Il mondo visto da una Fiat 500. Ennio Rezzola, classe 1936 di San Giorgio in Salici, una vita oltre ogni confine

Oggi viaggiare nel mondo è piuttosto semplice. In pochi minuti dal divano di casa ci si collega in rete, con pochi clic si possono vedere immediatamente le immagini dei posti più belli del pianeta; il passo successivo è consultare le recensioni di chi ci è già stato. Poi si prenotano voli, alberghi, macchine a noleggio e con l’ultimo clic si paga (quest’anno un conto piuttosto salato). E via si parte senza tanti pensieri.

Ma come mi racconta Ennio Rezzola, abitante alla Masera di San Giorgio classe 1936, non è sempre stato così. Per lui tutta la vita è stato un viaggio; e per raccontarne uno in particolare ci siamo visti davanti ad un drink. Ennio ha riavvolto il nastro della memoria e mi ha raccontato di quella volta che, nel 1967, ha vissuto un’esperienza straordinaria on the road che gli ha segnato la vita.

Raccontami Ennio di te e del tuo viaggio.
Sono originario di Brescia e ho sempre fatto il portalettere. Per lavoro, mi sono trasferito prima a Firenze e poi a Verona e da 30 anni vivo a San Giorgio. Nel 1967 un mio amico che lavorava come fotografo in una casa editrice di Bergamo doveva fare un servizio giornalistico documentando la vita in Medio Oriente e nel Nord Africa e mi ha chiesto di accompagnarlo. Sono sempre stato un tipo avventuroso e curioso del mondo e ho accettato immediatamente sebbene entrambi non conoscevamo lingue straniere e eravamo forniti di un budget veramente misero. La nostra unica sicurezza era la mia Fiat 500 che doveva accompagnarci in un tour della durata di 40 giorni costeggiando il Mediterraneo orientale.

Vuoi dirmi che avete fatto un viaggio così importante con la 500?
Oggi sembra impossibile ma allora non c’erano grandi risorse (né grandi spazi all’interno della vettura, NdA) e la piccola della Fiat aveva il raffreddamento ad aria quindi non correvamo il rischio di surriscaldare il motore. Di conseguenza era la più adatta ad affrontare un viaggio lungo che è partito, senza tanti preparativi, da Brescia verso luoghi ignoti come l’attraversamento per il lungo di tutta la Jugoslavia dei tempi di Tito, non certo abituata ad accogliere turisti.

Ennio Rezzola oggi (foto Mario Pachera). Sopra, Ennio ed un amico con la sua Fiat 500 davanti alle piramidi del Cairo.

Immagino abbiate incontrato problemi con visti, permessi eccetera…
Io mi occupavo della parte burocratica che consisteva nell’indicare sui documenti solo i nostri nomi, la data di nascita e il numero del passaporto e di darli al funzionario del posto di blocco. Il quale ovviamente ci faceva mille storie alle quali noi, non parlando la lingua, restavamo indifferenti. Alla fine, si stancavano di farci domande e resosi conto che non eravamo né spie né malfattori, ci lasciavano andare. Dovevo solo stare attento a non esaurire la benzina, perciò, le soste per il rifornimento erano molto frequenti.

Come è proseguito il viaggio?
Abbiamo attraversato la Grecia per poi andare in Turchia e poi in Siria incontrando posti e popoli straordinari. Quindi Libano, Giordania ed Israele e una volta arrivati a Gerusalemme abbiamo incominciato a vedere degli inaspettati posti di blocco militari lungo le strade. Dormivamo presso famiglie locali, qualche piccolo albergo oppure in siti religiosi ed in uno di questi Incontrammo un frate che parlava italiano. Gli abbiamo chiesto il motivo di questo spiegamento di truppe e lui ci rispose che eravamo capitati nel mezzo della guerra dei sei giorni tra Israele e i paesi arabi confinanti. Del tutto inconsapevolmente.

Vi siete spaventati? Come avete deciso di affrontare la situazione?
Eravamo tranquilli e la pazienza era il nostro forte. Questo imprevisto cambiò i nostri piani quindi non potendo proseguire per l’Egitto, paese in guerra con Israele, abbiamo fatto ritorno a Beirut. Lì abbiamo trovato un passaggio su una nave mercantile; abbiamo fatto caricare la nostra vettura imbragata dentro una rete con una folla di libanesi che sul molo guardavamo esterrefatti e ci siamo diretti ad Alessandria d’Egitto.

Siete arrivati in Africa, popoli diversi, con usi e costumi particolari.
Per me era una grossa opportunità in quanto in ogni posto dove sono stato volevo incontrare la gente; si passava dai grandi centri solo per necessità burocratiche ma poi volevo incontrare le persone dei villaggi e far parte della loro cultura. Devo dire che ovunque ho trovato una calda accoglienza e, sapendosi adattare alla situazione, non ho mai incontrato grossi problemi.

