Il mio cammino di Santiago: diario di viaggio di una pellegrina improvvisata

Il desiderio di percorrere il cammino di Santiago in me c’era da tempo, così come il sogno di girare il mondo con uno zaino in spalla. Però poi ha sempre predominato la paura e la scarsa fiducia nella mia indipendenza così non ho mai fatto né l’una né l’altra cosa.

Fino a pochi giorni fa, quando sono riuscita con orgoglio e soddisfazione personale a ottenere la Compostela, il certificato che attesta che sono una pellegrina. Una pellegrina del tutto improvvista, che ha deciso di unirsi a tre care amiche (come ho detto sono troppo paurosa per prendere l’iniziativa da sola) e di percorrere gli ultimi 115 km del cammino francese in cinque giorni. Tra di noi i patti erano chiari: proviamo. Eravamo consapevoli che se per noi fosse stato troppo ci saremmo fermate e preso un taxi, che se il peso dello zaino ci avesse ostacolato avremmo chiesto il trasporto bagagli, che se cinque giorni fossero stati troppo pochi avremmo potuto diluire le tappe in più giorni.

In mano avevo solo due certezze: la data di inizio cammino (14 aprile) e il luogo (Sarria). Nello zaino lo stretto indispensabile, ai piedi le scarpe più comode, in tasca i biglietti aerei e la credenziale ovvero il passaporto del pellegrino, che deve essere timbrato a ogni tappa. Tappe previste Sarria, Portomarin, Palas de Rei, Arzúa, O Pedruozo, Santiago de Compostela, tra i 20 e i 30 km al giorno. Poca preparazione atletica ma soprattutto poca preparazione spirituale. Sapevo solo che nella cattedrale riposa San Giacomo. Questo il massimo della temerarietà che mi posso permettere ma per me il primo vero viaggio all’avventura e con lo zaino in spalla.

Dal giorno in cui ho deciso di partire ho consapevolmente evitato di farmi domande e di preoccuparmi, soprattutto ho googolato pochissimo eppure chiunque incontrassi aveva da darmi suggerimenti (carica poco lo zaino, portati ciabatte comode per la sera, lì fa freddo e piove spesso, non prenotare alloggi trovi tutto al momento, vedrai è bellissimo) o mi invidiava perché percorrere questo cammino affascina tutti (vorrei tanto farlo anche io, potevi dirmelo che venivo con te, con le amiche? fantastico). Niente distrazioni, volevo solo staccare la spina da tutto e da tutti e vedere cosa sarebbe successo.

Parto un po’ emozionata ma stranamente serena e dopo una prima colazione energetica inizio il cammino seguendo le frecce gialle e le conchiglie che indicano il percorso, impossibile perdersi. I villaggi che si incontrano lungo il percorso sono carini e accoglienti ma non rispondono certo a particolari interessi storici o artistici.

Ci è capitato di vedere degli hórreos, i tipici granai galiziani: strane costruzioni rettangolari in pietra o in legno sollevate da terra con dei pilastri e le pareti bucherellate. Ma la vera protagonista del viaggio è la natura che in Galizia manifesta il suo lato più selvaggio e autentico. Un vero spettacolo di alberi rigogliosi, ruscelli, tronchi secolari, fiori colorati, profumo di eucalipto, farfalline e cinguettii. Tanta pace e silenzio eppure il percorso è molto battuto. Si sente solo il rumore dei passi, il proprio respiro e il saluto tra pellegrini “Buon cammino”.

Insomma come nei migliori dei viaggi tutto è filato liscio. Nessun intoppo, nessuna resa. Sempre trovato un letto per la sera. Cibo buono e birra fresca. Prezzi assolutamente abbordabili. Clima mite e sereno. Con questo non voglio dire che sia stata una passeggiata di salute. Portare 6 kg sulle spalle su strade a tratti impervie e con qualche dislivello impegnativo, senza le comodità di casa e con indosso sempre gli stessi vestiti non è facile.

Ad ogni tappa pensavo ai km del giorno dopo, alle spalle indolenzite e ai muscoli contratti ma quando sorgeva il sole e suonava la sveglia ero entusiasta di ripartire. Volevo farcela, volevo arrivare alla cattedrale. Con qualche cerotto sui piedi e buttato il peso superfluo del diario di viaggio (mi è bastato tenere qualche foglio per scrivere appunti e sensazioni) sono arrivata alla Praza do Obradoiro, la piazza principale del centro storico di Santiago de Compostela e difronte alla monumentale cattedrale, stanca come non mai, sono (siamo) scoppiate nel più bel pianto liberatorio della mia vita.

Lacrime, sorrisi e abbracci. Eravamo arrivate alla meta. Così ho appuntato il momento nei miei fogli: davanti alla cattedrale l’emozione è inspiegabile. Io sono cattolica ma non fervente e il cammino l’ho affrontato più in mood spirituale che religioso eppure quella messa, la messa del pellegrino che si celebra ogni giorno, in questa chiesa romanica imponente e sfarzosa è stata particolarmente sentita. Pellegrini di ogni età e nazionalità che si incontrano per essere accolti nella celebrazione a loro dedicata e che possono abbandonarsi nel rito dell’abbraccio all’Apostolo San Giacomo è un momento di potenza emotiva ineguagliabile.

Di questa esperienza porto nel cuore l’atmosfera, gli incontri inaspettati e le coincidenze, l’accoglienza di John O’Neal alla sua Fuente del Peregrino, il padre guanelliano don Fabio e le sue parole “non importa perché siete qui, quello che conta è tornare a casa come donne e uomini di pace”, la potenza della stessa preghiera in tutte le lingue del mondo ma anche il piacevole ricordo delle uova revuelta a colazione e del polpo alla galega per cena.

Ma niente sarebbe stato così indimenticabile senza le mie compagne di viaggio Monica, Roberta e Paola a cui devo un grazie grande come il mondo. Avanti! Caricate uno zaino (basta pochissimo, non avete idea di quante cose superflue pensiamo indispensabili) e partite. Il cammino vi aspetta.

Francesca Tenerelli
Nata il 29 gennaio del 1976, parte attiva da sempre nella comunità di Lugagnano, con una breve interruzione per trasferimento a Decimomannu vicino a Cagliari. Ha conseguito la maturità scientifica presso il liceo Galileo Galilei a Verona e attualmente è impiegata in un’Agenzia di Assicurazioni. Sposata e madre di due figli, trova sempre il tempo per dedicarsi alla sua passione, la lettura.