiera “Cascina” di San Giorgio in Salici. Gli scavi, iniziati nel 1874 in quella che era la proprietà di un certo Pio Scatti, riportarono alla luce le tracce di un villaggio preistorico costituito da capanne affacciate su un laghetto. I numerosi ritrovamenti, talora risalenti a epoche diverse, sono la testimonianza di un insediamento lunghissimo: dal neolitico (V millennio a.C.) all’età del bronzo (II millennio a.C.). La mancanza di palafitte al Montecorno fa invece pensare a una semplice tappa, benché durata a lungo.

Dopo questa rassegna, che vuole mettere in risalto come il territorio di Sona avesse suscitato nell’Ottocento l’interesse e l’entusiasmo di rinomati archeologi, una domanda sorge spontanea: che fine hanno fatto oggi tutti quei reperti di cui abbiamo parlato?

Alcuni si possono ammirare in una vetrinetta nel locale museo comunale, ma gli altri? Si può Immaginare che giacciano sepolti e dimenticati, sia pur catalogati, in qualche contenitore nei depositi del museo “Pigorini” di Roma o di quello Civico di Storia Naturale di Verona.

Visto che Sona dispone della struttura intitolata ad Attilio Fedrigo, non si potrebbe fare richiesta affinché quegli antichi oggetti vengano esposti nel capoluogo, considerando che i cittadini del nostro Comune sarebbero gli unici a provare curiosità e interesse per essi? A parte il prestigio che il museo acquisirebbe, sarebbe come se i primi abitatori del nostro territorio tornassero a vivere in mezzo a noi, dopo un troppo lungo esilio dapprima nel buio della storia e poi nell’oscurità di un magazzino.