“Il Covid è stata una bomba atomica per i musicisti”. Erik Spedicato ci parla della difficoltà di vivere di musica oggi

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Quando mi è stato chiesto di intervistare Erik Spedicato (nella foto di Mario Pachera), musicista professionista e presidente della scuola di musica Onemusic Academy, mi sono documentata andando a leggere la sua biografia, scoprendo così che è un personaggio davvero di spessore: vanta un curriculum di formazione personale e musicale notevole, perché oltre ad aver studiato a Milano nella scuola di musica Di Tullio De Piscopo e all’Accademia di Musica Moderna, sempre di Milano, ha suonato e partecipato a concerti di grandissimi artisti.

Erik, che cura anche un seguitissimo blog di musica e cultura sul nostro sito, vanta un’esperienza ventennale nella didattica della batteria presso prestigiose accademie musicali e istituti scolastici di tutta Italia.

In questa intervista gli chiederò di parlarmi della sua scuola di musica e dei problemi che in generale queste scuole stanno vivendo nell’era del Covid; ma anche quali siano le difficoltà per i musicisti professionisti e quale impatto ha avuto la pandemia sul loro mondo. Non nascondo che mi mette un po’ di soggezione il suo enorme bagaglio musicale.

Quando arrivo alla sede della scuola che si trova a Lugagnano, vengo però accolta dalla sua grande gentilezza e da un sorriso amichevole che percepisco solo, a causa della mascherina, cancellando così tutti i miei timori; nel corso dell’intervista scoprirò che è una persona anche estremamente umile, dotata di un’etica molto profonda verso la propria professione e verso il mondo in generale.

Erik, spieghi brevemente, per chi ancora non la conosce, cos’è la Onemusic Academy e quali sono le sue principali attività?
Questa scuola nasce una quindicina di anni fa, ormai, dalla mia passione per la musica moderna, ed è il frutto delle esperienze fatte in passato nelle grandi città che ho frequentato in tutto il Nord Italia. All’inizio era molto innovativa come proposta, a Verona: prevedeva la scuola di musica, uno studio di registrazione e una sale prove. Poi nel tempo si è adeguata alle esigenze del cambiamento ed è rimasta attiva solo la scuola di musica; la sala prove ora è utilizzata principalmente dai fruitori interni, mentre la sala registrazione purtroppo si è dovuta fermare con l’arrivo del Covid. Oltre alle tante attività collaterali che portiamo avanti come associazione culturale e che purtroppo ad oggi sono sospese a causa della situazione attuale, la scuola propone corsi individuali di batteria, chitarra, basso, tastiere, piano, violino, tromba, voce – e musica d’insieme che ora è ferma causa pandemia – in percorsi completi che si svolgono da ottobre a maggio oppure in pacchetti da 8-16 lezioni personalizzabili a seconda delle esigenze di ognuno. I nostri allievi spaziano da un’età di sei anni fino a settanta e il nostro motto non a caso è “tutti possono suonare”.

Come vi siete organizzati, per far fronte all’emergenza sanitaria in atto?
Abbiamo attivato i corsi on-line, già nella prima quarantena di marzo/aprile 2020 e gli allievi ci hanno seguito con molta partecipazione: poi con l’anno nuovo, ottobre 2020, abbiamo ripreso le lezioni in presenza e sono addirittura aumentate le adesioni, parecchie legate al fatto che le persone avevano il timore di dover rimanere ancora a casa e la musica, in questo contesto, rappresentava per loro un appiglio alla vecchia normalità, un passatempo rigenerante e gratificante. Riflettendoci, penso che più che un momento di apprendimento musicale, sia stata una grande occasione di socialità, di aiuto a livello emotivo e psicologico; non a caso la musica ha avuto il ruolo di esorcizzare la paura durante la pandemia, non dimentichiamolo. Durante la prima quarantena è successa anche un’altra cosa molto positiva, a mio avviso, a dispetto del momento estremamente negativo: io e un manipolo di altri direttori di scuole musicali di Verona, abbiamo lavorato per creare una rete di relazioni fra queste scuole, che ha preso il nome di “Rete Scuole Veronesi di Musica”, per far fronte alla situazione Covid ma anche perché c’era un evidente bisogno di creare una corporazione. Abbiamo ideato e stilato un protocollo molto severo cui abbiamo aderito tutti e al quale ci siamo uniformati: sanificazione in tutte le stanze di prova, pannelli divisori durante le lezioni, distanziamento, sanificazione degli strumenti ad ogni fine lezione, entrata/uscita degli allievi differenziate. Devo dire che questa rete ci ha trasmesso e ha trasmesso grande serietà e gli utenti se ne sono accorti: hanno apprezzato il protocollo attivato, e l’aumento delle iscrizioni ne è una prova.

