Il grande affresco sulla chiesa di San Giorgio in Salici, un’opera che fece discutere

L’artista che dipinse il grande affresco sulla facciata della chiesa parrocchiale di San Giorgio in Salici si chiamava Orazio Celeghin. Figlio di un ciabattino, nacque a Limena (PD) nel 1906, crebbe ad Asolo (TV) e frequentò l’Accademia di Belle Arti di Venezia. Morì a Montebelluna (TV) nel 1984.

Quando fu chiamato a San Giorgio in Salici per realizzare l’opera aveva appena ventisei anni, evidentemente era già un nome noto nell’ambiente artistico nonostante la giovane età.

Oggi il dipinto, raffigurante San Giorgio e il drago, è alquanto sbiadito (nella foto sopra), ma possiamo farci un’idea di come fosse originariamente dall’ingrandimento del particolare di una cartolina dell’epoca che pubblichiamo qui sotto: essendo in bianco e nero non risaltano i colori, ma almeno possiamo vedere i lineamenti delle immagini ben definiti.

Da subito l’opera non passò inosservata, riproduciamo infatti qui sotto il testo di un articolo che nel 1933 – anno della sua realizzazione – fu pubblicato sul Bollettino della Società Letteraria di Verona, intitolato “Un affresco sulla facciata di una chiesa nel Veronese” e firmato da Lina De Micheli.

“Nell’arco che sovrasta la porta della chiesa la figura del cavaliere armato si staglia vigorosa e netta su di uno sfondo che passa gradatamente da un giallo-rosa ad un azzurro cupo nell’alto: cielo profondo tagliato trasversalmente da un festone di nubi chiare. Il paesaggio è ridotto alle pure linee essenziali: per questa assenza assoluta di superficialità egli si riallaccia non diciamo ai primitivi, molti dei quali si perdettero nelle minuzie, ma direttamente a Giotto: questa terra così nuda e così nitida nel disegno ci richiama agli occhi certi sfondi di ocra e di grigio su cui l’antico pittore ha fatto staccare le sue figure così semplici e così piene di vita interiore”.

“Anche qui la mancanza dei particolari fa sì che la nostra attenzione converga tutta su quelli che sono gli elementi primi del dramma: S. Giorgio, il cavallo, il drago. Niente di superfluo: il pittore ha rifatto la sua visione interna con rapida sintesi, e se per un istante siamo per accusarlo di una certa rigidezza, ci accorgiamo subito che questa ombra di stilizzazione non nuoce all’espressione del lavoro, ma anzi si addice al carattere decorativo dell’affresco. Il Santo, portato dall’impeto del cavallo, quasi dall’impeto del suo fervore, trafigge il drago che si divincola in spire: squamoso, viscido, esce dal seno della terra stessa: è la materia che tenta la suprema ribellione allo spirito, ma sa che fatalmente da esso sarà vinta: e questo senso triste di predestinazione alla sconfitta noi possiamo intuire dall’espressione quasi parlante del mostro”.

“Tutto questo è stato espresso, come abbiamo detto, con la massima sobrietà di mezzi; domina in tutta la raffigurazione un senso perfetto di equilibrio che è tanto più ammirevole se si pensi alla giovane età dell’artista: una larga e robusta schiettezza e una delicata sensibilità di colore. Figure e cose si fondono in un’aria che è insieme realtà e rappresentazione poetica, poiché anche qui sentiamo che pittura e poesia scaturiscono da un’unica sorgente”.

Articolo scritto in collaborazione con Valentino Venturini.

Mario Nicoli
Nato a Verona nel 1956, ha lavorato come medico di base. Dal 2003 è redattore del “Baco da seta”, su cui pubblica articoli che trattano quasi sempre di storia del nostro Comune. E’ presidente del “Gruppo di ricerca per lo studio della storia locale di Sona”, che fa parte della Biblioteca comunale di Sona.