Come facevate con il cibo e come restavate in contatto con le famiglie in Italia?
Ci accontentavamo di mangiare quello che ci davano le famiglie che ci ospitavano ed osservando rigorosamente le principali regole di igiene, tipo mangiare solo frutta sbucciata o bere acqua dopo averla bollita, non abbiamo incontrato problemi. A quei tempi non c’era la possibilità di comunicare con casa; in quaranta giorni ho spedito qualche cartolina da città famose tipo Beirut o Damasco che sono giunte a destinazione solamente dopo il nostro arrivo.

Dopo lunghe peripezie eravate verso la meta del vostro viaggio?
Da Alessandria abbiamo attraversato l’Egitto e poi siamo entrati in Libia. Qui abbiamo concluso il nostro reportage; abbiamo caricato l’auto su una nave che faceva servizio cargo da Tripoli a Genova (foto qui sotto, NdR), mentre noi abbiamo preso l’aereo per Palermo e da qui abbiamo risalito in treno l’Italia sino a casa.

Cosa ti è rimasto di quel viaggio?
Una sconfinata sensazione di libertà ed un arricchimento culturale fenomenale; con gli occhi di oggi siamo stati un po’ pazzi ma in quei giorni ci sembrava di aver fatto una cosa semplice come altrettanto essenziali erano i mezzi di cui potevamo disporre. Questo viaggio mi ha reso consapevole che soltanto nelle nostre teste ci sono dei confini; in tutto il mondo, comportandosi bene ed avendo rispetto degli usi locali, troverai sempre aiuto ed accoglienza.

Sei stato quindi un precursore dei moderni globetrotters?
Da allora non mi sono più fermato; negli anni Settanta con una 128 Fiat ho cominciato a girare l’Europa andando volta per volta in Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, Germania sia nella parte occidentale che in quella orientale e ho attraversato la Berlino divisa dal muro. Ma il posto dove mi sono trovato meglio e dove torno spesso è la Polonia. Lì con un piccolo dizionario ho imparato la lingua ed ho anche trovato moglie. Poi successivamente ho conosciuto l’organizzazione “Avventure nel mondo” e con loro sono andato veramente in ogni parte del pianeta.

E come si svolgevano questi viaggi?
Mi prendevo le ferie e alla data indicata mi univo ad un gruppo di una decina di persone che non conoscevo nella sala partenze dell’aeroporto di Milano o Roma. Il volo era prenotato e poi si partiva verso la destinazione scelta dove ci si doveva arrangiare per tutto il resto in tenda e col sacco a pelo. In questo modo sono stato alle Mauritius, in Egitto, in Thailandia, in India, in Sri Lanka, in Birmania, in Mongolia e poi in America latina in Messico, Guatemala, Venezuela e soprattutto Perù dove ho stretto amicizie che ancora oggi mantengo. L’esperienza più emozionante l’ho vissuta in Botswana, nella parte meridionale dell’Africa, quando nel mezzo della jungla dovevamo di notte rimanere in silenzio in tenda senza mettere la testa fuori perché eravamo accerchiati dalle iene.

Da quello che capisco non ti piace quindi rimanere a casa.
A dire il vero tornare a casa è sempre il momento più bello di ogni viaggio ed io l’ho sempre celebrato con una cena per amici e parenti in cui far vedere le foto dei posti che ho visitato. Poi anche a casa non so rimanere con le mani in mano. Un’altra mia passione è costruire i presepi riproducendo gli scenari e le persone che ho incontrato nei miei viaggi. Qualche anno fa ho mandato una foto di una delle mie creazioni a papa Francesco che mi ha ringraziato e mi ha incitato a continuare nella mia opera come esempio di integrazioni tra i popoli, ne avete parlato anche voi sul Baco.

A questo punto saluto Ennio e lo ringrazio per la sua disponibilità ad avermi raccontato le storie dei suoi viaggi straordinari. Lo vedo salire sulla sua Panda e partire, sono sicuro, verso nuove avventure.

Massimo Giacomelli
Nato nel 1967, vivo da sempre a Palazzolo con moglie e 2 figli ormai proiettati nel mondo dei grandi. Sono appassionato di storia, di tutti gli sport, (qualcuno provo a praticarlo a livello amatoriale) e con parecchio trasporto ed un po' di nostalgia ascolto sempre volentieri la musica degli anni Ottanta. Dopo gli studi all’istituto tecnico commerciale ho scelto la strada imprenditoriale ed ora sono impegnato nel settore immobiliare; negli anni scorsi la mia collaborazione col Baco da Seta era piuttosto saltuaria; a partire dal 2019 però sta diventando sempre più intrigante.