Erik Spedicato alla batteria nella sua scuola di musica di Lugagnano Onemusic Academy (Foto Pachera)

Qual è invece l’impatto della pandemia per chi fa musica, a livello professionistico e non?
Premetto che il Covid è stata una vera bomba atomica per il mondo della musica, anche perché già prima era denso di problemi: mancava e manca tutt’ora un’associazione di categoria, un sindacato, che riunisca tutte le nostre realtà in modo da far fronte comune ai problemi; poi la politica e lo Stato in generale non ci riconoscono come forza lavoro, anzi mi sento di dire che non ci conoscono proprio, non sanno cosa facciamo e come identificarci. La pandemia ha colpito duro sotto vari aspetti, il mondo musicale: hanno chiuso i grossi negozi di musica, soprattutto in grandi città come Milano, ma anche qui a Verona, dove ormai ne è rimasto uno; di conseguenza si registra l’incapacità di vendita, causa blocco dovuto alla situazione. Le case discografiche sono in panne totale: sono rimaste in piedi le grandi piattaforme on line che però hanno anche il grande demerito di sfruttare gli artisti: ad esempio, da Spotify per citare il più famoso, l’introito che il musicista guadagna è pari ad elemosina. Sono poi bloccate tutte le grandi organizzazioni che creavano live music: i musicisti vivono per i concerti live, anche dal punto di vista economico. Quello che il musicista guadagna dalle vendite del disco, è cosa assai minore rispetto al tour. E qui c’è da fare una distinzione: il grande artista o comunque chi ha le spalle larghe, resiste, è in grado di sopportare il colpo, ma gli artisti “minori” invece, che vanno in giro suonando con la band, sono completamente privi di sostegno, perché non riconosciuti dallo Stato italiano.

Questa situazione ha fatto quindi emergere ancora di più la mancanza di riconoscimento, verso la vostra categoria?
Secondo me c’è una politica mediocre del “pressappoco”, del “ma sì dai” come se per suonare bene bastasse poco, come fosse una cosa da niente. Il mio è un lavoro pari a tanti altri lavori qualificati ed è giusto che sia riconosciuto: se faccio musica di qualità è perché suono per almeno sei ore al giorno, non perché sono stato investito di un dono divino; ho studiato tanto, e continuo a studiare per essere a questi livelli. Ma, in Italia, funziona così: quando fa comodo, gli artisti, gli eventi musicali sono pubblicizzati in pompa magna perché magari portano lustro al paese, meritatamente; quando però è il momento di affrontare problemi veri, reali, che hanno le persone della musica e dello spettacolo, allora non si fa avanti nessuno. Poi c’è un altro aspetto da considerare e che non aiuta, a mio parere: la tecnologia ha ormai preso di fatto il sopravvento. C’è un cambio generazionale, che stava comunque avvenendo già prima del Covid, che si sarebbe dovuto realizzare lentamente, prendendo consapevolezza. Questa totale immersione nel live streaming presenta il grosso deficit di essere praticamente gratis: dalle visualizzazioni l’artista riceve un esiguo introito con l’aggravante che il suo lavoro viene svenduto. Come dicevo prima, c’è l’incapacità di capire che la musica di qualità, ha bisogno del tempo necessario per essere prodotta e il tempo che il musicista dedica perchè questo avvenga, deve essere riconosciuto.

La musica che ruolo ha avuto per lei durante questo periodo?
Nella storia dell’umanità abbiamo passato cose anche peggiori di questa e, per fortuna, per me la musica rimane sempre e comunque meravigliosa. Io penso che sia un mezzo potente, ancora oggi, per non farci impazzire, una boccata di ossigeno, un modo per scoprire chi siamo veramente nell’intimo, per sondare i nostri talenti: personalmente, attraverso la musica ho potuto aprire tantissime porte che mi hanno portato a fare tante cose diverse, che non immaginavo. E’ anche una forma di meditazione, perché richiede una pratica solitaria e continua che alla fine fa dimenticare le cose pesanti, negative. Sono sincero, da un certo punto di vista, per me, non è stato così destabilizzante trovarmi per tanto tempo da solo: ho trovato rifugio e conforto nella musica, accompagnato dalla consapevolezza di me stesso, con le mie forze e le mie fragilità. Ecco, vorrei davvero che passasse questo messaggio: la passione, qualunque essa sia, è un modo per riconnetterci al noi più intimo, cosa che si sta sempre più perdendo perché questo mondo tende a dissolverci con le sue complessità. La passione, la musica nel mio caso, ha il grande merito di riconciliarci col mondo.

