Il libro: “On writing” di Stephen King. Autobiografia di un mestiere

La Recensione

Sarebbe riduttivo definire “On writing” un’autobiografia, dal momento che il libro appare nettamente diviso in due parti. La prima è il vero e proprio racconto della vita dell’autore fino al Duemila, mentre la seconda è un manuale di scrittura.

La cosa che rende il testo estremamente coinvolgente fin dalle pagine iniziali è la sincerità con cui Stephen King mette a nudo se stesso. E’ risaputo che il Re, come viene spesso chiamato dai suoi fan, non ha avuto un’esistenza semplice. Senza vittimismi, infatti, egli racconta la sua infanzia segnata dal disagio economico, dai continui spostamenti di residenza in luridi appartamenti nei quartieri malfamati della periferia americana o in minuscoli camper in affitto in paesi desolati. Stephen King fu abbandonato dal padre quando aveva due anni e la sua giovane madre crebbe lui e il fratello maggiore David tra mille difficoltà.

La copertina di “On writing”, di Stephen King

Fin da ragazzo dovette spesso alternare gli studi con lavori faticosi e sottopagati per potersi mantenere e, fin dopo il matrimonio e l’arrivo dei suoi primi due figli, si barcamenò facendo anche due lavori in contemporanea per mantenere la famiglia. I problemi economici sono una costante dall’infanzia alla prima età adulta, ma il vero leit motiv dell’esistenza del Re è l’inesauribile passione per la scrittura. Fin dall’età di sei anni, racconta di essersi dedicato alla stesura di storie, che sua madre leggeva con piacere, incoraggiandolo a continuare. L’enorme fantasia lo portò a scrivere incessantemente, a mandare i suoi racconti dell’orrore a tanti editori, venendo praticamente quasi sempre ignorato. Tuttavia inventare storie era ed è per lui un’urgenza, qualcosa di fondamentale e naturale come respirare. “Scrivere non c’entra niente col fare soldi, diventare famoso, crearsi occasioni galanti, agganciare una scopata o stringere amicizie. Alla fine è soprattutto un modo per arricchire la vita di coloro che leggeranno i tuoi lavori e arricchire al contempo la propria. Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene. Darsi felicità, va bene? Darsi felicità.”

In vari momenti difficili della sua esistenza – come per esempio il tremendo incidente, di cui rimase vittima nel 1999 e che gli causò molte fratture e traumi, con conseguenti atroci sofferenze – scrivere ha rappresentato un’ancora di salvezza e gli ha consentito di non perdere se stesso. Con molta spontaneità, l’autore racconta i periodi bui della sua vita, quando ha rischiato di perdere tutto per colpa dell’alcool e della droga. In questa circostanza e in molte altre, cruciali, la presenza dell’amatissima moglie Tabitha, che incontrò negli anni universitari, fu fondamentale. Fu lei, per esempio, a recuperare dal cestino i fogli accartocciati della bozza di “Carrie”, che King aveva deciso di buttare. Divenuto un romanzo, “Carrie” nel 1974 lo rese famoso e lo tirò fuori dall’indigenza. Da quel momento partorì un successo dietro l’altro e continua a sfornarne anche oggi.

Per quanto concerne la seconda parte del libro, Stephen King fornisce una serie di consigli sulla scrittura creativa. “Se volete diventare scrittori – sostiene – dovete leggere e scrivere un sacco. Che io sappia, non ci sono alternative o scorciatoie.” Ciò è dimostrato dalla sua tabella di marcia rigorosa. Sostiene di scrivere da sempre tutti i giorni,soprattutto al mattino, anche a Natale e nel giorno del suo compleanno. “Per me il vero lavoro è non lavorare. Quando scrivo è un gioco continuo,dove persino i momenti peggiori sono una goduria”.

“Lo fai per soldi, bellezza?”

La risposta è no. Né ora né mai. D’accordo, ho ricavato parecchio grano dalle mie opere di narrativa, ma non ho mai buttato giù una sola parola con il pensiero di venire pagato. Scrivo perché così mi sento realizzato. Magari in passato è servito per estinguere il mutuo della casa o mandare i figli al college, ma non era quello il punto. Lo faccio per la scarica di adrenalina, perché mi dà gioia e, proprio per questo, continuerei all’infinito. In certi periodi è stato un atto di fede, un pugno in faccia alla disperazione e all’angoscia. La scrittura non è la vita ma talvolta può essere una specie di resurrezione.

La Scheda

“On writing. Autobiografia di un mestiere” di Stephen King, Frassinelli, 2015, pp.283.