Il mondo di Pietro da Sona: “Il mio percorso tra la Cina, l’architettura, il canottaggio, Renzo Piano ed un futuro aperto”.

È molto noto, quando si parla di architettura, uno slogan di Ernesto Nathan Rogers, che recita: “Dal cucchiaio alla città”. Minimale, conciso, ma estremamente significativo.

Spiega come i principi del design e dell’architettura siano applicabili sia nell’ideare un piccolo utensile, sia nel progettare un’intera città. È uno slogan che calza anche nel raccontare come certi valori possano trasformare un giovane ragazzo di un piccolo paesino del nostro Comune, in un abitante del mondo.

Pietro Olioso, di Sona, un estro creativo lo ha sempre avuto, ma forse fino ai diciannove anni non aveva mai pensato di incanalarlo proprio in un ambito come l’architettura. Sapeva tuttavia di voler sempre fare un passo oltre.

Quando si racconta una storia come la sua, si parte dicendo che, come già è stato detto, viene da un piccolo paesino in provincia di Verona. Si racconta come per la prima volta abbia iniziato a scoprire il mondo frequentando le scuole superiori in centro. Sembra tutto grande e frenetico alle 7.30 del mattino con il traffico dell’ora di punta. È tutto nuovo. Poi, dopo cinque anni di liceo forse si realizza che quella città ormai la si conosce abbastanza. E si cerca qualcosa di più.

E così decide di proseguire con gli studi universitari al Politecnico di Milano. Architettura è un corso offerto anche dall’Università di Venezia, tuttavia sentiva la necessità di vivere un ambiente più frenetico, più vivo. Completa la triennale e prosegue negli studi per la laurea magistrale. E ancora vuole qualcosa in più.

Vuole uscire dall’Italia, vuole ampliare le sue esperienze nel modo più esasperato, alla scoperta della cultura forse più distante dalla nostra, ovvero quella orientale. Passa il quarto anno in Cina, in quella che è la migliore università della nazione, che ha forgiato personaggi molto illustri sul panorama intellettuale cinese, ovvero l’Università di Pechino.

Mentre me ne parla, Pietro ride. Mi spiega che le ammissioni alle università cinesi vanno di pari passo con gli esami di conclusione del percorso delle scuole superiori, quindi gli studenti che hanno la possibilità di accedere a quell’università sono sostanzialmente i migliori della Nazione. Passano la loro infanzia e adolescenza a studiare per quell’obiettivo, per essere parte di quello 0,01% che trionfa. Lui, seppur avendo passato le selezioni per poter fare questo scambio culturale, non ha dovuto affrontare il livello di competizione che i cinesi lì dentro hanno affrontato.

“Durante la quinta superiore, ho avuto l’opportunità di trascorrere un mese in Cina, perciò avevo già avuto un assaggio di quello che era il mondo orientale. Forse non mi era bastato, perché quando è stato il momento di scegliere delle ipotetiche destinazioni per il mio quarto anno universitario, sentivo il bisogno di doverci ritornare. Per vederla con più attenzione, e soprattutto con più maturità. Ho trascorso i primi sei mesi nell’ambiente universitario, frequentavo le lezioni e il campus, nel secondo semestre ho voluto dedicarmi ad un’esperienza lavorativa che mi permettesse di conoscere il panorama lavorativo del mio settore in quel mondo. Reputavo necessario sfruttare il momento per costruirmi un curriculum completo e soprattutto creare dei contatti. Avendo già il visto da studente è stato più semplice avere questa opportunità: ottenere un visto lavorativo in Cina è molto più difficile”. Ed ecco quindi che Pietro si trova nell’enorme e caotica Pechino, metropoli di 24 milioni di abitanti, dove i conoscenti non si incrociano per caso, dove si può essere chiunque si voglia.

“Vivere in una città di quelle dimensioni mi ha insegnato a lanciarmi anche nelle situazioni che prima reputavo più imbarazzanti. Non sono mai stato un introverso, tuttavia non mi sono mai sentito del tutto libero di fare tutto ciò che mi passava per la testa. Il grande insegnamento che ho tratto da quella esperienza è proprio questo”. Le porte che si sono aperte per lui lo hanno “solo” portato sulla tv nazionale cinese, grazie all’attività sportiva che ha praticato durante lo scambio, ovvero il Dragonboat. Si tratta di uno sport simile al canottaggio in cui le barche hanno le sembianze di draghi cinesi: è uno sport molto sentito in Cina, soprattutto quello praticato a livello universitario, che vede competizioni anche contro squadre di college stranieri quali MIT o Harvard.