Onestamente, come vede e cosa si aspetta dal prossimo futuro?
Una volta tornati alla così detta normalità ho il presentimento che ci sarà da fare un lavoro grandissimo di ricostruzione dell’ambiente musicale perché lo troveremo molto cambiato. Ci sarà una grande voglia di ripartire, certo, ma i problemi che c’erano prima rimangono: i gestori dei locali che non sono quasi mai capaci di gestire la musica dal vivo, che non riconoscono appieno il valore del musicista finendo spesso in una contrattazione un pò avvilente; noi musicisti che non siamo in grado di proporci come corpo unico, perché ogni musicista è un’isola e in questo modo abbiamo meno potere contrattuale. Poi non dimentichiamo che tanti locali che fanno e vivono di musica dal vivo, stanno chiudendo o hanno già chiuso: troveremo quindi probabilmente un ambiente distrutto, molto provato da questa situazione e secondo me ci vorranno anni per rimettere in piedi le cose, in un certo modo, con una consapevolezza nuova, che dovrebbe coinvolgere tutte le figure del mondo musicale.

La voglia di tornare a fare musica dal vivo rimane tanta, immagino…
Certamente, penso che la musica dal vivo non possa essere sostituita dallo streaming perché il live è un’esperienza prima di tutto fisica. E’ un po’ come intraprendere un viaggio in un paese lontano o guardare il documentario di quel paese, alla TV: non sono paragonabili le due cose perché non sentirai gli odori nelle strade, non vedrai dal vivo i colori, la gente, non sentirai il rumore del vento, il clima, i sapori del cibo… e il concerto dal vivo è lo stesso. L’artista vive per il live, è nato per suonare per gli altri e lo scambio di energie fra il musicista e il pubblico è un’esperienza di condivisione pazzesca! Questo pensiero mi da tanta forza e speranza…

Mi sembra di capire che la Onemusic lavora anche per creare una certa consapevolezza negli allievi.
La musica essendo uno specchio dei tempi, riflette i problemi che ci sono, quindi oggi tu vedi ‘sti ragazzi che fanno rap, pieno di parolacce, che sono soli, poco seguiti, non hanno nessuno che si mette lì con loro, che gli fa conoscere, scoprire cose nuove. E la classe politica, in generale, non aiuta, mancano competenze, personalità e questo si riflette inevitabilmente sulla società e viceversa: diciamo che la pianta è malata e la musica è un ramo… non è ancora morta, ma agonizzante di sicuro. Io come presidente della Onemusic sono molto consapevole di queste cose e la scuola ha il taglio di questo tipo: ai ragazzi consiglio libri, film, cerco di fare cultura perché questa ci permette di scegliere, di comprendere quello che ci succede attorno, per poter anche dissentire, eventualmente, da quello che ci viene proposto e che ci sembra non vada bene per noi. E questo lo riesco a fare anche perché ho un corpo insegnanti che condivide con me questa linea, questo percorso, di cui mi fido e in cui credo tantissimo; come si dice pochi ma buoni. Come scuola stiamo cercando anche di migliorare il gap tecnologico, perché qual è il problema? Per produrre materiale video e audio ci vogliono delle competenze serie e noi proponiamo dei corsi mirati per aiutare le persone ad imparare ad utilizzare bene queste tecnologie. Ad esempio, come registrare correttamente un audio o anche semplicemente utilizzare in modo adeguato le piattaforme per seguire lezioni on line: gli stessi ragazzi, che sembrano dei fenomeni in queste cose, che sembrano conoscere tutto, se si va ad approfondire si scopre che in realtà sono bravi a giocare, a chattare ma non ad usare gli strumenti che la tecnologia mette loro a disposizione in modo corretto. Io e i miei colleghi, essendo anche dei tecnici, abbiamo la formazione e l’esperienza nel campo necessaria per formare le persone da questo punto di vista e abbiamo quindi deciso di provare a trasmettere queste competenze.