Il Libro
Impossibile non rimanere attoniti di fronte al titolo scelto da Gisèle Pelicot per il suo resoconto autobiografico. “Un inno alla vita” appare antitetico rispetto alla vicenda agghiacciante che ha vissuto la protagonista; eppure a poca distanza dai fatti e dal processo, la vittima riesce a guardare alla sua storia con grande compostezza e desiderio di rinascita.
Fin dalle prime pagine di questo libro, che non è solo una autobiografia ma un vero e proprio atto di denuncia politica e sociale, traspare in modo evidente la lucidità di una donna che vuole con tutte le forze riappropriarsi della propria dignità e vivere nonostante quello che è stato.
Dominique Pelicot, suo marito, per oltre dieci anni l’ha drogata con pesanti ansiolitici al fine di abusarne personalmente e offrirla anche a sconosciuti, ben cinquantuno, contattati on line.
Al risveglio Gisèle si ritrovava così stordita e priva di ricordi da preoccuparsi terribilmente per la sua salute. Per anni si è sottoposta a visite di ogni tipo e ha assunto farmaci, credendo addirittura di doversi preparare ad una diagnosi precoce di Alzheimer. E invece chi le rubava ricordi e dignità era in casa.
Nel libro si insiste molto su come il male, l’orrore, il crimine si celino nella banalità del quotidiano. Questo accade fino al novembre del 2020, quando la vittima venne convocata al commissariato locale perché il coniuge era stato sorpreso in un supermercato nell’atto di filmare sotto le gonne di tre donne. Da lì partirono accertamenti anche sul suo pc personale, che rivelò le atrocità commesse tra le mura di casa.
Uno dei punti più potenti del resoconto di Gisèle Pelicot è la motivazione che la spinge a non richiedere un processo a porte chiuse perché la vergogna non deve mai stare dalla parte delle vittime.
Lo fa per sé ma anche per i suoi figli, perché muti radicalmente la legislazione sui reati di violenza sessuale, perché si rifletta in maniera profonda sui traumi che le vittime di stupro subiscono e sul significato della parola “consenso”. Gisèle Pelicot, a settantadue anni, trasforma il suo calvario privato in una battaglia pubblica, ricordandoci che la verità, per quanto dolorosa, è l’unico strumento di liberazione.
In concomitanza col processo, nel 2024 in Francia si sono tenute in diverse città francesi manifestazioni di solidarietà, a cui hanno partecipato migliaia di persone, con la volontà di combattere con forza la “cultura dello stupro”. Gisèle Pelicot ha ricevuto vari riconoscimenti internazionali, diventando un simbolo mondiale della lotta contro le violenze sessuali e la sottomissione chimica.
Nel luglio 2025 è stata nominata Cavaliere della Legion d’Onore, la più alta onorificenza francese, e nel 2026 è stata insignita del premio “Freedom from Fear”, per aver contribuito a incoraggiare le vittime di abusi a parlare, a “liberarsi dalla paura”. La figlia di Dominique e Gisèle Pelicot ha cambiato il suo cognome e ha scritto un libro, “Ho smesso di chiamarti papà”, dove ripercorre la storia dal suo punto di vista.
“La vergogna deve cambiare lato.”
L’EDITORIALE DEL BACOTutti abbiamo bisogno di una tazzaLa Scheda
“Un inno alla vita” di Gisèle Pelicot, Rizzoli, 2026, pp.252.
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