Pietro impegnato nel canottaggio in Cina. Sopra, assieme a Renzo Piano.

“Un compagno mi ha raccontato degli allenamenti e mi ha chiesto se volevo fare una prova. Nello spirito di quel viaggio, ho accettato con entusiasmo e curiosità. Non sapevo nemmeno da dove cominciare e mi trovavo in una squadra allenata dal campione nazionale in carica: mi sentivo l’ultimo arrivato ma nonostante ciò sono stato catapultato in un mondo surreale, fatto di viaggi in giro per la Nazione e sfide con gente da tutto il mondo. Arrivavamo con il nostro autobus e venivamo accolti da folle di gente che non vedeva l’ora di vederci gareggiare e continuavo a chiedermi che cosa avessi fatto per meritarmi certe attenzioni. Era una situazione ridicola e entusiasmante al tempo stesso”. Esperienze interessanti, con un peso sul curriculum, e anche un po’ stravaganti.

Una storia da raccontare, insomma. Una storia di cui potersi vantare nel momento in cui ci si candida per uno stage in uno studio di spicco sul panorama italiano. È esattamente ciò che ha fatto Pietro, che per sei mesi ha potuto lavorare fianco a fianco con quello che in Italia, e nel mondo, è forse l’architetto più conosciuto: Renzo Piano.

“A partire da febbraio scorso ho avuto l’opportunità, insieme ad altri tre ragazzi rispettivamente dagli Stati Uniti, dalla Spagna e dall’Uganda, di lavorare in uno dei due studi di Renzo Piano, quello di Genova. Lo studio ha il nome di ‘Renzo Piano Building Workshop’ perché lui stesso vuole rendere il concetto di ‘bottega’ nel senso rinascimentale del termine. Esattamente come Giotto, o Brunelleschi, lui lavora con l’aiuto della sua cerchia di allievi, in un luogo dove si può imparare mettendo in pratica i concetti teorici. Quando sono arrivato ho però realizzato che, nonostante sulla carta esistesse una gerarchia stabilita, dal punto di vista pratico il clima abbatteva questa gerarchia, rendendo i rapporti molto più semplici da gestire, soprattutto per gli ultimi arrivati, come me. Ciò forse – spiega Pietro – era aiutato anche dalla location, in un posto molto suggestivo, a strapiombo sul mare, ma anche distante dal centro di Genova, il che ci spingeva ad intrecciare rapporti tra colleghi, anche in pausa pranzo, dove si mangiava tutti insieme. Ciò si riflette anche sul lavoro, perché dal momento in cui si trova una sintonia con i colleghi, è anche più semplice davanti ad un problema fare lavoro di squadra per risolverlo, senza la preoccupazione di dire la propria opinione. Mi è capitato più volte di essere davanti al progetto mentre Renzo poneva delle domande a riguardo, ed essendo io lì in quel momento, le poneva direttamente a me. Mi sembrava impossibile la naturalezza con cui si rivolgeva all’ultimo arrivato, soprattutto perché dall’altra parte io mi sentivo come se avessi appena assistito ad una apparizione!”.

E adesso che questa esperienza è finita? Con una laurea magistrale portata a termine, Pietro si affaccia sul mondo del lavoro, riflettendo sulla prossima tappa della sua vita. “Avendo vissuto l’Oriente, ora vorrei voltarmi dall’altra parte e puntare agli Stati Uniti: New York mi sembra una città adatta alle mie esigenze di architetto che, essendo italiano, ha dei riferimenti un po’ troppo manieristici. Un’esperienza in una città più pragmatica mi permetterebbe di imparare ad eliminare l’eccessivo”.

Nessuno può sapere cosa preserva il futuro a questo ragazzo, sappiamo però che tutte le strade sono aperte per chi continua ad essere curioso, ambizioso e intenzionato a migliorarsi. Si parte dal semplice, dal piccolo, e si arriva al grande. Per l’appunto, dal cucchiaio alla città.

Veronica Posenato

About Veronica Posenato

Nata nel 1996, risiede a Lugagnano. Diplomata presso il liceo scientifico Messedaglia a Verona nel 2015, si è laureata in infermieristica presso l'Università di Verona nel dicembre 2018. Scrive per il Baco dal 2010, alla ricerca di persone del Comune di cui raccontare le storie, per valorizzare ulteriormente il nostro territorio.

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