Il libro. “Mio figlio” di Sue Klebold. I perchè di una madre dopo Columbine

Il Libro

Il 20 aprile 1999, in Colorado, presso la Columbine High School, due studenti dell’ultimo anno, il diciottenne Eric Harris e il diciassettenne Dylan Klebold entrarono armati e aprirono il fuoco su compagni e insegnanti. Il bilancio fu di tredici vittime e ventiquattro feriti. Tra di essi anche i due attentatori, che si suicidarono prima dell’intervento delle forze dell’ordine.

Il massacro della Columbine High School è una delle più gravi sparatorie scolastiche della storia degli Stati Uniti e questo libro ne è una coraggiosa analisi, elaborata a distanza di molti anni dalla madre di Dylan, uno dei due attentatori. Sue Klebold si è chiesta per molto tempo come il ragazzo, che aveva cresciuto ed educato amorevolmente insieme al marito, avesse potuto trasformarsi in un feroce assassino e poi in un suicida.

Per tanto tempo rimorso, angoscia e vergogna l’hanno schiacciata, rendendole quasi impossibile venire a patti con la realtà, domandarsi chi fosse il figlio e in cosa lei e il marito avessero fallito. Poi, dopo aver letto e analizzato soprattutto i diari del ragazzo, decide di scrivere per spiegare il suo punto di vista, per chiarire una verità scomoda: per quanto si possa fare, conoscere fino in fondo i propri figli è impossibile e non sempre basta l’amore a salvarli.

Il libro si rivela molto interessante non tanto per la ricostruzione dei fatti di Columbine, quanto per lo scavo psicologico, per l’analisi della vulnerabilità di un figlio adolescente e della miopia che colpisce spesso gli adulti, i quali, pur passando tanto o poco tempo con loro, talvolta non si accorgono dei segnali di disagio, delle dinamiche relazionali tossiche, dei segreti che il silenzio o lo sguardo di troppi ragazzi nascondono.

Sue Klebold riconosce quando è ormai troppo tardi alcuni segnali che avrebbero potuto salvare Dylan e tutte le sue vittime, perciò ritiene fondamentale scriverne per sensibilizzare altri adulti, altri genitori ed educatori, in modo che possano arrivare prima che il disagio, la depressione e l’ansia possano produrre conseguenze drammatiche per il singolo e per la società.

Columbine ha segnato profondamente il dibattito pubblico americano a proposito della sicurezza nelle scuole, del possesso delle armi da fuoco e del disagio giovanile. In seguito alla strage sono stati rivoluzionati i protocolli delle forze dell’ordine per la gestione dei casi di active shooter (assalitore attivo), imponendo l’intervento immediato della prima pattuglia giunta sul posto anziché l’attesa delle squadre speciali SWAT.

E’ stato dato il via all’introduzione massiccia di metal detector, guardie armate, porte blindate e politiche di “tolleranza zero” per comportamenti minacciosi negli istituti scolastici statunitensi. Riguardo al possesso di armi da fuoco, invece, non è cambiato granchè, anche se si sono accesi dibattiti sulla legislazione per la loro vendita, sulla salute mentale degli adolescenti e sul fenomeno del bullismo scolastico. Eppure, se Sue Klebold a distanza di molti anni ha scelto di raccontare la sua storia per sensibilizzare l’opinione pubblica, significa che non si è fatto abbastanza in merito.

In tempi recenti anche in Italia si discute e si cercano soluzioni efficaci per contrastare il disagio giovanile, soprattutto in seguito a fatti di cronaca che ne hanno rivelato l’urgenza, anche in relazione all’introduzione di armi nelle scuole. Questo ha portato qualche politico a proporre l’introduzione dei metal detector negli edifici scolastici, ma molti hanno capito che un metal detector è una risposta semplicistica, che non risolve il problema, così come riempire di ragazzini le carceri minorili italiane.

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Come fa capire anche Sue Klebold, l’unica via per aiutare davvero i nostri ragazzi e scongiurare situazioni dolorose è investire su scuola e servizi sociali, supportare le famiglie, mettersi in ascolto, dedicare agli adolescenti tempo, favorire le relazioni e gli spazi sani di aggregazione , aiutarli a dare un nome alle emozioni positive e negative che li attraversano, investire sulla fiducia e non sul sospetto.

Tutto ciò in cui credevo, tutte le scuse a cui mi ero aggrappata, crollarono in un istante. Ci sono voluti molta fatica e dolore, per tornare ad amarlo.

La Scheda

“Mio figlio” di Sue Klebold, 2016, Sperling & Kupfer, pp.384.

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Chiara Giacomi
Nata a Verona nel 1977, si è diplomata al liceo classico e ha conseguito la laurea in Lettere presso l'Università di Verona. Insegna presso il Liceo Medi di Villafranca. Lettrice appassionata, coordina il Gruppo Lettura della Biblioteca di Sona.