Il libro: “Eleanor Oliphant sta benissimo” di Gail Honeyman. Quando la gentilezza ti salva dal baratro della solitudine

La Recensione

“Quanto più una persona diventa solitaria, tanto meno diventa capace di navigare le correnti sociali. La solitudine le cresce attorno, come muffa o pelo, un profilattico che inibisce i contatti, a prescindere dall’intensità con cui li desideriamo”.

Capita a tutti di sentirsi soli. Oggi più che mai, nonostante città affollate, luoghi di lavoro con open space, locali aperti quasi ventiquattr’ore su ventiquattro, connessioni velocissime e social su cui tutti vogliono seguire ed essere “amici” degli altri, la paura più grande è quella di sentirsi isolati, esclusi. Sperimentare momenti di solitudine, anche se abbiamo una famiglia, amici e un’agenda fitta di impegni, ci spaventa tantissimo e siamo pronti a fingere interesse per attività e persone che non ci piacciono davvero, ad annoiarci e ad impiegare mille energie pur di riempirci le giornate e allontanare quella sensazione di vuoto e silenzio, che ci fa sentire inadeguati e rifiutati. La solitudine oggi viene spesso elusa ma quasi mai affrontata.

La copertina del libro di Gail Honeyman

C’è chi però questa condizione di isolamento non la può nemmeno in parte evitare ma è costretto a viverla costantemente come condizione oggettiva. E’ il caso di Eleanor Oliphant, giovane trentenne scozzese, che dal lunedì al venerdì lavora come contabile in un ufficio cittadino, mentre nei fine settimana riempie il vuoto di affetti e il silenzio del suo appartamento bevendo e dormendo, sperando che arrivi presto una nuova settimana. Non ha amici, i colleghi non le rivolgono quasi mai la parola perché la considerano stramba, non ha famiglia, ad eccezione della madre, che la chiama una sera a settimana senza davvero interessarsi a lei. E’ quello l’unico momento in cui il telefono squilla a casa sua.

Non c’è nessuno che si occupi dei suoi bisogni, che la abbracci o le stringa la mano quando sta male, che le faccia un complimento, che le sfiori la guancia dove ha una cicatrice, di cui non vuole assolutamente parlare. E così Eleanor si trascina giorno dopo giorno in una noiosa routine, finchè un piccolo gesto gentile, improvviso e per altri assolutamente insignificante, cambia lentamente il suo modo di guardare le cose e comincia a scavare dentro di lei, facendo entrare una fioca luce, che mette a fuoco le crepe del suo tragico passato, spingendola a tentare di cambiare la sua piatta esistenza, in cui mancano i contatti umani, la gentilezza, la gioia di vivere.

La signorina Oliphant comincia una rivoluzione dolorosa ma inesorabile, cercando di dimostrare a se stessa di non essere strana, poco interessante, incapace e non desiderabile, come finora le hanno fatto credere i suoi colleghi e come la madre le ripete al telefono tutti i mercoledì sera. Ad un certo punto Eleanor reagisce, decide di darsi una chance, partendo da un piccolo e folle progetto per sentirsi viva e bella, nonostante la ferita che le deturpa volto e anima. No, non sta benissimo, come vorrebbe, ma il suo cuore batte e lei è viva, ha qualcosa da dare e spera di poter incontrare uno sguardo gentile, una mano accogliente, che la tiri fuori dal buco nero della solitudine e dell’indifferenza.

Non lo vuole e basta, se lo merita.

Mi chiamo Eleanor Oliphant e sto bene, anzi: benissimo. Non bado agli altri. So che spesso mi fissano, sussurrano, girano la testa quando passo. Forse è perché dico sempre quello che penso. Ma io sorrido, perché sto bene così. Ho quasi trent’anni e da nove lavoro nello stesso ufficio. In pausa pranzo faccio le parole crociate, la mia passione. Poi torno a casa e mi prendo cura di Polly, la mia piantina: lei ha bisogno di me, e io non ho bisogno di nient’altro. Perché da sola sto bene. Solo il mercoledì mi inquieta, perché è il giorno in cui arriva la telefonata dalla prigione. Da mia madre. Dopo, quando chiudo la chiamata, mi accorgo di sfiorare la cicatrice che ho sul volto e ogni cosa mi sembra diversa. Ma non dura molto, perché io non lo permetto. E se me lo chiedete, infatti, io sto bene. Anzi, benissimo. O così credevo, fino a oggi. Perché oggi è successa una cosa nuova. Qualcuno mi ha rivolto un gesto gentile. Il primo della mia vita. E questo ha cambiato ogni cosa. D’improvviso, ho scoperto che il mondo segue delle regole che non conosco. Che gli altri non hanno le mie stesse paure, e non cercano a ogni istante di dimenticare il passato. Forse il «tutto» che credevo di avere è precisamente tutto ciò che mi manca. E forse è ora di imparare davvero a stare bene. Anzi: benissimo.

La Scheda

“Eleanor Oliphant sta benissimo” di Gail Honeyman, Garzanti, pp. 352, 2018.