Il Libro: Wisława Szymborska, “La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009)”

La Recensione

Wisława Szymborska, poetessa polacca, insignita del Premio Nobel, nasce il 2 luglio del 1923  in Polonia e muore a Cracovia nel 2012. La sua infanzia e l’adolescenza sono funestate dallo scoppio del secondo conflitto mondiale. Inizia a frequentare l’università nel 1945 ma non terminerà mai gli studi, a causa di pesanti problemi economici, riuscendo comunque ad inserirsi nella vita culturale della capitale polacca.

La sua prima poesia, Cerco una parola, compare nel 1945 su un quotidiano. Tutti i suoi scritti, prima di essere pubblicati in formato cartaceo, devono passare il vaglio della censura, per rispondere ai requisiti del regime socialista. Wisława, come molti altri intellettuali in quel periodo, abbraccia l’ideologia socialista in maniera ufficiale ma ne prende le distanze a partire dal 1960.

Nel 1996 viene insignita del Premio Nobel per la Letteratura. La motivazione che accompagna il premio recita: “per una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti d’umana realtà”.

Wislawa Szymborska si può considerare senza dubbio una delle poetesse più amate degli ultimi anni, anche in  Italia, a dispetto del fatto che di poesia nel nostro Paese se ne legga pochissima, se ne scriva poca e se ne conosca anche meno. In Polonia le sue raccolte poetiche sono amatissime e vendono un numero di copie che da noi solo un romanzo riesce a raggiungere, nonostante la Szymborska abbia osservato, in un suo componimento famoso, con la sua solita tagliente ironia, che la poesia piace a non più di due persone su mille.

A vederla in foto, spesso ritratta in compagnia di tazze e centrini, sembra una dolce vecchia signora dall’occhio curioso; per questo si potrebbe pensare alle sue poesie come componimenti rassicuranti e dolci.

Tuttavia Wislawa non era né adorabile né dolce e i protagonisti dei suoi versi di sicuro non sono gatti e fiori di lillà.

Ne La gioia di scrivere, che raccoglie le poesie scritte dall’autrice dal 1945 fino al 2009, cioè fin quasi alla sua morte, troviamo versi liberi, dove predomina un’accurata scelta delle parole e solo una apparente semplicità. Attraverso l’ironia ed il paradosso i suoi componimenti affrontano problemi etici ed umani di ampio respiro con grande lucidità; i temi trattati spesso diventano una denuncia nei confronti dello stato delle cose in cui il mondo si ritrova a vivere.

La Szymborska parte dalle piccole cose quotidiane ma, nonostante il linguaggio familiare, di leggero e rassicurante nelle sue parole c’è ben poco.

Contributo alla statistica

Su cento persone:

che ne sanno sempre più degli altri

– cinquantadue;

 

insicuri a ogni passo

– quasi tutti gli altri;

 

pronti ad aiutare,

purché la cosa non duri molto

– ben quarantanove;

 

buoni sempre,

perché non sanno fare altrimenti

– quattro, be’, forse cinque;

 

propensi ad ammirare senza invidia

– diciotto;

 

viventi con la continua paura

di qualcuno o qualcosa

– settantasette;

 

dotati per la felicità,

– al massimo poco più di venti;

 

innocui singolarmente,

che imbarbariscono nella folla

– di sicuro più della metà;

 

crudeli,

se costretti dalle circostanze

– è meglio non saperlo

neppure approssimativamente;

 

quelli col senno di poi

– non molti di più

di quelli col senno di prima;

 

che dalla vita prendono solo cose

– quaranta,

anche se vorrei sbagliarmi;

 

ripiegati, dolenti

e senza torcia nel buio

– ottantatré

prima o poi;

 

degni di compassione

– novantanove;

 

mortali

– cento su cento.

Numero al momento invariato.

La cipolla 

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi  grasso, nervi, vene,
muchi e secrezioni.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.

La Scheda: Wisława Szymborska, ‘La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009)’, Adelphi, 2009, pp.774