Il libro: “Naufraghi senza volto” di Cristina Cattaneo. La compassione e l’umanità su un tavolo da autopsie

La Recensione

Qualche mese fa è rimbalzata sui vari canali di informazione una notizia che ha toccato il cuore di molte persone. Tra i tanti cadaveri di migranti che rendono le acque del Mediterraneo un campo di sterminio silenzioso, è stato rinvenuto quello di un ragazzino del Mali, che portava cucita all’interno di una tasca la pagella scolastica, a dimostrazione, probabilmente, che di quel documento andava fiero. Forse era convinto che l’istruzione – e l’impegno che essa comporta – rappresentassero una sorta di passaporto per poter aspirare ad una vita nuova e dignitosa in Europa.

La pagella di questo minore affogato in mare è stata ritrovata da Cristina Cattaneo (nella foto sopra), medico legale, che racconta in “Naufraghi senza volto” la sua battaglia per trovare il modo di attribuire un’identità ai tanti morti nelle acque del Mediterraneo. L’anatomopatologa Cattaneo, che lavora al Labanof, il Laboratorio di Antropologia e odontologia forense dell’Istituto di Medicina Legale di Milano, e nel mondo della finzione letteraria potrebbe trovare il suo alter ego in Kay Scarpetta, medico legale protagonista dei gialli di Patricia Cornwell, è famosissima in Italia per aver dato il suo contributo in casi di cronaca molto difficili, come quello di Yara Gambirasio o Elisa Claps.

Stabilire le cause che hanno portato alla morte, ricostruire quindi gli ultimi istanti di vita di una vittima, così come dare un nome ad un cadavere che giace sul tavolo delle autopsie, è compito suo e dei suoi colleghi. Grazie al loro impegno, in Italia è stato creato un database per raccogliere informazioni intorno alle persone scomparse, creando archivi con la speranza di poterli identificare e permettere ai parenti delle vittime di riavere i corpi dei  propri cari e dare loro un vero addio, potendo così elaborare il lutto.

“Naufraghi senza volto” racconta questo, ma soprattutto si concentra su una medicina legale che si potrebbe definire “umanitaria”, in quanto dopo la strage di Lampedusa del 2013, la Cattaneo si è dedicata alle operazioni che permettono di identificare i tanti naufraghi del Mediterraneo, che, stipati su barconi spesso in pessime condizioni, partono dalla Libia alla volta dell’Europa, venendo  inghiottiti dalle onde prima di toccare le coste italiane. L’autrice racconta come ritenga fondamentale occuparsi di queste persone perché convinta che tutti abbiano diritto ad un nome e soprattutto ad una dignità.

Di solito queste vittime, soprattutto dall’Europa ‘che conta’, non vengono considerate degne di pietas né di essere identificate, né i loro parenti degni di sapere se il proprio figlio è vivo o morto, di entrare in possesso dei certificati di morte, fondamentali, per esempio, come nel caso di Lampedusa, per il ricongiungimento degli orfani.

La copertina di “Naufraghi senza volto”.

La compassione, uno dei valori che forse abbiamo perduto proprio là, tra i flutti del Mediterraneo, è un sentimento di cui gli antichi ci parlano spesso. Basti pensare all’Iliade, dove un celebre passo vede al centro due personaggi molto diversi, Achille e Priamo. Siamo alla fine ormai del conflitto che vede contrapposti Achei e Troiani, dal momento che il Pelide ha ucciso il più forte dei nemici, Ettore, figlio del re di Troia, il vecchio Priamo. Achille, mai sazio di vendetta, ha fatto scempio del cadavere di Ettore e non l’ha restituito ai Troiani. Allora Priamo, che vuole onorare degnamente il figlio defunto, mette faticosamente da parte il dolore, la rabbia e l’orgoglio profondamente ferito, decidendo di recarsi all’accampamento degli Achei per chiedere ad Achille di restituire il corpo di Ettore.

Dopo un primo momento di imbarazzo, in cui Achille rimane sbalordito alla visita del vecchio re nemico, inginocchiatosi davanti a lui, si diffonde nel suo animo il sentimento della compassione perché nel vecchio re di Troia rivede suo padre, Peleo, che è lontano e soffre la mancanza di suo figlio. Il Pelide si immedesima nelle sofferenze di Priamo, immaginando al suo posto Peleo, e si commuove. Dopo aver versato calde lacrime, decide di restituirgli il corpo di Ettore, che potrà così ricevere degna sepoltura e trovare la pace.

Tra le pagine di “Naufraghi senza volto” si può immaginare molto bene la freddezza del tavolo da autopsie, ma nel contempo si riesce a percepire la passione che caratterizza il lavoro di Cristina Cattaneo e soprattutto la profonda umanità, fatta di rispetto e compassione, che anima la sua battaglia civile, il suo tentativo di dare un nome ai naufraghi. Provare compassione significa comprendere la sofferenza degli altri e sapersi mettere nei loro panni, anche nei panni di un ragazzo del Mali, affogato con una pagella cucita all’altezza del cuore e finito in fondo al mare insieme ai suoi sogni più belli.

Ognuno racconta il proprio vissuto, la propria sofferenza, ma sempre attraverso il filtro di chi ce l’ha fatta. Anche il più atroce racconto ha un tono diverso, se è riportato da un sopravvissuto. La vera angoscia e l’orrore del viaggio li possono raccontare solo i morti.

La Scheda

“Naufraghi senza volto” di Cristina Cattaneo, Cortina Editore, 2108, pp. 198.